Australia al voto, stravince il conservatore Abbott

Sullo sfondo la sfida Usa-Cina

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Il leader dell’opposizione conservatrice in Australia, Tony Abbott ha vinto le elezioni spodestando il laburista Kevin Rudd dopo sei anni di governo. Abbott avrebbe ottenuto circa 80 seggi su 150 contro i 54 del partito laburista. Rudd ha immediatamente accettato la sconfitta: «Ho telefonato a Tony Abbott per ammettere la sconfitta alle elezioni», ha detto a un meeting del partito a Brisbane. 

Chi diserterà le urne si prepari ad aprire il portafoglio e a sborsare circa 14 euro, perché in Australia il voto non è solo un diritto, o un imperativo morale, ma un obbligo ben preciso, pena una multa. Chissà se, prima o poi, anche le altre democrazie ricorreranno a questo mezzo per frenare la slavina dell’astensionismo e raggiungere i numeri di Canberra, 94% di affluenza alle ultime elezioni, nel 2010. Ma l’apatia politica, soprattutto tra i più i giovani, sta prendendo piede anche in Oceania, se è vero che questa volta, con ogni probabilità, ci sarà qualcuno in più disposto a pagarne le conseguenze.

Il risultato delle elezioni federali in corso, in cui verranno rinnovati metà del Senato e tutta la Camera bassa, sembra scontato. In lizza c’è anche il Wikileaks Party, fondato dall’australiano più famoso del pianeta, Julian Assange, ma i grandi favoriti sono i liberali, oggi all’opposizione, e i loro alleati del National Party, comunemente definiti “La Coalizione”. I principali avversari sono i laburisti del premier Kevin Rudd, catapultato alla guida del partito (e del governo) lo scorso giugno, dopo avere battuto in un voto interno l’ex primo ministro Julia Gillard. I sondaggi negativi per la Gillard avevano suggerito alla sinistra un cambio al timone e si è deciso di fare affidamento all’usato sicuro, richiamando colui che aveva già guidato il Paese tra il 2007 e il 2010.

Le ultime previsioni danno in vantaggio la destra (54% contro 46%) ed è molto probabile che il suo leader, Tony Abbott, sia il prossimo primo ministro, ossia colui che manterrà di fatto le redini del comando (dal punto di vista formale, il potere esecutivo è conferito al governatore generale che rappresenta la regina Elisabetta, perché nel 1999 gli australiani, tramite referendum, hanno confermato la loro volontà di riconoscere come capo di Stato il sovrano del Regno Unito). La candidatura di Rudd è stata accompagnata da un certa rimonta ma le sue speranze sembrano ridotte al lumicino, nonostante  la sinistra possa vantare dati economici superiori alle previsioni: +2,6% nell’ultimo trimestre, soprattutto per effetto della decisione della Banca Centrale di tagliare ai minimi il costo del denaro.

L’Australia, guidata dai laburisti negli ultimi sei anni, è stato uno dei pochi Paesi del mondo industrializzato a non aver subito i contraccolpi della crisi globale, e questo grazie alla vitalità del proprio settore minerario alimentato dalla domanda cinese. La crescita economica è stata costante, ma adesso che la locomotiva di Pechino ha rallentato la sua corsa, anche a Canberra si sono viste le conseguenze. I dati dell’ultimo anno sono stati meno lusinghieri rispetto a quelli precedenti e il Paese si è interrogato sulla necessità di diversificare un sistema troppo dipendente dal mercato internazionale delle commodities, come ferro e carbone.
I benefici dello sviluppo, d’altra parte, non sono appannaggio di tutti. L’altra faccia della medaglia, fatta di alti costi dell’energia e prezzi in costante ascesa, è uno degli argomenti più caldi della campagna elettorale. Sydney è una delle città più care del pianeta. Il boom del dollaro australiano, poi, ha danneggiato altri settori dell’export come l’industria vinicola, che ha perso quote di mercato negli Stati Uniti, in Canada e nel Regno Unito.
Fattori, questi, che avvantaggiano Abbott nella corsa alla premiership.

Rudd ha tentato la rimonta con una strategia che mira ad unire tematiche care alla base di sinistra, come il matrimonio gay – ha fatto rumore un dibattito televisivo del premier con un pastore cristiano della New Hope Church – con un atteggiamento muscolare su altre questioni, prima fra tutte l’immigrazione.
L’Australia è un continente-Paese scarsamente popolato (circa 23 milioni di persone, meno della metà dell’Italia) ed è una delle destinazione prescelte dai migranti partiti da Sri Lanka, Iran, Iraq and Afghanistan, che raggiungono le sue coste attraverso l’Indonesia. Tra il 2011 e il 2012 i richiedenti asilo sono aumentati del 37%, anche se i numeri, comparati ad altre realtà, sono ancora piuttosto bassi: poco più di 15.000 domande nel 2012, contro le 27.000 della Gran Bretagna e le 55.000 della Francia. L’immigrazione, comunque, è uno dei temi più rilevanti della campagna e su questo punto anche la posizione laburista è piuttosto rigida. Una norma, approvata a luglio dal governo Rudd, prevede infatti che ogni richiedente asilo privo di un visto venga trasferito nella vicina Papua Nuova Guinea, prima di essere rispedito nel Paese di origine.

Abbott, dal canto suo, promette un grande piano di lavori infrastrutturali, oltre a un robusto taglio del deficit e del debito statale, anche attraverso una riduzione drastica degli aiuti all’estero, un impegno che ha già suscitato la reazione delle organizzazioni per i diritti umani. Il leader della Coalizione punta sulla cancellazione delle tasse ambientali imposte dai laburisti, in primo luogo la Carbon Tax, per attirare verso di sé i consensi del mondo imprenditoriale. Il premier attuale replica accusando i programmi dell’opposizione di vaghezza e il suo leader di inesperienza. Abbott, sostiene Rudd, non è in grado di guidare il Paese in un momento storico così delicato, in cui, tra l’altro, l’Australia è presidente di turno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Anche la politica estera ha animato il dibattito elettorale. Rudd non ha avuto esitazioni nell’appoggiare pubblicamente l’intervento proposto da Obama in Siria, pur precisando di non avere ricevuto alcuna richiesta di sostegno militare. Del resto, se la Cina è il maggiore partner economico, gli Stati Uniti restano il principale alleato politico. Proprio per tutelarsi di fronte all’espansionismo di Pechino, nel novembre 2011 Canberra e Washington hanno deciso di aprire una base di marines a Darwin, nel Nord del Paese, con un contingente di 250 uomini, destinato a crescere progressivamente nel corso del tempo. Sulla Siria Abbott è molto più prudente.

In generale, il leader della Coalizione non pare scaldare i cuori e alcune sue proposte, come i generosi sussidi di maternità per le madri che lavorano, sono sembrate un modo per svicolare dall’accusa di misoginia rivoltagli nel 2012 dalla Gillard. Allo stesso tempo, però, c’è una certa stanchezza nei confronti del governo laburista e le faide interne alla sinistra non hanno certo aiutato ad attirare consensi. E poi l’australiano più potente del mondo, Rupert Murdoch, ha già scelto per un cambio alla Parliament House. 

Twitter: @vannuccidavide