Il Pd siciliano ha staccato la spina a Rosario Crocetta

Si dimetteranno i 4 assessori democrat

Non esiste più una maggioranza a Palazzo dei Normanni, sede del Parlamentino siciliano. In una direzione regionale infuocata il Pd siciliano ha staccato la spina a Rosario Crocetta. «Noi non ci riconosciamo più nell’azione del governo Crocetta. Non ci sentiamo più vincolati a sostenere l’azione di un governo che sta commettendo gravi errori che si ripercuoteranno sui siciliani». Dalla fantomatica abolizione delle province al nodo precari della pubblica amministrazione, i democratici dell’isola criticano l’operato del governo regionale. Il dado è ormai tratto. E all’hotel San Paolo Palace di Palermo, sede classica per le direzione dei democratici, la relazione del segretario regionale Giuseppe Lupo confina all’angolo il governatore «rivoluzionario» Crocetta. Perché fino ad oggi «abbiamo assistito a una deriva personalistica. Il cambiamento è un dato strutturale, non effimero».

A maggioranza quasi assoluta, solo sette componenti della direzione si sono opposti, il «caminetto» siciliano approva la dura relazione del segretario regionale Giuseppe Lupo: «Il presidente Crocetta ha fatto anche questo, l’ha buttata in rissa, facendo passare il messaggio che il Pd fosse interessato alle poltrone. Non ci sentiamo quindi rappresentati in giunta dagli assessori in quota Pd. Prendano loro le decisioni conseguenti, sapendo che non rappresentano più il partito nell’esecutivo. Da adesso valuteremo provvedimento per provvedimento e atto per atto». In sintesi il governatore Crocetta dovrà conquistarsi volta per volta il sostegno, e gli assessori in quota Pd, che sono quattro, dovranno rassegnare le dimissioni.

È da settimane che il Pd chiede un cambio di passo, che non c’è stato. Raccontano insider di Largo del Nazareno, che la decisione sarebbe stata presa durante l’assemblea nazionale del Pd, quando durante una pausa il capogruppo Antonello Cracolici avrebbe concordato l’ipotesi di uscire dal governo Crocetta insieme a Stefano Fassina e a Guglielmo Epifani. Del resto, ripetono ormai da giorni dirigenti democrat, «il presidente Crocetta non ha mai risposto al nostro appello, e ha continuato a presenziare su La7 e a convocare conferenze stampa». Punto.

Come lamenta a taccuini chiusi un membro della direzione, «a luglio scorso in un documento approvato dalla medesima direzione chiedevamo una verifica sull’azione di governo, e sul rafforzamento della maggioranza». Una maggioranza che nel corso dei mesi si è sempre più sfilacciata, perdendo per strada, durante il viaggio «rivoluzionario», il sostegno del Movimento Cinque Stelle, il gruppo parlamentare più folto in Assemblea, composto da 15 parlamentari. E anche con il gruppo di Casini, big sponsor di Crocetta in occasione delle elezioni regionali, il rapporto si è logorato sempre più con il decorrere del primo anno di legislatura. Del resto, come fanno notare a Linkiesta, «Crocetta ha proseguito per la sua strada, pensando a sé stesso, a Lumia, governatore ombra della regione, e al Megafono».

Già, il Megafono, il movimento crocettiano è stato una delle cause scatenanti della fine della liason fra la galassia democratica e il governatore. È persino intervenuta la commissione nazionale di garanzia di Largo del Nazareno sbattendo la porta in faccia al governatore e affermando che «i dirigenti e gli eletti del Megafono non possono essere iscritti al Pd». Ma Crocetta ha portato avanti il progetto del Megafono, organizzando lo scorso weekend in quel di Catania (addirittura) una festa ad hoc per il suo movimento, e continuando ad attaccare il Pd che in più di un’occasione è arrivato a definire «il Partito degli scandali». E oggi ha disertato la direzione minimizzando: «ll problema sono le poltrone. Io non mi faccio condizionare». 

Ma adesso cosa succederà? In via Bentivegna, sede regionale del Pd, sembrano non voler compiere passi indietro: «La nostra azione e quella del governo saranno separate, valuteremo ilprovvedimenti di volta in volta». Del resto, continua un parlamentare regionale, «noi alcuni provvedimento come ad esempio l’addizionale Irpef li abbiamo appresi a giochi fatti. Per quale motivo dovremmo continuare a sostenere Crocetta?». E la delegazione in giunta in quota Pd? Sono quattro gli assessori che da stasera dovrebbero chiudere gli scatoloni ed abbandonare Palazzo d’Orleans. Luca Bianchi, vice direttore dello Svimez e voluto fortemente da Stefano Fassina per vigilare sui conti siciliani, Nino Bartolotta, con delega alle Infrastrutture, sponsorizzato dal plenipotenziario messinese Francantonio Genovese, Mariella Lobello all’Ambiente, e Nelli Scilabra alla Formazione. Sui primi tre, dirigenti e parlamentari Pd, non hanno dubbi: «Nel giro di qualche ora lasceranno gli assessorati». Sulla Scilabra grava il fortissimo rapporto con il governatore Crocetta: fu lui di concerto con Lumia a spingere per l’ingresso in giunta. Tuttavia, c’è chi sostiene, che anche “Nelli” abbandonerà l’assessorato «se volesse puntare ad una candidatura futura alla Camera o alla Regione fra le fila del Pd».

Ma la crisi siciliana giunge fino a Largo del Nazareno, sede nazionale del Pd. Nessun dirigente nazionale ha rilasciato dichiarazioni sull’affaire Sicilia. A Roma si ritiene che i deputati siciliani ragionino e nelle prossime ora rientrino in maggioranza. Del resto, afferma un renziano, «cosa vuoi che sia l’uscita del Pd dal governo Crocetta rispetto ai casini che abbiamo all’interno del Pd sul congresso, e rispetto al governo traballante di Enrico Letta?». E se da Montecitorio «certamente» si esclude che la crisi siciliana non possa influire sugli equilibri del governo Letta. Il capitolo congresso è un discorso a parte. Perché, spiegano a Linkiesta, «la Sicilia è fra le prime regioni per numero di delegati all’Assemblea nazionale. E il futuro segretario dovrà vincere qui per potersi assicurare la vittoria».

Twitter: @GiuseppeFalci 

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Linkiesta Paper Estate 2020