Fine del ventennio berlusconiano? Ditelo a Farinetti

Riforme vere & prova del budino

Enrico Letta dice che con la fiducia votata dal Parlamento mercoledì scorso si è chiusa una stagione ventennale. La stagione armata dei berlusconiani contro gli antiberlusconiani. Il ventennio del bipolarismo di guerra, dove (quasi) ogni promessa di riforma e di trasformazione in senso europeo del paese è rimasta lettera morta, sepolta sotto i fumi di una classe politica rissosa che ha portato il paese sull’orlo del default. Più volte abbiamo scritto di questo su Linkiesta. In questo senso il premier scopre l’ovvio, a parte il fatto che per un bel tratto di questo ventennio anche lui e il suo vice premier Alfano c’erano, sono stati importanti esponenti dei due partiti egemoni (Pd e Pdl), più volte ministri della Repubblica, quindi non possono tirarsene fuori completamente.

Però è indubbio che con Berlusconi non più dominus in casa sua e i post comunisti per la prima volta fuori dai giochi per le poltrone di vertice del Pd, si apre la possibilità di normalizzare il quadro politico superando l’anomalia italiana, accelerare finalmente sulle riforme di sistema, trovare nuovi leader e cambiare la classe dirigente di questo paese. Se questo è l’intento, la strada da fare resta lunghissima e va misurata passo a passo. Non basta come fa Letta declamarlo in diretta tv, servono atti e scelte concrete. Serve la prova del budino. Solo così il ventennio del bipolarismo malato sarà definitivamente alla nostre spalle. Qualche esempio?

Il primo “budino” da provare ce lo ha fornito proprio ieri Oscar Farinetti, mister Eataly. Da mesi cerca di aprire un grande punto vendita in centro a Milano, nello spazio dove una volta c’era il teatro Smeraldo, costretto a combattere contro una burocrazia asfissiante che mette zeppe continue. «Forse apriremo nel 2014, ci sarà un’ulteriore attesa di un mese se non di più», allarga le braccia l’imprenditore capofila del made in Italy gastronomico. «Le leggi di quest’Italia purtroppo hanno la capacità di stroncare chi produce lavoro, chi insegue nuovi progetti». Ecco la prima prova del budino che aspetta il governo Letta. Finchè in questo paese la burocrazia resterà tentacolare e scoraggierà qualsiasi intrapresa da Milano a Catania, questo maledetto ventennio, nato nel 1993 anche per disboscare il paese di azzeccagarbugli, non sarà passato davvero. Se la zeppa vale per chi, come Farinetti, ha le spalle larghe e sta aprendo showroom del gusto in ogni angolo del mondo, pensate l’effetto devastante sulle centinaia di migliaia di giovani, artigiani, piccoli e grandi imprenditori anonimi che hanno idee e voglia di misurarsi sul mercato. 

Il secondo budino su cui misurare il rilanciato (a detta sua) governo Letta è il ruolino di marcia che dalla legge di stabilità di metà ottobre a fine anno, intenderà imprimere al suo cammino. Cosa può fare nei prossimi cento giorni? Tante cose. Qui di seguito elenchiamo 7-8 punti minimi presi pari pari dalle proposte di Enrico Zanetti, parlamentare di Scelta civica di cui è responsabile per le politiche fiscali ma sopratutto battitore libero. Non sono cose epocali ma siamo realisti e ci fermiamo a mini riforme di buonsenso, oltre il colore politico, praticamente a costo zero per le casse della stato. Si possono fare da domattina, basta volerlo. E sarebbe già un grande passo avanti.

RIGORE e monitoraggio sulla spesa vuole dire:
1 – Rilanciare sin dalla legge di stabilità per il 2014 – 2016 il processo di spending review avviato dal Governo Monti e di fatto “congelato” nel 2013
2 – Creare l’anagrafe della spesa, la dichiarazione annuale delle pubbliche amministrazioni e l’Agenzia delle uscite

CRESCITA con investimenti e un fisco per lo sviluppo vuole dire:
3 – Razionalizzare gli incentivi e le agevolazioni fiscali
4 – Dismettere patrimonio pubblico per finanziare investimenti
5 – Ridurre la pressione fiscale partendo da lavoro e impresa
6 – Contrattare con l’Europa una maggiore agibilità finanziaria

EQUITÀ tra generazioni vuole dire:
7 – Introdurre un contributo di solidarietà sulle pensioni di più elevato importo per garantire equità intergenerazionale anche nei sacrifici.

