A Cernobbio va in scena l’Europa in cerca di autore

La vera radice della crisi continentale

CERNOBBIO – La recessione potrà anche essere terminata, ma rimane l’incognita più importante: la mancanza di leadership. L’Europa di oggi è soprattutto questo. Le carenze politiche e il bizantinismo della sua architettura di base rappresentano uno dei più grandi ostacoli alla crescita, e di conseguenza della relativa sostenibilità della stessa, tanto nel medio quanto nel lungo periodo. Del resto, il presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy non ha usato mezzi termini: «Le idee europeiste sono sotto pressione in molti Paesi, anche all’interno dell’Ue. Abbiamo bisogno di più difensori di queste idee, non solo a livello politico ma a tutti i livelli». Dopo le parole, bisognerà però passare ai fatti.

Il gotha finanziario mondiale rinchiuso a Villa d’Este è sicuro di poche cose. Una di queste è che Europa ed eurozona non possono continuare a vivere senza una leadership politica. Il presidente del Consiglio europeo ha ribadito che il peggio è passato sotto il profilo economico. Tuttavia manca ancora una strategia per garantire all’Ue un futuro politico concreto. «Oggi l’Europa è come un condominio in cui tutti fanno abusi, tutti litigano per fare i propri interessi e solo pochi, i meno furbi, pagano per gli errori che commettono», dice a Linkiesta un banchiere italiano presente al Workshop Ambrosetti. Proprio questo atteggiamento di cura spasmodica degli interessi nazionali rispetto a quelli comunitari rischia di rallentare il processo di ripresa dell’economia. Eppure i policymaker europei continuano a rimarcare i grandi passi avanti fatti negli ultimi dodici mesi. A margine dei lavori, l’ex presidente della Banca centrale europea (Bce) ha espresso ottimismo per il futuro della zona euro: «Con l’unione bancaria e con tutti i progetti messi in cantiere si è messa in sicurezza l’eurozona». Nessuna parola, tuttavia, delle lacune dal punto di vista politico. Come se non ve ne fossero. Come se il Regno Unito non abbia sempre più desiderio di uscire dall’Ue. Come se in Grecia, ma anche in Portogallo e Spagna, non stia aumentando l’esigenza di sentire di più la presenza dell’Europa.

Negli ultimi tre anni di crisi, l’eurozona è stata al centro delle discussioni globali soprattutto a causa della sua mancanza di unità e solidarietà. Un concetto ripreso anche dall’ex ministro delle Finanze Giulio Tremonti, che in passato fu molto critico delle dinamiche di coordinazione degli Stati membri dell’area euro per uscire dall’impasse. «Qui tutti festeggiano per la fine della recessione, ma non capiscono che il problema è creare le condizioni per gestire la prossima emergenza, che prima o poi arriverà», commenta un altro dei banchieri partecipante ai lavori del workshop. È una questione di statistica e lungimiranza. Senza un profondo cambiamento della struttura portante, Europa ed eurozona non potranno che continuare a soffrire. Si avverte, a più livelli, la mancanza di una prospettiva politica di lungo periodo. E ci sono sempre più richieste, più o meno esplicite, di un leader europeo chiaro e definito.

Le elezioni tedesche sono considerate un’occasione da non sprecare. Se il cancelliere tedesco Angela Merkel fosse rieletta, ci sarebbero le fondamenta affinché la Germania possa prendere per mano l’eurozona per completare il suo percorso di riforma. Finita la querelle su austerity buona e cattiva, «è ora di tornare a parlare di industria, innovazione, manifattura», affermano in coro diversi imprenditori, italiani ed esteri, dalle rive del lago di Como. Senza un coordinamento centrale, questo non sarà possibile. E alla prima criticità, emergeranno le problematiche di sempre, quelle che hanno caratterizzato l’Ue negli ultimi anni: difficoltà nella gestione delle emergenze, lacune comunicative, completo scollamento dalla realtà.

Le divisioni all’interno dei Paesi membri dell’Ue hanno ripercussioni anche fuori dal campo economico. Lo si vede nelle ultime settimane, nelle quali si sta discutendo l’eventuale intervento militare in Siria. L’ultimo esempio in ordine temporale? Al G20 di San Pietroburgo è stata tanta l’irritazione della Francia (ma non solo) verso l’Italia. Colpa di una delle caratteristiche di Roma nelle relazioni internazionali, sia economiche sia diplomatiche, cioè la volontà a essere il mediatore fra le parti, senza prendere impegni decisi e netti. Un atteggiamento che, per adesso, fa impensierire più che i temi di finanza pubblica.

fabrizio.goria@linkiesta.it

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