Expo 58, la ricerca del tempo perduto di Jonathan Coe

Il nuovo libro – Incontro con l’autore

Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi. Era il 1958. Un anno per molti versi straordinario, degno di un incipit di Charles Dickens: la Comunità Economica Europea è appena nata; sovietici e americani mandano in orbita i primi satelliti (il nome Sputnik vi dice niente?); Bertrand Russell lancia la sua campagna per il disarmo nucleare; la Svezia rischia di vincere i Mondiali di calcio (ma perde, 2 a 5, contro il Brasile di Pelé); nell’Italia del boom viene pubblicato, da Feltrinelli, Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.

E proprio presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Linkiesta ha incontrato, insieme a una batteria di agguerrite giornaliste e blogger, un grande scrittore inglese che al 1958 ha dedicato un romanzo: Jonathan Coe. Nato nel 1961 in un sobborgo di Birmingham, Coe possiede quell’autoironia tutta britannica che gli ha permesso di scrivere bestseller pungenti come “La banda dei brocchi” o “I terribili segreti di Maxwell Sim”.

Coe è autore anche di saggi, e ama moltissimo la musica, ma è soprattutto un romanziere. E sulla letteratura ha le idee chiare. «Penso che ogni romanzo abbia una funzione morale o sociale. Una delle funzioni del buon romanzo è aiutare il lettore a pensare più liberamente, a immaginare più liberamente. Qualsiasi sia l’argomento del libro, leggerlo deve essere una specie di atto politico».

Questo tuttavia non significa che la narrativa di Coe sia monodimensionale. «Quando ero un giovane scrittore, un giornalista, avevo una visione molto semplicistica della relazione tra romanzo e società, e nei miei scritti ero poco paziente con i romanzi che non si occupavano dell’oggi, dei problemi del presente. Ora però capisco che ci sono molti modi diversi di scrivere del presente. Esistono temi connessi non solo alla natura umana ma all’economia e alla politica, che sono ricorrenti nella storia».

L’ultima fatica letteraria di Coe, edita in Italia da Feltrinelli, si intitola “Expo 58”. Il perché è presto detto: nel 1958 il Belgio ospitò, non lontano da Bruxelles, un’esposizione universale. Ora: che uno scrittore brillante come Coe abbia visto nel Belgio di fine anni ’50 uno scenario ideale per una spy comedy, non deve stupire. In fondo si tratta di un regno surreale per natura, notoriamente bersagliato dalle barzellette dei francesi (e dalle invasioni dei vicini in generale).

Quando poi si scopre che obiettivo dell’Expo 58 era nientemeno che generare “una genuina unione dell’umanità”, e che il nome del padiglione belga era “Belgique Joyeuse” (il “Belgio gaio”, nel libro), allora si capisce che ironizzare sull’argomento è come sparare ai pesci in un barile. Certo, la vis comica di Coe non è mai volgare. Conserva sempre una piacevole leggerezza che ben si sposa con la duplice natura del libro. «Il romanzo è ambientato nel 1958 ma contiene anche dei rimandi all’oggi. Tuttavia ho cercato di mantenere un tono delicato e lieve, non volevo spingere troppo con i paragoni».

Protagonista del romanzo è Thomas Foley. Un trentenne di bell’aspetto, sposato e con figlioletta, che si guadagna il pane scrivendo opuscoli informativi per conto del governo britannico. Un borghese piccolo piccolo, insomma, che Coe non esita a definire «ingenuo e stupido». I suoi superiori lo spediscono all’Expo 58 per supervisionare la gestione del Britannia, il finto pub in “autentico stile inglese” che correda il padiglione britannico. Ma tra una birra tiepida e un cartoccio unto di fish and chips, Thomas dovrà vedersela con spie idiote, funzionari incapaci e soprattutto affascinanti hostess belghe che nulla sanno del suo matrimonio in terra d’Albione.

Vero protagonista del romanzo, però, è l’Expo 58. A cominciare dall’Atomium, l’imponente costruzione a forma di cristallo di ferro realizzata proprio per l’esposizione, e a cui i belgi sono ancora oggi così legati da effigiarla pure nelle monete da due euro. È stato l’Atomium, peraltro, ad aver ispirato in Coe “Expo 58”.

L’Atomium, nel parco Heysel a Bruxelles

«È solo negli ultimi anni che mi sono iniziato a interessare di architettura. Si tratta di una disciplina che non ho mai studiato. Riconosco che mi è difficile scrivere un libro ispirato da un edificio piuttosto che dalla gente o da eventi sociali, ma di fronte all’Atomium ho avuto una risposta molto emotiva, il che è stato insolito per me. La prima cosa a cui ho pensato vedendolo è il tempo, che è il grande tema in tutti i miei libri. Si tratta, a mio parere, di un edificio realizzato per esprimere speranza nel futuro, ma che ora è parte del passato. Una duplice prospettiva, insomma: una costruzione che guarda avanti e allo stesso tempo riporta indietro, al 1958. È questo ad avermi commosso».

