Il mantra di Letta a Cernobbio: «Nessuna crisi»

Il totem della stabilità

CERNOBBIO – Nessuna crisi, nessuna instabilità. O meglio, l’instabilità ha costi drammatici sul governo quindi è tabù anche solo immaginare strade alternative a questo esecutivo. «Non mi farò bloccare dai veti». È questo il mantra ripetuto dal governo guidato da Enrico Letta in riva al lago di Como in occasione del Workshop Ambrosetti: il totem della stabilità. Fra ministri, viceministri e sherpa, l’opinione è univoca: non ci sono terremoti all’orizzonte. I guai giudiziari di Silvio Berlusconi non preoccupano, le tensioni sui mercati finanziari sono quasi del tutto fugate, le prospettive di crescita economica sono in miglioramento. «Non ha senso essere negativi, molto è stato fatto», dice Corrado Passera a margine dei lavori del forum. Strategia analoga per l’attuale esecutivo. I dubbi sulla veridicità di queste affermazioni restano. 

A furia di ribadire che tutto va bene, c’è forse la speranza che qualcuno ci creda. Lui, Letta, lo ha ammesso candidamente. «I giornalisti stranieri mi fanno quasi tutti domande sul terremoto permanente della politica italiana», ha detto durante i lavori del workshop. Fra questi, uno dei più feroci è Ambrose Evans-Pritchard, la penna finanziaria del Telegraph che almeno una volta al mese preconizza la fine dell’euro. «Il clima è mutato, l’instabilità sembra essere fugata, ora bisogna pensare a innovare l’Italia», dice un finanziere estero presente a Cernobbio. Stesse parole di Letta, ma con un distinguo fondamentale: «Se Roma sta meglio il merito è della Banca centrale europea (Bce), non tanto del governo di Mario Monti o di quello attuale». Un concetto che è ormai chiaro a qualsiasi investitore internazionale che senza il lancio delle Outright monetary transaction (Omt) lo scenario intorno all’Italia sarebbe stato ancora dominato dall’incertezza.

Cosa è cambiato negli ultimi tre mesi? Secondo Enrico Letta tantissimo. Secondo gli imprenditori e i banchieri presenti al forum, un po’ meno. Che la credibilità del Paese sia migliorata, è fuori discussione. Che la congiuntura macroeconomica abbia virato in positivo, idem. Rimangono i problemi di fondo, gli stessi che da vent’anni affliggono l’Italia. La competitività è ancora inadeguata, il gap sul fronte della concorrenza con gli altri Paesi è irrisolto, la restrizione del credito sul versante finanziario è elevato, le riforme languono, i venti di crisi politica soffiano e dominano la scena. Eppure, qualcosa di buono c’è. Una delle misure più gradite, affermano in coro, è lo sblocco dei fondi per il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione. «I soldi si stanno vedendo, questa è la grande novità», afferma uno dei presenti. Chiaro il riferimento ai circa 7 miliardi di euro liberati pochi giorni fa, che così portano il totale dei fondi liberati nell’anno in corso a quota 17,9 miliardi di euro. Non solo.

Uno dei più acclamati a Villa d’Este è stato il ministro delle Finanze Fabrizio Saccomanni. Il numero uno del Tesoro ha parlato a lungo con la stampa, specie a margine dei lavori, cercando di placare le acque sul fronte dei conti pubblici. Secondo Saccomanni lo sforamento del tetto del 3% del rapporto deficit/Pil non è previsto per l’anno in corso. «Tutto è sotto controllo. L’Europa lo sa e sa che l’Italia è tornato a essere un Paese virtuoso», ha sottolineato il ministro. Con l’uscita di Roma dalla procedura d’infrazione per deficit eccessivo aperta dall’Ue nel 2009 si è voluto rimarcare, specie verso gli euroscettici internazionali, che l’Italia ha fatto i compiti a casa.

Ma è davvero così? La situazione italiana è realmente migliore rispetto al recente passato? Guardando i fondamentali macroeconomici e lo stato dell’arte delle riforme messe in campo, lo scetticismo è forse il sentimento più comune. Se è vero che un barlume di ripresa si sta palesando, è altrettanto vero che il debito pubblico resta a livelli record, oltre i 2.000 miliardi di euro, e la produzione industriale rimane di gran lunga sotto i livelli pre-crisi. Inoltre, come fa notare uno dei banchieri presenti a Cernobbio, «prima che il credit crunch finisca ci vorrà ancora molto tempo. Forse si tornerà a erogare credito in termini ottimali dal 2015». Questo perché il sistema bancario italiano si è imbottito di titoli di Stato al fine di sostenere il Paese nel periodo più nero della sua crisi, fra l’ultimo trimestre 2011 e il primo del 2012. E poi, ci sono i due round di rifinanziamenti a lungo termine (Long-term refinancing operation, o Ltro) condotti dalla Bce nello stesso intervallo temporale. Le banche italiane non hanno ancora rimborsato del tutto tali operazioni e questo tema, unito alla futura introduzione delle norme contabili di Basilea III, sarà uno dei più discussi nella prossima primavera. Assieme, chiaramente, ai 260 miliardi di euro che, sotto forma di crediti dubbi, pesano sul sistema italiano. Un macigno con il quale il governo Letta dovrà fare i conti.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

Twitter: @FGoria

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