“Sacro GRA”, così ho scoperto una Roma sconosciuta

Intervista a Nicolò Bassetti

Da un’idea del paesaggista e urbanista Nicolò Bassetti, nasce Sacro GRA, il primo documentario italiano, vincitore del Leone d’Oro di Venezia, (uscirà nelle sale il 26 settembre), primo tassello di un progetto che promette altre sorprese. «Il GRA (Grande raccordo anulare) è un contesto, di storie vere, dove gli attori giocano a essere se stessi e dove si parla di tutto, meno che del raccordo, e il documentario è solo una parte di un progetto a cui lavoro da tempo», spiega Bassetti, nato a Milano nel 1961 e trasferitosi a Roma dopo 40 anni, dove comincia a camminare intorno al GRA.

Come nasce l’idea di un milanese di fare un film sul Grande Raccordo Anulare di Roma?
Prima è nata l’idea, solo dopo aver raccolto il materiale ho pensato al film, che è parte di un progetto più ampio. Quando mi sono trasferito a Roma nel 2001, non facevo che perdermi, nelle sue strade intricate, nelle sue diversità, nel suo convivere di epoche diverse, nella sua storia, nella sua cultura, nelle sue fantasie. Per professione mi occupo di identità e memorie dei luoghi, il mio perdermi nei siti meravigliosi della città era un’esperienza piacevole ma sempre ricongiungibile a un’identità precisa. Il GRA invece era l’unico luogo a Roma dove questo non mi succedeva, non trovavo omogeneità nei territori che lo circondano, non esiste un’identità riconoscibile e questo mi ha attratto. Non sono luoghi facili da capire, per questo ho deciso di perdermi nel GRA.

Com’è iniziato il viaggio?
Per prima cosa ho fatto un po’ di ricerche e ho trovato un saggio di Renato Nicolini, Una macchina celibe, che ha acuito la mia inquietudine verso questo luogo assurdo, nel quale non riuscivo a raccapezzarmi. Ogni volta che percorrevo quel lungo tratto di strada che, secondo il saggio era stato costruito per organizzare la mobilità della città, diventandone invece una forma di paradosso, avrei potuto girarci intorno tutta la vita per cercare di capirlo. Così una mattina mi sono messo uno zaino in spalla e per venti giorni ho zigzagato tra i territori limitrofi ai suoi settanta chilometri di percorribilità, camminandone circa trecento, alla scoperta di questo mistero.

Cos’hai trovato, qual è stato il primo impatto?
Ho trovato una Roma assolutamente sconosciuta, una realtà cinetica, inscritta in una città abusiva. Un agglomerato di pezzi di città e quartieri frutto di due diversi tipi di pianificazione pubblica degli anni ’70, entrambe fallite, entrambe dirigiste e in competizione tra loro. Una, figlia della cultura democristiana (legata allo stato centrale, allo IACP e all’importazione dei modelli nordeuropei), ha generato il Corviale, il Laurentino 38, Torrevecchia. L’altra, vicina alla cultura comunista e incentrata sull’evoluzione in chiave sociale dei modelli locali, ha dato origine a quartieri come Tor Bella Monaca. Ho visitato i palazzi uno a uno, camminando in realtà sconosciute, raccogliendo testimonianze, foto, registrazioni. Ho conosciuto persone così diverse tra di loro, che hanno confermato la mia percezione della disomogeneità del luogo. A volte dormivo in un motel, a casa del pastore, in camere a ore, a volte tornavo a casa. Non sono posti facili. Gli incontri sono delle vere avventure, e ci sono stati anche momenti di panico, come quando mi sono ritrovato in una casa di tufo abitata da inquilini provvisori con addosso una muta di cani aggressivi. In quei venti giorni ho fatto quindici tappe raccogliendo moltissimo materiale e documentato le prime storie.

Com’è strutturato il tuo progetto?
Il mio progetto iniziale dopo il viaggio era quello di realizzare una pubblicazione. Tutte le storie sono state raccolte in un libro che ho realizzato con Sapo Matteucci e che presto avrà un nome. Tutte le foto e il materiale raccolto saranno invece esposti in febbraio in una mostra, che curerò personalmente e che esporrà foto di Massimo Vitali e dei fotografi emergenti della sua bottega. L’idea del film è nata solamente dopo il viaggio, dopo la raccolta di tutto questo materiale, quando un’amica, Lizi Gelber, che fa la editor a Parigi, mi ha suggerito di proporre un documentario e ci siamo trovati insieme a cercare e poi a scegliere Gianfranco Rosi. All’inizio non sembrava molto persuaso, ma una volta solcate le porte di questo luogo illogico, dopo avergli mostrato le realtà che avevo conosciuto, ha capito il progetto e si è appassionato profondamente. Mi dice sempre che l’ho fatto innamorare del GRA! Il GRA è un posto agorafobico e quando Rosi ha iniziato a coglierne l’essenza, ha cominciato a muoversi solo, ampliando la selezione dei personaggi e delle esperienze vissute. Siamo sempre stati insieme, soprattutto all’inizio, ma in seguito Gianfranco si è preso dei periodi importanti per stare solo, per entrare in intimità con le persone, con le loro diverse condizioni esistenziali. È la sua forma di lavorare, senza la quale non avrebbe potuto scegliere i personaggi per il film. Lui ha seguito me e io poi ho seguito lui.

Quali speranze o delusioni da quest’esperienza?
Le speranze vanno soprattutto al progetto, perché ha aperto una breccia sul fatto che si possono raccontare storie reali vere, con garbo, senza forzare provocazioni o situazioni esagerate. I personaggi del Sacro Gra hanno recitato la parte della loro vita, mostrandoci la loro quotidianità, la loro esistenza, senza che gli chiedessimo di fare o dire nulla. Tutto il documentario è stato fatto con grande rispetto delle vite che abbiamo incontrato, non a caso Bertolucci ha affermato che questo «è un film francescano», riferendosi proprio al rigore che abbiamo mantenuto nel rispetto dei personaggi, togliendo il voyeurismo, le provocazioni, per lasciare spazio invece all’essenziale, alla verità. I personaggi hanno interpretato il loro ruolo, la loro esistenza con dignità cinematografica, mostrando una parte poetica anche nelle situazioni più complicate. Non abbiamo forzato la mano. Per questo ne è uscito un vero e proprio documentario. Il libro sarà un racconto altrettanto spaesante, più ricco nella descrizione dei luoghi e dei personaggi, e con carattere narrativo.

E le delusioni?
Le delusioni non sono mancate. In anni di lavoro al Progetto Sacro Gra l’attenzione e l’interesse delle istituzioni, salvo qualche rara eccezione, sono stati scarsi. Il nostro è un film realizzato con un budget molto ridotto, ci hanno lavorato pochissime persone e ognuno ha ricoperto più ruoli, mischiando aspetti creativi e produttivi. Ma dalle 20.15 di sabato scorso, momento in cui Bertolucci ha annunciato con la sua splendida “erre” il vincitore, e Rosi ha preso il Leone in mano, lo scenario è cambiato. La speranza è che il premio possa dare un nuovo impulso all’intero progetto.

Twitter: @Ginivis