Se l’Europa rimane quella di Barroso non maturerà mai

Il discorso sullo stato dell’Unione

«Siamo tutti sulla stessa barca». È questa forse la frase che più testimonia l’attuale condizione dell’Unione europea. A pronunciarla è stato José Manuel Barroso nel consueto discorso sullo stato dell’Ue. Parole che testimoniano quanto sia ancora lungo il percorso di riforma sia dell’Europa sia dell’eurozona. Ma le frasi di Barroso sono anche la prova del clima di tensione fra Stati membri e Bruxelles. Un clima che può rallentare il barlume di ripresa economica che si sta palesando.

La divisione nell’Europa è sempre maggiore. Da un lato ci sono le istituzioni comunitarie, che difendono il loro operato lungo la crisi. Dall’altra i governi, considerati da Barroso l’origine delle malversazioni dell’eurozona. Il passaggio chiave di questa discussione sancisce una rottura profonda. «I veri errori non sono le politiche europee ma quelli dei governi che poi amano nazionalizzare i successi ed europeizzare i fallimenti», ha detto Barroso. Chiaro il riferimento a quei Paesi, come l’Italia, che tanto hanno promesso e poco hanno mantenuto. Ma è limpido anche il rimando ai vari bailout di Irlanda, Portogallo, banche spagnole e, soprattutto, Grecia. Proprio su Atene il presidente della Commissione Ue ha ribadito che senza il sostegno dei partner europei la Grecia sarebbe stata insolvente. Anche in questo caso, la colpa delle sofferenze elleniche sono, secondo Barroso, da ricondurre a ragioni interne: «La Grecia non è vittima dell’Ue, piuttosto è vittima del comportamento irresponsabile dei governi che si sono succeduti dal 2009 a oggi». Un concetto che ha un fondo di verità, specie considerando il progresso dei due programmi di salvataggio da 240 miliardi di euro complessivi con cui è stata salvata la Grecia. E serviranno altri soldi, come ha detto oggi Commerzbank e come ha ribadito, senza troppi voli pindarici, il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem. «I problemi della Grecia non saranno risolti prima della fine del 2014», ha detto Dijsselbloem. Una frase che rappresenta l’inizio della discussione sul terzo piano di salvataggio, che per le banche d’investimento arriverà nel corso del prossimo anno.

Eppure, l’Europa ha le sue colpe. In primis nel riconoscere la gravità della crisi di fiducia dei mercati finanziari una volta scoppiato il bubbone ellenico. Solo con l’emersione del rischio di convertibilità dell’euro, fra 2011 e 2012, c’è stata la spinta propulsiva necessaria per mettere una pezza a una situazione che stava diventando esplosiva. Ma il merito, come riconosciuto in modo unanime dagli operatori finanziari, è della Banca centrale europea (Bce) di Mario Draghi. Prima con il discorso del “Whatever it takes” del luglio 2012, con il quale ha dato un messaggio chiaro all’universo della finanza, rimarcando che la Bce avrebbe fatto qualunque cosa per preservare l’integrità dell’euro. Poi con il lancio delle Outright monetary transaction (Omt), le operazioni di mercato aperto con il quale l’Eurotower potrà comprare sul mercato secondario i bond delle nazioni in difficoltà. «Senza Draghi l’euro sarebbe morto», faceva notare un paio di mesi fa Ray Dalio, numero uno di Bridgewater, uno dei maggiori hedge fund globali.

Di contro, i mercati finanziari hanno ancora paura del bizantinismo politico dell’Ue. È ancora nella mente di diversi operatori il disastro compiuto dall’Eurogruppo nei confronti di Cipro nello scorso marzo. Quando cioè fu introdotto il bail-in. «Il perfetto esempio di un meccanismo comunicativo del tutto sbagliato», commenta un trader di Société Générale. Preoccupa il sentiero che deve portare all’unione bancaria, considerato uno dei pilastri della nuova Europa. «Possono esserci diversi ritardi, le partite da giocare sono ancora molte», dice un altro trader, questa volta del Credit Suisse. Su questo versante, sarà cruciale il prossimo anno. La discussione sarà soprattutto sul Single resolution mechanism (Srm), il meccanismo di risoluzione bancario che comprende anche il bail-in usato a Cipro.

A impensierire Bruxelles sono le elezioni europee, che si terranno nella primavera del 2014. La crescente incertezza sulla crisi della zona euro, unita al sentimento di intolleranza sempre maggiore verso le istituzioni comunitarie, rischia di essere il punto di rottura dell’Ue. Non è un caso che Barroso si sia rivolto ai deputati del Parlamento Ue spiegando loro, in modo esplicito, che la legittimità dell’Ue è in pericolo. Ha chiesto unità e coesione per gli obiettivi comuni, pur dimenticando l’eterna divisione fra Parlamento e Commissione, le due anime dell’Europa.

Sull’onda della scia populista e anti-europeista vanno anche le critiche verso Barroso. L’attuale presidente della Commissione Ue è considerato come un politico con poco mordente e troppo ottimista. Dagli scranni del Parlamento europeo sono piovute tante critiche al discorso di oggi. Una delle più marcate è stata quella di Guy Verhofstadt, primo ministro del Belgio fra il 1999 e il 2008. Su Twitter, Verhofstadt ha accusato Barroso di non aver tracciato una linea ben definita su come uscire dalla peggiore emergenza che l’eurozona ricordi. «La crisi non è finita. Abbiamo toccato il fondo, ma stiamo entrando in un periodo di stagnazione», twitta Verhofstadt. E come lui, tanti altri parlamentari hanno ribadito come Barroso abbia raccontato una storia diversa dalla realtà. Lo scollamento delle istituzioni Ue da ciò che avviene è ormai consolidato.  

fabrizio.goria@linkiesta.it

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