Peruggia, l’uomo che rubò la Gioconda ai francesi

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Succedono cose strane, il lunedì mattina. Succedono, perché la gente per lo più è assonnata e di cattivo umore. Se poi quel lunedì è nel mezzo dell’estate, peggio ancora. Nel lontano 1911, per esempio, il giorno ventuno del mese di agosto, rigorosamente un lunedì, alle sette del mattino, minuto più, minuto meno, il signor Vincenzo Peruggia, con due gì, se ne andò al museo del Louvre. Furbo! A quell’ora le biglietterie sono ancora chiuse e si entra gratis, magari da una porta secondaria… Furbissimo! A quell’ora non ci sarà nessuno nelle sale e nei corridoi e potrai ammirarti ogni opera d’arte in santa pace. Tanto più che il lunedì è giorno di riposo… Diabolico! A quell’ora riposano anche le guardie e se ti pigli la Gioconda di Leonardo, la arrotoli sotto braccio e te ne esci fischiettando, probabilmente nessuno ti disturberà. E così fu.

il racconto

CON QUEL SORRISO UN PO’ COSÌ

Eravamo in tre: Leo, Franz e io. Insieme si andava a spasso per la Toscana, con i suoi colli un po’ in salita e un po’ in discesa e i paesi arroccati qua e là. Insieme si andava in Firenze la sera del venerdì o del sabato a fare un po’ di baldoria, che già allora il weekend si sapeva quando cominciava e non finiva mai. Insieme si faceva bisboccia nelle taverne a gustarsi un piattone di ribollita e un bicchiere di Chianti. Insieme si stava volentieri anche a far nulla, sicuri che presto o tardi a uno dei tre sarebbe venuta un’idea geniale.
Che poi, immancabilmente, l’idea più gagliarda veniva sempre a Leo, come quella volta che ci convinse a fare un volo in elicottero, e vallo a sapere cos’era un elicottero, quando si andava sì e no in giro a cavallo. Però lo assecondavamo volentieri, il vecchio Leo, per lo più senza capirci alcunché.
Finché un giorno arrivò lei. E quel giorno ogni cosa cambiò.
Quando apparve davanti a noi, con quel suo sorriso un po’ così, qualsiasi cosa stessimo dicendo rimanemmo inebetiti in silenzio, che la bambola era lei – nessun dubbio – ma gli imbambolati noi.
Si chiamava Lisa, ma anche Mariapinuccia o Gelsomina ci sarebbe piaciuto un sacco. Lisa Gherardini, per la precisione; Lisa Gherardini di Montagliari per la pignoleria, comunque Lisa e basta sia per me, che per Franz, che per Leo.
Quel sabato sera Firenze ci parve più bella del solito, la ribollita più saporita e il vino più fresco. Il buonumore ci pervadeva e non era necessaria un’idea irriverente del Leo per rendere frizzante la serata.
Va da sé che ci innamorammo di lei. Tutti tre. Mentre lei, di chi non so.
Abituati come eravamo a condividere ogni cosa: una risata, un pensiero o una tagliata di chianina, per la prima volta ci fu difficile fare lo stesso con i suoi occhi e il suo sorriso. Però nessuno osò dire alcunché, che l’amicizia è una cosa seria e non poteva essere la prima Lisa di passaggio a incrinarla. Già, però…
Però io l’avrei voluta tutta per me. E non ho dubbi che Leo l’avrebbe voluta per sé e Franz pure lui, che per primo ruppe gli indugi:
«La sposerò!», esclamò una sera, sgranocchiando un cosciotto di cinghiale. Che anche Leo e io stavamo gustando, ma da quell’istante lo stomaco ci si annodò e non inghiottimmo più nulla, se non quell’amarissimo rospo.
Avremmo potuto sfidarci a duello, ma da che mondo è mondo – anche allora – i duelli si fanno in due, lo dice la parola stessa. In tre sarebbe stato un triello, che non significa nulla e nessuno avrebbe saputo mettere in chiaro le regole del gioco. Avremmo potuto tirare a sorte, ma la sorte – si sa – quando non è cieca guarda quasi sempre dall’altra parte… Avremmo potuto fare mille cose, per ritornare in gara, ma alla fine non facemmo nulla.
Anzi no. Già che eravamo in ballo lasciammo che fosse lei a scegliere e Lisa – guarda un po’ – scelse proprio Franz, forse affascinata dal suo nome completo che suonava come Francesco del Giocondo, che né Leo né io potevamo sfoggiare. E allora tanti auguri a voi.
Da vero amico, però, il nostro Franz ci fece partecipi della sua gioia e del sorriso della bella. A Leo, con le sue infinite capacità pittoriche, fu chiesto di realizzarne un bel ritratto, formato cinquantatre per settantasette su una sottile tavolozza di legno di pioppo. Un ritratto che, nel caso, poteva andar bene pure come fototessera per il passaporto, qualora si rendesse necessario recarsi all’estero, magari in Francia. Io, con la mia passione per la consonanza delle vocali e la vocalità delle consonanti, lo avrei raccontato. Infatti sono qui che ne scrivo.
Il giorno che Leo finì il suo bel dipinto, qualche anno più in là, Franz e Lisa erano sposi da un bel pezzo e ogni emozione dei primi incontri era svanita, ma alla vista del dipinto, qualsiasi cosa stessimo facendo rimanemmo inebetiti in silenzio, imbambolati come quella volta lì.
La Lisa era quasi più bella nel quadro che nella realtà, cosa che fece risvegliare gli ardori del maritino bello e insinuare in lei il dubbio di essere nel frattempo invecchiata un po’. Intanto io prendevo appunti di ogni cosa e Leo già pensava a chissà quale altra diavoleria che ne teneva arzillo il cervello.
Andò a finire che la Lisa, con quel sorriso un po’ così, divenne la donna più vista, sbirciata, guardata, ammirata e rimirata nella storia delle ammirazioni e – già che ci siamo – anche in quella delle donne, con buona pace del nostro amico Franz, che la voleva tutta per sé e invece la dovette condividere non solo con Leo e me, ma con l’intera umanità. E finì per annegare la sua gelosia in un piatto di ribollita e un bicchiere di Chianti.

