La crisi italiana non è più di moda a Cernobbio

Il workshop Ambrosetti

CERNOBBIO – «L’Italia? Non è più in cima all’agenda delle emergenze». Così commenta a caldo un banchiere presente al trentanovesimo workshop Ambrosetti. Parole che trovano un fondo di verità, specie ascoltando gli umori degli addetti ai lavori. Il consueto carosello di finanzieri, banchieri, imprenditori e guru globali ha più timore per le tensioni geopolitiche che per lo stato dell’economia italiana. Questo non deve però trarre in inganno: i problemi del Paese c’erano e ci sono ancora, soprattutto sul fronte delle riforme.

A dominare la scena della prima giornata del workshop Ambrosetti sono due temi su tutti. Da un lato la crisi che sta vivendo la Siria e le possibili ripercussioni a livello geopolitico, ma anche macroeconomico. Dall’altro il continuo ribilanciamento delle economie emergenti, specie dopo un G20 che ha visto la nascita di ulteriori divisioni con i Paesi sviluppati. I possibili shock energetici derivanti dall’acuirsi del conflitto in Siria possono avere un impatto significativo sull’intera ripresa globale. Ma c’è di più. Dato che la congiuntura della zona euro rimane subordinata a diverse variabili, capaci di minarne la solidità, sarà cruciale comprendere (e coordinare) le varie politiche monetarie mondiali. Per questo i Brics stanno tentando di mettere in piedi un sistema di protezione dal tapering della Federal Reserve, ovvero il graduale ritiro della liquidità erogata tramite il Quantitative easing negli ultimi cinque anni.

Sono lontani i tempi in cui l’Italia era il sorvegliato speciale del gotha finanziario internazionale. È facile ricordarsi l’edizione del 2011, quando Mario Monti era visto come il deus ex machina capace di risolvere i ventennali problemi del Paese, nel pieno dell’emergenza sui mercati obbligazionari mondiali. Proprio a Cernobbio avvenne la sua investitura ufficiosa come presidente del Consiglio, ancora prima che il differenziale di rendimento fra Btp decennali e Bund tedeschi di pari entità arrivasse al suo massimo, 575 punti base, a novembre. Già nel Cernobbio di due anni fa si parlava di un possibile intervento del Fondo monetario internazionale (Fmi) in sostegno dell’Italia. Il timore della caduta della terza economia continentale era reale, nonostante si sapesse che Roma era (ed è) troppo grande per essere salvata e troppo grande per fallire.

Discorso analogo per l’edizione dello scorso anno. Dopo un’estate passata a discutere del rischio di convertibilità dell’euro, fu solo il lancio delle Outright monetary transaction (Omt) da parte della Banca centrale europea (Bce) a mitigare le paure di un collasso dell’eurozona. Rimanevano però i problemi di fondo dell’Italia, persa fra riforme mai fatte o compiute a metà. Tematiche che ancora oggi sono evidenti, ma che non rappresentano una minaccia nel breve termine. «Per l’anno in corso e per il prossimo i conti pubblici italiani sono in ordine», dice un banchiere statunitense presente a Villa d’Este. Non ci sono preoccupazioni nemmeno in caso di una seconda ristrutturazione del debito sovrano della Grecia, sempre più probabile e attesa per il 2014. «Per dirla in poche parole, l’Italia è sotto controllo, anche in caso di una crisi di governo», continua il banchiere. Il tutto nonostante non siano state adottate tutte le riforme strutturali richieste da Commissione europea e Fmi negli ultimi due anni e sulle banche italiani pesino circa 260 miliardi di euro di Non-performing loans (Npl), crediti dubbi.

Ora lo sguardo è altrove. «Il sentore è che non ci sia più una reale emergenza nel breve periodo – dice a Linkiesta un banchiere asiatico presente ai lavori – In ogni caso, ci sarà la Bce a monitorare la situazione». Del resto, sono ancora valide le parole di Mario Draghi pronunciate a Londra il 26 luglio 2012, secondo cui l’Eurotower avrebbe fatto qualunque cosa per preservare l’euro. Di contro, oggi fa paura lo scontro in corso fra Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica) e resto del mondo. «Ci sono incognite che non possono essere sottovalutate, come l’espansione creditizia in Cina e le difficoltà industriali del Brasile», afferma il banchiere. Alla luce di ciò, è facile immaginare come mai la crisi dell’area euro non sia considerata, almeno per ora, come una delle priorità.

Restano ancora incerte le prospettive di crescita per l’eurozona. E proprio di questo si parlerà nella giornata di domani. La palla sarà nelle mani del direttore generale del Fmi, Christine Lagarde, che dovrà convincere gli investitori asiatici che la ripresa globale non è a rischio, specie prendendo in considerazione il lungo percorso che l’area euro dovrà affrontare per uscire dalla peggiore crisi della sua storia. Non sarà un compito facile.

fabrizio.goria@linkiesta.it

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