Dentro un party romano, nei giorni del Fiction Fest

Viaggio gonzo in una festa intellettuale

La scorsa settimana ero a Roma. Non ero mai stato a un party frequentato da gente del mondo dello spettacolo prima, ma come direbbe un prete alle prese con una chierichetta durante una pandemia legata al cromosoma y: «c’è sempre una prima volta».

Uno dei problemi di scrivere sotto pseudonimo è che, se finisci in un posto del genere, devi inventarti delle credenziali credibili e adesso so che passavo qua davanti e ho visto un sacco di fica non funziona granché.

Il massimo che potrete ottenere con un’entrée di questo tipo è un muto cenno di empatia da alcuni sceneggiatori sopra i 50 anni con gli occhiali con la montatura colorata. L’occhiale colorato, stando a quanto capirò più tardi, deve significare qualcosa come scrivo storie stucchevoli dove i buoni vincono sempre ma adoro il sesso sadomaso. Nulla mi toglie dalla mente che ci sia un legame fra le due cose, una specie di pulsione dell’universo al riequilibrio, come se da qualche parte a Roma nord succedessero cose turpi e inenarrabili per ogni scena in cui una giovane eroina stereotipata salva la vita ad un bambino e una nonna di Avellino si commuove davanti alla TV.

Sono arrivato alla festa in ritardo perché prima ero alla premiere di una fiction italiana. Il cast ha ripetuto la parola qualità con la stessa frequenza con cui ho pensato ehi, questa roba piacerebbe un sacco a mia madre. Uno fra me e loro doveva quindi necessariamente avere torto.

In realtà si trattava di un ottimo prodotto: se solo si fosse cambiata sceneggiatura, cast, regia, set, troupe, produzione e broadcaster sarebbe stato uguale a Breaking Bad.

Al rilancio in 3D di Boris ci ero andato con un mio amico produttore, ma lui alla festa non ci voleva venire: «Guadagno abbastanza per non andare ai party» mi ha spiegato con l’onesto minimalismo tipico di chi abita dal lato giusto delle banconote.

Così ho preso un taxi da solo. A bordo ho incontrato per la prima volta un autista romano nazifascista, ovvero l’idea che il resto d’Italia ha dei tassisti romani. Fino a quel momento, quando mi ero avventurato in zone della capitale la cui unica alternativa al taxi è il viaggio a dorso di cammello, avevo sempre trovato degli autisti simpatici, o mansueti fino all’imbarazzante.

Questo invece ha minacciato di morte un paio di tizi che gli avevano tagliato la strada, molestato due turiste ad un incrocio, fatto 10 minuti di monologo sugli zingari che ricevono le case agratisse e su quanto i tassisti siano la categoria più vessata e sfigata del pianeta
«Che se lei era un giornalista queste cose qua le doveva scrivere»
«Eh, infatti. Ma quelli sono tutti delle merde»
«Ma tutti, eh»
«Tutti, tutti» ho convenuto accarezzando voluttuosamente il tesserino nella tasca, mentre i miei occhi a fessura baluginavano nel buio.

Una cosa che amo dei romani, e il tassista nazionalsocialista non faceva eccezione, è che usano la locuzione come si dice a Roma in un modo che presuppone che nel resto d’Italia la gente si esprima a gesti, o che la nozione di “motto popolare” si disintegri subito fuori dal Raccordo Anulare. 

«Le stagioni non sono più quelle di una volta, come si dice a Roma»
«Guardi, anche se ne ignoro l’origine geografica di questa espressione posso garantirle che è correntemente utilizzata anche nell’italiano ufficiale»
«Vabbè sì come no, stia attento quando apre la portiera che c’è traffico, come si dice a Roma»

Alla fine sono arrivato alla festa. Non voglio dire che fossi a disagio ma ho visto pesci rossi agonizzare come maggior dignità su tappetini di pelo da bagno. In momenti come quelli instauro sempre un dialogo telefonico o immaginario con un’amica alla quale tendo ad appaltare le mie strategie lavorative. Questo perché si è dimostrata in grado di fornirmi consigli migliori della mia soluzione standard per gli incontri di lavoro che sarebbe: scappare urlando, arrampicarsi sulla piccola altura più vicina e fissare tutti con adolescenziale ostilità

La mia amica, che chiamerò con il nome di fantasia di Tessa (nessuno al mondo potrebbe veramente chiamarsi così), è laureata in economia e riesce a tenere in attivo un giornale web che, come è noto, è un compito con un gradiente di difficoltà che viene subito dopo “Risoluzione del conflitto israelo-palestinese” e subito prima di “Capire come si sentono i Club Dogo quando le indagini di mercato rivelano che il loro ascoltatore medio ha 13 anni”.