E come una macchina del tempo, “Expo 58” riesce a trasportare il lettore in un’epoca che oggi sembra essere lontana anni-luce. L’Europa in pieno sviluppo, che sogna di unificarsi dopo secoli di guerre. La fiducia nell’energia atomica. Il mito della prosperità senza fine («Gran parte del nostro popolo non è mai stata così bene» è la celebre frase del primo ministro inglese Harold Macmillan nel 1957).

E anche se la Guerra Fredda è sempre più gelida, all’Expo 58 i belgi tentano di esorcizzarla mettendo il padiglione statunitense e quello sovietico l’uno di fronte all’altro. «L’Expo 58 fu in parte una fiera commerciale, ma fu anche un evento molto idealistico – riconosce Coe – Difficile, oggi, fare un Expo che non sia molto più cinico di quello del ‘58, perché viviamo in un periodo meno innocente».

Leggendo “Expo 58” si ha la sensazione di tenere tra le mani un libro intriso di nostalgia. Di rimpianto per un’epoca in cui tutto era più semplice, genuino, spontaneo. Un’epoca in cui per fare felice una ragazza bastava portarla a ballare in birreria, e con gli amici ci si parlava di persona, e non attraverso Facebook. Il perbenismo abbondava (il rapporto di coppia tra il protagonista Thomas e la moglie casalinga ne è un esempio), ma non bastava ad avvelenare un’atmosfera di moderato edonismo. La gente non era ancora ossessionata dal salutismo (nel libro tutti bevono e fumano con grande entusiasmo, il cancro ai polmoni è meno temuto dei calli ai piedi), il consumismo delle masse si riduceva al sogno di possedere un’utilitaria o un televisore.

Non è così. Coe si diverte a divertire il lettore con gli stereotipi degli anni Cinquanta, ma il messaggio sembra chiaro. Il 1958, come il 1989 o il 2013, è un anno con le sue luci e le sue ombre. Se oggi i più anziani provano nostalgia per gli anni Cinquanta, non è perché quegli anni erano migliori, ma perché loro erano migliori: più giovani, più sani, più forti; i sogni dell’adolescenza non ancora fatti a pezzi dalla realtà, e l’intima convinzione di poter ancora cambiare il proprio destino senza eccessivi sforzi; l’albero delle possibilità che spiega tutti i suoi rami. Il passato inganna perché la memoria inganna. Proprio come l’Expo 58, dove si costruiscono edifici, e interi villaggi, finti. Da smontare quando non servono più.

«Inizio a diventare vecchio, e mi ci sono voluti molti anni per capire quant’è difficile la ricerca della propria identità, e quanto indietro nel tempo si debba andare. Noi non siamo mutati dalle sole circostanze, ma anche determinati dalla genetica, dalla natura della nostra infanzia, dai rapporti giovanili con i nostri genitori – spiega Coe – Ho iniziato a esplorare questi temi con il romanzo “La pioggia prima che cada”, e in questo libro, “Expo 58”, non ho fissato dei confini precisi. Non è come un dipinto delimitato da una cornice, i margini della storia sono abbastanza annebbiati. Nel romanzo si scopre qualcosa di più sulla madre di Thomas, alla fine si sa qualcosa anche sul futuro del suo matrimonio. Si tratta di piccoli spazi che sto lasciando a me stesso qualora volessi tornare a scrivere di questa storia, per esplorare con maggior dettaglio. O magari no, lo deciderò in futuro».

“Expo 58” ha un che di piacevolmente nebuloso anche per il suo essere una spy comedy. E in effetti gli anni Cinquanta furono segnati dalla fascinazione per una spia, James Bond, che sarebbe poi diventato l’emblema della britannicità. «Ho visto molti film di spionaggio, che hanno avuto più influenza dei romanzi di spie sulla stesura di “Expo 58”. Non ho voluto essere troppo realistico, il libro doveva riflettere il carattere illusorio degli edifici e dei padiglioni dell’Expo 58. Ho capito che si trattava di un’opportunità per essere giocoso, indulgere in qualche fantasia. Mi sono ispirato ai miei film di spionaggio preferiti, e in particolare quelli di Hitchcock».

Con una differenza: nei film di Hitchcock il cattivo era un criminale. In questo libro è il tempo. E purtroppo non lo si può arrestare.

Twitter: @giorgiocatania

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