la fotografia

Uscirono dal museo indisturbati, Vincenzo Peruggia e la Gioconda; salirono sull’autobus e andarono a casa, non lontano da Belleville. Va da sé che chiunque, nel raggio di un chilometro dal museo, finì tra i sospettati. Anche il poeta Guillaume Apollinaire e il pittore Pablo Picasso, assidui frequentatori del Louvre, furono fermati, ma poi rilasciati. Un paio di anni più tardi il Peruggia scrisse a un gallerista fiorentino e gli propose il dipinto di Leonardo, chiedendo però assicurazioni sul fatto che la tela rimanesse poi in Italia. Perché questo fu il movente del furto: una dose un po’ eccessiva di patriottismo. Va da sé che i carabinieri lo arrestarono in quattro e quattr’otto e l’avventura finì, con la Gioconda che se ne tornò in Francia e il nostro eroe che, dopo qualche mese di galera, si sposò una tale Annunciata, alla quale rubò il cuore, ma questa volta senza infrangere la legge.

il video
 

C’è chi canta la Gioconda scrivendo, chi la canta dipingendo e chi la canta… cantando, che è anche la cosa più ovvia, soprattutto se si ha più dimestichezza con le sette note musicali che con i sette colori dell’arcobaleno. Devono aver pensato più o meno così i Litfiba, nel 1991, quando si misero d’impegno: Ghigo Renzulli alla chitarra, Roberto Terzani al basso, Antonio Aiazzi alle tastiere, Daniele Trambusti alla batteria, Candelo Cabezas alle percussioni e Piero Pelù a tutto il resto. Ne uscì un pezzo rockettaro, che se lo avesse sentito Leonardo da Vinci, chissà, forse avrebbe poggiato il pennello per un quarto d’ora e si sarebbe unito al gruppo: i famosi Litfiba da Vinci!

La pagina web

Vuoi andare al Louvre e vedere la Gioconda, ma sei da qualche parte del mondo, lontano mille miglia da Parigi? Nessun problema. Quel che ti serve è un computer e una linea internet, ma se stai leggendo queste parole hai già ogni cosa. Allora puoi cliccare sul sito del museo virtuale, che ti accompagnerà tra i corridoi e le sale, zoomando verso i dipinti più famosi e raccontandoti anche qualcosa. Resta il fatto che visitare un museo andandoci di persona è sempre il metodo migliore, ma anche la poltrona ha il suo fascino e ammirare la Gioconda comodi comodi è tra le cose più belle da fare.

I nostri eroi

Il pittore colombiano Fernando Botero, quello che dipinge tutto e tutti a dir poco sovrappeso, è uno dei tanti artisti che hanno preso la Monna Lisa – quella del quadro – come modello per una propria opera. L’unico ad avere avuto il privilegio della Monna Lisa in carne ed ossa, nell’atelier, fu ovviamente Leonardo…
C’è chi la dipinse a macchie di colori, qualcun altro le fece piangere un grosso lacrimone rosso; uno la infilò dentro lo schermo di un finto televisore e chi la piazzò nella banconota da un dollaro, al posto di Georgetto Washington. C’è chi le diede le sembianze di Minnie, chi della papera Amelia e chi di Jessicona Rabbit; qualcuno le mise un bel paio di occhiali da sole, qualcun altro un rossetto a dir poco appariscente…
Ma il quadro di Fernando Botero tra tutti è di sicuro il più rotondeggiante, con un testone tondo tondo e il suo velo che pare attaccato appena, due occhi tondi tondi che ti fissano e ti chiedi cosa ci sia da guardare?! Ha un nasino e una boccuccia proprio nel centro del viso tondo tondo, che ti vien voglia di darle un bacio bacio e smack. Bravo Fernando: una Giocondona così mette davvero allegria.