Devo dire che è molto abile e ha sempre la soluzione più giusta quando si tratta di soldi.

Io: «Mi hanno invitato a una festa del Pd a Gattatico di Reggio Emilia»
Tessa: «Rompi il telefono, brucia la sim e non avvicinarti alle cabine, possono sentirti»
«Mi hanno chiesto di andare a una convention sulle delocalizzazioni organizzata dalla lega giovani imprenditrici di Confindustria»
«Vai e ingravida»
«Ma sono di sinistra»
«Vai, ingravida e raccontale cose in cui non credi. Insomma tutto come sempre»

Ho pensato di chiamarla dato che, saputo che mi trovavo a Roma, un tizio mi aveva invitato ad una festa del mondo-dello-spettacolo-o-presunto-tale:
«Non puoi mancare Quit The Diner»
«Shasha The Diner è il mio cugino slavo»
«Basta che porti della Pelinkovac e fai una di quelle battute lì che fanno ridere»
«Bè, devi sapere che dal vivo sono esilarante quanto un governo di grande intese»
«Ecco una cosa così. Però divertente. Ah, oh: fredda la Pelinkovac mi raccomando Ritt, che se no tanto vale che prendiamo dell’Amaro del capo e ci pisciamo dentro»

Alla fine però non ho chiamato Tessa, perché ultimamente si è lamentata che la nostra amicizia è tutta a mio vantaggio. Non l’ho chiamata per questo motivo e perché la batteria aveva solo la tacca che usi per segnarti il nome della tipa il cui cognome scoprirai intrecciando l’unico amico che hai in comune con lei su tutti i social network del mondo compreso Google+.
Secondo Tessa io non sarei in grado di ricambiare le sue preziose consulenze con una altrettanto fredda analisi dei suoi problemi lavorativi. Lamentela che avrebbe mostrato tutta la sua insensatezza se solo avesse avuto il coraggio di seguire il mio consiglio di pagare i fornitori con i soldi del monopoli.

Per questo non l’ho chiamata, ma mi è risuonata ugualmente in testa la massima buddista che lei sfodera sempre nei momenti di massima ispirazione: «Vai. Cazzo te ne frega?»

Seguita dal suo solito commiato:  «Ora scusa ma devo permettere a dei giovani giornalisti di lavorare gratis in cambio di visibilità»
«Ehi ma non è gius…»
«Tim, l’utente da lei chiamato sta lucrando su quella che una volta era una professione dignitosa».

Una volta lì, ho incontrato quasi subito il tizio che mi aveva invitato.

«Ciao, Flip»
«Ehi!»
«Bè, niente Pelinkovac?»
«Me la sono dimenticata. Però ho dei biglietti della metro usati»
«No, non fumiamo più canne dai tempi in cui film italiani parlavano del mondo reale. Comunque, esilarante quel pezzo sui morti su facebook»
«Quale pezzo?»
«Quello con il pupazzo Uan»
«Quello è Zerocalcare»
«Ah. Bè, però quella cosa lì dell’avversativa reggae…geniale!»
«Quello è Makkox»
«Bè, però divertente anche quella cosa che non avreste votato la fiducia»
«Quello era Bondi. Vado a prendere da bere»
«Ciao, Zip»
«Cia’».

Come un party dovrebbe andare

Così ho compiuto due volte il periplo dell’intera festa. Nel farlo sono stato ignorato dalle giovani attrici e lumato con sguardo ninfomaniaco da una milf che forse una volta ho visto interpretare una suora o un medico o un medico-suora. Ho origliando gli attempati sceneggiatori con gli occhiali colorati dell’inizio scaldare i motori con strategie che non sentivo dalla prima liceo

«Ma dovete lasciare perdere queste inibizioni borghesi e aprirvi alla scoperta del vostro vero io…»

Frase che entra immediatamente in risonanza con le molecole che stimolano il bisogno di alcool e/o vagiti femminili in grado di impedire alle asperità del mondo di penetrare dentro le mie orecchie. Immagino che molte delle facce dei presenti dovrebbero dirmi qualcosa ma non ne riconosco nessuna con precisione, in compenso nessuno di loro mi chiede dove ho lasciato le rose e le orecchiette pelose. Un onesto pareggio fuori casa. 

Un bicchiere di vino bianco, e piombo come un falchetto con sembianze vagamente nordafricane e tuta di acetato sull’unica ragazza abbastanza carina nelle immediate vicinanze. Non fa l’attrice, ma, con una certa forzatura semantica realisticamente figlia di aspettative sociali vecchie di due decenni, è una sceneggiatrice anche se non ha ancora scritto nulla. In compenso lavora come autrice in un programma che si chiama Tutti si fanno le carezzette o qualcosa del genere.
«Ah certo, molto carino»
«Non è ancora andato in onda»
«Non di meno, il concept è geniale» borbotto masticando rumorosamente l’intero flute di cristallo insieme al cadavere delle mie speranze di orizzontalità.

