Al G20 Occidente e Brics iniziano la guerra valutaria

Il summit di San Pietroburgo

Quella che si sta consumando al G20 di San Pietroburgo è una guerra silenziosa. Da un lato le economie sviluppate. Dall’altro i Brics, ovvero Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica. L’oggetto della contesa è la ripresa globale e l’allentamento del regime di liquidità messo in piedi dalla Federal Reserve tramite il Quantitative easing (Qe). La nuova arma in mano ai Paesi emergenti è un fondo da 100 miliardi di dollari per proteggersi dagli effetti del ritiro del Qe. Tuttavia, il conflitto fra aree macroeconomiche non è solo finanziario, ma anche politico. In ballo c’è una fetta della leadership globale. 

«Le problematiche che arriveranno dal tapering della Fed sono elevate». Così un funzionario diplomatico russo spiega a Linkiesta il clima nel quale è iniziata la discussione a San Pietroburgo. L’allentamento del Quantitative easing in terza versione, che prevede acquisti mensili di asset per 85 miliardi di dollari, preoccupa i Brics e i Paesi subemergenti. Il loro timore è che si possano creare significativi squilibri sia a livello macroeconomico sia a livello valutario. È proprio per mitigare questi rischi che i Brics hanno deciso di creare un fondo di protezione del valore di 100 miliardi di dollari. A comunicarlo è stato il presidente russo Vladimir Putin, sottolineando che «politicamente è tutto pronto per l’operazione». Mancano ancora i dettagli tecnici, ma secondo le indiscrezioni che circolano, tutto dovrebbe essere predisposto per la fine dell’anno. Prima cioè delle decisioni della Fed. «Bisogna essere pronti e noi lo saremo», ha detto Zhu Guangyao, vice ministro cinese delle Finanze, presente al G20. 

Per questo motivo i Brics hanno optato per un fondo ad hoc. Creato tramite le riserve valutarie dei singoli Paesi afferenti, potrà essere utilizzato per operare sul mercato valutario per contrastare gli squilibri che il tapering della Fed avrà sul dollaro. In altre parole, sarà un cuscinetto di protezione ogni qualvolta il cambio fra rublo o renminbi (o le altre valute dei Brics) con il dollaro statunitense toccherà un certo livello. Qualcosa di molto simile a ciò che avviene ora nel cross tra franco svizzero e euro, dove il cambio è stato fissato a quota 1,20 dalla Banca centrale elvetica. Questo nuovo metodo cautelativo sul forex è però destinato a incrementare la tensione, invece che diminuirla. Del resto, il 62% delle riserve valutarie mondiali è in dollari americani, secondo gli ultimi dati di ICAP, il principale interdealer broker globale.

Lo scenario che si sta prefigurando per il dopo-Qe è incerto. Gli Stati Uniti sanno che, complice una congiuntura migliore delle aspettative, non potranno continuare a lungo con l’allentamento quantitativo. È per tal motivo che la Fed sta monitorando il livello di liquidità presente sui mercati finanziari mondiali con estrema attenzione. Ed è per questo che la Fed «dovrà utilizzare una strategia comunicativa del tutto eccezionale per evitare una volatilità troppo elevata su forex e fixed income», ha detto Stephen King, capoeconomista di HSBC, commentando le ultime decisioni del G20. Ma oltre alle ripercussioni sull’universo finanziario, il summit di San Pietroburgo ha sancito, ancora una volta, la netta divisione fra Paesi sviluppati e Brics. 

Nonostante il presidente del Consiglio Enrico Letta, e con esso gli altri leader occidentali, abbia detto che il protezionismo è un nemico della crescita economica e della stabilità, i Brics hanno voluto andare avanti con una politica di cautela verso gli Usa. «Non possiamo permettere che le mosse degli Stati Uniti, che hanno creato la crisi che conosciamo, si ripercuotano sulla nostra congiuntura economica», dice a Linkiesta il diplomatico russo. Ecco il motivo, almeno di facciata, della creazione di questo particolare fondo. In realtà, come spiega un diplomatico francese, c’è sotto una guerra che dura dal 2008. «I Brics vogliono contare di più sul fronte internazionale, e sanno che stanno rischiando di perdere l’occasione per garantirsi un posto al sole, complice il loro rallentamento economico», dice il diplomatico transalpino. Un sentimento facile da comprendere, come dimostrano le lotte che le economie emergenti hanno condotto negli anni scorsi per poter contare di più nella struttura del Fondo monetario internazionale (Fmi). Ora il dado, almeno dal punto di vista finanziario, è tratto. 

Se è ormai noto che la Fed dovrà iniziare a ritirare la liquidità, a partire probabilmente dal 2014, sono ancora incerte le modalità. A decidere però non sarà l’attuale governatore della banca centrale americana, Ben Bernanke, ma il suo successore, che dovrebbe essere Larry Summers. Secondo Goldman Sachs il tapering della Fed potrebbe essere ufficialmente annunciato già nel mese in corso. Se così fosse, la reazione dei Brics, e soprattutto della Cina, potrebbe essere immediata. 

L’acrimonia dei Brics verso gli Stati Uniti ha però anche altre ragioni. La più rilevante di queste è che, come ricordato anche da un paper della Federal Reserve di San Francisco a fine 2012, non è ancora finita – o in alcuni casi non è nemmeno iniziata – la transizione economica dei Paesi emergenti. Il mutamento dei fattori produttivi, unito al cambiamento strutturale delle classi di consumatori, è un processo che può contribuire alla nascita di nuovi conflitti finanziari. «Gli interventi valutari delle banche centrali sono sempre rischiosi, perché gli investitori sanno che non possono elaborare al meglio le loro strategie. Tutto questo crea un nervosismo che non fa bene né ai mercati né all’economia reale né alle banche centrali», avverte la banca elvetica UBS. 

L’altro problema è il rallentamento delle economie emergenti. Secondo i dati del Fmi, snocciolati dall’aggiornamento di luglio del World economic outlook (Weo), la congiuntura per gli emergenti sarà ancora positiva, sebbene sia stata rivista al ribasso. I Brics cresceranno del 5% per il 2013 e del 5,4% per il prossimo anno. In entrambi gli anni la revisione è stata di tre decimali. Nello specifico, il Pil del Brasile aumenterà del 2,5% nell’anno in corso e del 3,2% nel 2014 (meno 0,5% e meno 0,8% rispetto al Weo precedente), la Russia crescerà del 2,5% nel 2013 e del 3,3% nel 2014 (meno 0,9% e meno 0,5%), l’India del 5,6% nell’anno in corso e del 6,3% nel successivo (meno 0,2% e meno 0,1%), la Cina del 7,8% nel 2013 e del 7,7% nel 2014 e il Sudafrica del 2% e del 2,9% (meno 0,8% e meno 0,4%). Numeri che rimangono positivi, ma che potrebbero essere ulteriormente rivisti in seguito al tapering della Fed. Tutto dipenderà dal modo in cui reagiranno anche le altre economie, verso le quali i Brics esportano maggiormente. Con un’eurozona ancora in difficoltà e un’economia americana in via di stabilizzazione, anche gli emergenti rischiano. 

Sullo sfondo c’è una guerra di potere fra emergenti e sviluppati. I primi vogliono aver più peso nelle istituzioni mondiali che contano. I secondi non gradiscono cedere poltrone. Entrambi sono però consapevoli che, nel lungo periodo, un quadro del genere non farà altro che rappresentare un’altra minaccia per la stabilizzazione nel mondo post-Lehman Brothers. In altri termini, l’opposto di cui ci sarebbe bisogno. 

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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