Il Pd è sempre di più un partito senza agenda politica

Le poche decisioni dell’assemblea

Quando la politica latita, i numeri si prendono la rivincita. Il Pd in tutte le sue componenti, Renzi compreso, ha perso sei mesi o più a discutere di regole, portando alla nausea elettori e osservatori. Mentre la situazione del paese si fa sempre più difficile, e lo stesso governo è costretto a ridimensionare il suo precedente ottimismo, mentre le larghe intese scivolano sempre più verso la contrapposizione elettorale, il Pd si arena nella impossibilità di risolvere l’impasse regolamentare. Nell’Assemblea del 20-21 sembrava che si fosse raggiunto un faticoso accordo; ma è bastato un circoscritto dissenso (quello di un’inedita accoppiata bindiani-veltroniani puristi) per farlo saltare: troppo risicati i numeri delle presenze in Assemblea, nella quale si richiede un quorum elevato per cambiare lo statuto.

Ora naturalmente fioccano i retroscena, più o meno verosimili. Ma anche se davvero sono stati lettiani e bersaniani a fare mancare i numeri, il risultato è per loro una mezza sconfitta: intanto la norma statutaria che prevede l’automatismo della coincidenza tra segretario e candidato premier è rimasta, e non sarà facile farla saltare. Dall’altra parte, per Renzi una mezza vittoria: è rimasta quella norma a cui lui teneva molto, ma si apre il rischio che la Direzione, col pretesto dei tempi troppo stretti, tenti il colpo di mano del rinvio del congresso.

Va detto, per capire meglio l’imbroglio, che nell’accordo saltato c’era anche una accelerazione dei tempi del congresso, ottenuta semplificando le procedure.

Dunque una mezza vittoria e una mezza sconfitta. Che sommate fanno il disastro. Disastro di un partito che si mostra non solo diviso, ma incapace di arrivare a una decisione; non solo politicamente bloccato, ma preda del caos organizzativo. Un partito in cui i massimi dirigenti, dal segretario alla presidenza dell’Assemblea, non sono neanche in grado di assicurare le presenze necessarie per prendere delle decisioni. Ora c’è solo da sperare che questi dirigenti rinsaviscano in fretta, prima della prossima Direzione. Ma è una speranza disperata. Più probabilmente la Direzione sarà il teatro di uno scontro sanguinoso sui tempi. Che, naturalmente, è motivato dalla scelta di salvaguardare il governo, oppure da quella di ridare rapidamente una guida e una direzione di marcia al partito. Sono due opzioni che normalmente non dovrebbero essere in contraddizione, ma oggi tendono ad esserlo. Una contraddizione che viene usata strumentalmente da chi farebbe di tutto pur di ostacolare l’avvento di Renzi alla segreteria, senza preoccuparsi se del Pd restano solo macerie.

Uno spettacolo deprimente; ma per favore risparmiateci le solite lamentazioni sui personalismi e i soliti appelli all’unità. Quel che manca non è l’unità, che comunque in un partito complesso può essere solo il risultato di uno scontro politico. Quello che manca è la politica. Il confronto tra diversi progetti politici, che ci sono ma non si dispiegano in tutta la loro portata. Eppure un inizio di discussione vera c’è stata in assemblea, con gli interventi di Cuperlo e di Renzi; l’uno piuttosto retorico, l’altro piuttosto metodologico, però una distinzione chiara è apparsa nell’analisi della crisi. Che per Cuperlo è crisi della destra, a cui il Pd non ha saputo dare una risposta adeguata; per Renzi è una crisi anche della sinistra, che deve partire dal riconoscere i limiti della propria azione politica e di governo se vuole ritornare forte e convincere gli elettori. Sono due analisi molto diverse che potrebbero dare origine a due diverse agende politiche.

Questo dobbiamo chiedere, questo dobbiamo aspettarci dai candidati: le loro agende politiche, non discorsi fumosi o soltanto polemici. Le norme statutarie sono importanti, ma non possono sostituire la politica. Possiamo sperare che il Pd chiuda rapidamente questa pagina infelice e dia spazio al confronto politico tra i candidati?

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