Tra tutte le Gioconde ridipinte e reinterpretate, ce n’è pure una con i baffi. E non è un modo di dire, perché Marcel Duchamp, eccentrico artista del secolo scorso, un giorno prese una immagine fotografica della Monna Lisa di Leonardo, senza star lì a ridipingerla, quindi afferrò un pennello e disegnò barba e baffi senza troppa riverenza. Siccome l’idea lo divertiva, ogni tanto lo fece di nuovo, che di cartoline al Louvre se ne vendono quante se ne vuole. E ogni volta, in basso, aggiungeva una strana sigla: L.H.O.O.Q.
A leggerle così, da quelle lettere non si capisce nulla, ma se si prova a farlo in francese, ne viene fuori un suono che pare una frase: elle a chaud au cul. Ora, elle significa lei, a è voce del verbo avere, chaud vuol dire caldo, au è la preposizione al e cul… è proprio come in italiano. E in francese, aver caldo al cul significa essere eccitati, emozionati, un po’ come doveva sentirsi quella Gioconda con i baffi.

Un altro quadro famosissimo, il cui furto fece davvero scalpore, fu l’Urlo di Edward Munch. Il pittore norvegese lo aveva realizzato nel 1893 e, forse temendo che qualcuno lo avrebbe prima o poi sgraffignato, ne dipinse altre tre copie. Ma l’urlo non urlò abbastanza quando, nel febbraio del 1994, qualcuno entrò nella galleria nazionale di Oslo, si pigliò il dipinto e se ne andò. Furono, però, sufficienti pochi mesi alla polizia per riappendere l’opera al suo posto.
Dieci anni più tardi, altro furto e questa volta pareva che il quadro fosse perso per sempre. Invece no: pianificando indagini scrupolose, quei segugi degli investigatori prima misero in cella un paio di ladri, poi scoprirono il capolavoro nascosto e lo restituirono agli occhi degli appassionati. Meglio così.

quattro domande a…

… Leonardo da Vinci

Signor genio, preferisce essere ricordato come pittore, architetto, inventore, saggista, scienziato, o tuttologo, come va di moda negli anni nostri?
La prima che ha detto: genio. Mi garba parecchio, senza falsa modestia, un po’ come il genio della lampada, solo che a me le idee balzano nella scatola cranica anche a luci spente. Però se vuole definirmi in qualche altro modo non ho obiezioni: sarei comunque il migliore in materia. Qualsiasi materia.
Genio garba anche me, che intervistarne uno non è cosa di tutti i giorni! Però vorrei farle un paio di domande pittoriche, soprattutto riguardanti la sua amica Gioconda, che a noi sembra un po’ lei senza barba.
Guardi, in ogni ritratto l’artista dipinge un po’ di se stesso, oltre alla persona in questione, quindi la Monna Lisa sono in parte anch’io. Però non le svelo quale parte, tiè. Il fatto che poi quando si pensa a me venga in mente lei è un problema suo, non mio, con tutte le altre cose che ho combinato nella vita.
Ha ragione. Un giorno la disturberò pure per la dama con l’ermellino, però oggi son qui per la Gioconda e di lei vorrei parlare.
Cosa vuole che le dica… non stava mai ferma in posa, quella lì. Si alzava per andare a bere o a fare pipì, si grattava il naso o sgranchiva il dito di un piede. È per quello che non l’ho dipinta a figura intera. Ed è per quello che ci ho impiegato chissà quanto a terminare il ritratto: ogni giorno mi toccava ritoccare mille particolari.
E il sorriso? Ci sveli il segreto del sorriso della Gioconda, se era davvero il sorriso di Lisa o le è uscito magicamente dal pennello…
Ma quale sorriso…! La Gherardini era d’un serio che non le dico ma, siccome io troppo serio non lo sono mai stato, ci ho masso un po’ del mio e – le dirò – concordo con l’umanità, che mi è venuto bene assai.

ti consiglio un libro

Patricia Geis – MONNA LISA – Franco Cosimo Panini
Vuoi sapere tutto sulla Gioconda e sul dipinto di Leonardo da Vinci, ma Parigi è un po’ fuori mano? Prova a cercare in una libreria o in una biblioteca! Scoprirai chi era quel geniaccio di Leonardo, conoscerai la Lisa Gherardini, Monna Lisa, che è il nome vero della Gioconda, proverai a sorridere come ti sorride lei da dentro la cornice, osserverai i dettagli anche del paesaggio sullo sfondo, per scoprire questo e quello, sentirai parlare di qualche altro artista affascinato da Leonardo, che magari ha provato a ridipingere a modo suo il quadro più famoso del mondo. E alla fine, se vorrai, una sorridente Gioconda la potrai disegnare anche tu!
 

Twitter: @andreavalente