Rimasto giustamente solo, bevo altri due bianchi e poi mi infilo in qualche altro capannello. Ascolto una donna citare Moretti: «Ho pensato: mi si nota di più se vengo o se non vengo?» con una genuina risata al sapore di xanax e domande senza risposta poste ad uno specchio. Osservo a lungo l’alacre sforzo generale di esprimere amicalità tentando di farne confluire i risultati nell’alveo del proprio interesse personale. Devo chiamare Tessa.

«Tim, l’utente da lei chiamato sta spiegando a un ventenne con la reflex che fare foto dovrebbe essere un piacere».

Cazzo. Mi fermo a fissare una ragazza di forse vent’anni vestita a metà fra la Lara Croft e il tipo di escort in autoreggenti che ordinerei se fossi ministro delle pari opportunità. Di Sel. Forse l’ho già vista, forse no ma in ogni caso è la tipica tizia con il piercing che finisce per fare il ruolo della “giovane alternativa con cane” negli sceneggiati sbirri di canale 5 prima di essere promossa a “eroica mamma abbandonata a se stessa” in un film di sinistra e concludere la carriera acclamata per la emozionanti interpretazioni di “una borghese isterica” che, come tutti sanno, è l’apice del cursus honorum concesso a un’attrice italica. Forse perché tutti i registi italiani di successo ne hanno avuta una, di madre borghese isterica.

Osservo la ragazza. Al di là di quelle bocce perfettamente proporzionate e delle gambe che escono dalla minigonna con la stessa efferata nonchalanche con cui l’esercito usa è penetrato in Iraq, mi chiedo se sia poi tanto meglio di quelle che si vedono in giro per strada. 4,7 secondi prima che mi denunci per stalking giungo alla conclusione che no, non è meglio, è solo il contesto e il vestito da quartiere a luci rosse ad aumentarne il valore percepito. Un po’ come quando pensi che Civati sia di sinistra solo perché a pochi metri da lui un parlamentare di destra sta facendo pisciare un maiale su una effige di Maometto mentre chatta su What’s app con un trans brasiliano. 

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Poi, come sempre in queste occasioni social-lavorative, finisco a sognare di essere al bar nella piazza vicino a casa dei miei, in una delle province più sfigate d’Italia a bere birrette con gli amici con cui sono cresciuto, a dire cose che hanno un valore che vada oltre la prossima fattura che speri di staccare. Uno di loro, forse il mio primo amico, che è cresciuto a due numeri civici dal mio, l’ho incontrato a pranzo proprio quel giorno a Testaccio. Ora vive in una borgata di Roma e lavora in nero per cinque euro l’ora in un’agenzia ippica, 7 giorni su 7. Da agosto non ha fatto un giorno di pausa.                  

Una tizia dietro di me si lamenta di non so cosa, con il tono di chi non sa bene di cosa lamentarsi. 

Al bar nella piazza del mio quartiere non credo di aver mai detto che mi sarebbe piaciuto scrivere per lavoro. Sarebbe stata una cosa da scemi, detta nella città dove cresciuto. Una cosa che può dire solo uno con un ego così smisurato da essere ridicolo, o uno che vuole fare l’artista, il che è la profezia definitiva e insovvertibile che finché camperai non scriverai mai nulla di decente.

In quel tempo lo pensavo in silenzio, scrivevo e facevo soprattutto altro. L’ho fatto per anni. Non perché la mia città fosse particolarmente malfamata o povera, anzi. Era solo quel tipo di posto dove la gente fa lavori veri, e se ti girano in testa delle cose devi abituarti alla sana pratica della modestia perché a nessuno gliene frega un cazzo delle tue poesie sul tuo cane morto. Non ho mai scritto poesie e trovo la fede aprioristica dei cani verso i loro padroni la versione animale del fascismo, ma ci siamo capiti. 

Così, a vedere tutta quella gente, che in alcuni casi guadagna molto più di un primario per scrivere, non parlare altro di rapporti, contatti, legami, ragnatele, comitati d’affari e piccoli clan belligeranti, a un certo punto mi sono avviato verso l’ingresso. Ho ignorato un tizio con gli occhiali gialli che diceva: «Ho già un principio di erezione», a due donne di mezza età e me ne sono andato.

«Non ce la posso fare» ho scritto a Tessa uscendo. «A fare cosa? Risp. breve che sto marchiando a fuoco delle stagiste»                                                
«Non diventerò mai la nuova cattiva di un Posto al sole»                                    
«In effetti no. Sei troppo grassa».

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(In apertura: The Ambassador’s Son di Terry Rodgers)

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