«Così abbiamo creato Irpileaks, la Wikileaks italiana»

Un progetto dell'Irpi

Da oggi il giornalismo investigativo italiano ha un’arma in più. Parte una nuova piattaforma di whistleblowing, la prima realizzata interamente da un team italiano. Si chiama IRPIleaks e porta la firma dell’Investigative Reporting Project Italy, che allo sviluppo del progetto ha dedicato mesi di lavoro attraverso un team di cinque persone coordinato da Lorenzo Bodrero.

IRPIleaks permette a chiunque di trasmettere ad un team di giornalisti informazioni utili allo svolgimento di un’inchiesta restando, al contempo, anonimo e irrintracciabile. Il portale combina la tecnologia Globaleaks (che, tra le altre cose, cancella i leak automaticamente dopo un tot di giorni) con il software di comunicazione anonima The Onion Router (TOR), gestito oggi da un’associazione senza scopo di lucro, The Tor Project.
 

«Lo scopo è quello di garantire la consegna anonima di documenti alla nostra squadra di giornalisti d’inchiesta»

 racconta Cecilia Anesi, co-fondatrice di Irpi, a Linkiesta. «Nella pratica significa garantire l’anonimità e la protezione della fonte, invogliare sempre più persone a vivere in maniera attiva e non rimanere indifferenti di fronte a problemi, ingiustizia e crimini». Il tutto, però, senza la pretesa di sostituirsi all’autorità giudiziaria. «Ci impegniamo semplicemente a garantire quel giornalismo che gli anglosassoni definirebbero “The Fourth Estate”, quel cane da guardia della democrazia che – se aiutato anche dalle segnalazioni delle persone comuni – può dare un suo contributo nel migliorare una società sempre più alla deriva», aggiunge Anesi.

Segreti e soffiate che aiutino a procedere nello svolgimento di un’inchiesta, a rivelare una verità, a scoprire le infiltrazioni della criminalità nella gestione del potere, a smascherare corruzioni, collusioni e altri reati. Il progetto è italiano, ma non si rivolge soltanto agli italiani. È disponibile e operativa anche una versione in inglese  Tutti possono dunque denunciare senza dover temere alcuna ripercussione: «Non è solo una questione di omertà», spiega Cecilia, autrice del documentario. «C’e chi teme per la propria incolumità o quella della propria famiglia, o che semplicemente ha paura di perdere il posto di lavoro, quando la denuncia riguarda la propria azienda. Oppure si teme di essere discriminati.
 

In Italia, l’unico paese europeo con delle criminalità organizzate così radicate sul territorio, il pensiero di quello che potrebbe accaderci ci spinge a stare in silenzio». 

Il panorama del giornalismo d’inchiesta italiano, sempre più in difficoltà, ha dunque un motivo per sorridere. Al di là di poche eccellenze (programmi televisivi come Report, Presa Diretta e Piazza Pulita), di una manciata di giornalisti nei quotidiani nazionali e locali, e di centri come lo stesso IRPI, secondo Anesi, «regna il nulla». La stessa esistenza dell’Investigative Reporting Project Italy deve fare i conti, troppo spesso, con un muro di gomma: «Ultimamente abbiamo prodotto e stiamo producendo una serie di inchieste grosse, all’anglosassone, ma che trovano spazio – sembrerebbe – solo all’estero. Mandiamo le proposte alle principali testate italiane e rimaniamo appesi per settimane, perché, come ha recentemente detto un collega, “se si rompe un’unghia di Berlusconi non esiste più nient’altro”. Ecco, forse questa corsa giornalistica alla politica interna andrebbe rallentata, andrebbe ridotta. Perché c’è dell’altro, molto altro, che potrebbe essere pubblicato». 

Twitter: @valeriobassan

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