1 – Rilanciare sin dalla legge di stabilità per il 2014 – 2016 il processo di spending review avviato dal Governo Monti e di fatto “congelato” nel 2013
La spesa pubblica corrente al netto di interessi passivi e prestazioni sociali nel 2000 era pari a 248 miliardi di euro (20,70% del PIL)
Nel 2011 era cresciuta sino a 365 miliardi di euro (23,15% del PIL): + 117 miliardi di euro in undici anni.
Grazie agli interventi attuati dal Governo Monti, nel 2012 è scesa a 355 miliardi di euro (22,68% del PIL) e per il 2013 è prevista sin dal DEF di aprile a 352 miliardi di euro (22,62% del PIL).
La nota di aggiornamento del DEF di settembre 2013 evidenzia, per il corrente anno 2013 e per i prossimi, valori di questo aggregato sostanzialmente identici a quelli “lasciati” dal Governo Monti.
È imprescindibile riavviare da subito un processo di spending review che consenta di riportare questo aggregato di spesa corrente al 20% del PIL entro il 2016 anche ove le stime di crescita del PIL previste nella Nota di aggiornamento del DEF non si concretizzassero (circostanza che, ove viceversa si concretizzassero, consentirebbe di portare questo aggregato di spesa sotto al 19% del PIL sul 2016.
Si tratta di pianificare circa 30 miliardi di tagli in tre anni, obiettivo in linea con quanto fatto dal Governo Monti nel 2012, con la differenza sostanziale che, essendo l’Italia rientrata dalla procedura di deficit eccessivo, questa volta i tagli di spesa potranno essere restituiti ai cittadini sotto forma di tagli di imposte, invece che rimanere incamerati dal bilancio dello Stato per il suo risanamento.
Va proseguita l’azione già condotta con riguardo alle amministrazioni centrali e agli enti locali, intensificando al contempo quella sul livello di spesa regionale, sin qui meno “attenzionato” degli altri livelli.

2 – Creare l’anagrafe della spesa, la dichiarazione annuale delle pubbliche amministrazioni e l’Agenzia delle uscite
Per consentire un più efficace monitoraggio della spesa e contrastare gli sprechi, è necessario costruire una vera e propria anagrafe della spesa e dei debiti delle pubbliche amministrazioni, esattamente come per combattere l’evasione fiscale si è implementata l’anagrafe tributaria con i dati reddituali e patrimoniali dei cittadini.
A tale fine, con cadenza annuale, tutte le pubbliche amministrazioni dovranno presentare una dichiarazione telematica dei debiti, delle spese e degli altri dati rilevanti (incarichi dei dirigenti, auto blu, eccetera) su modulistica conforme a quella approvata dal Ministero dell’Economia, sentita la Ragioneria di Stato e la Corte dei Conti.
Senza oneri aggiuntivi per lo Stato, andrà enucleata una struttura appositamente dedicata alla verifica della rispondenza al reale dei dati dichiarati dalle pubbliche amministrazioni: una sorta di Agenzia delle Uscite con finalità di controllo analoghe a quelle dell’Agenzia delle Entrate sui privati cittadini.
La normativa istitutiva dell’anagrafe della spesa, dell’Agenzia delle Uscite e degli obblighi dichiarativi delle pubbliche amministrazioni dovrà prevedere anche le sanzioni personali gravanti sui dirigenti delle pubbliche amministrazioni medesime, in caso di omessa, tardiva o infedele comunicazione dei dati.

3 – Razionalizzare gli incentivi e le agevolazioni fiscali
Parallelamente alla spending review, va riavviato il processo di revisione delle c.d. “tax exprenditures”, al fine di recuperare risorse utili al taglio della fiscalità generale che grava sui contribuenti italiani, nel rispetto dello stringente ordine di priorità di cui al successivo punto 5.

4 – Dismettere patrimonio pubblico per finanziare investimenti
Così come gli interventi sulla spesa corrente e di razionalizzazione dei regimi agevolativi fiscali devono essere finalizzati alla riduzione della pressione fiscale, nel rispetto dello stringente ordine di priorità di cui al successivo punto 5, è necessario porre in essere un rilevante piano di dismissioni patrimoniali da parte dello Stato che sia finalizzato alla copertura della spesa per investimenti in dotazioni infrastrutturali.
Qualsiasi piano di dismissione di beni patrimoniali che fosse utilizzato a copertura di spesa corrente sarebbe inaccettabile, almeno quanto sarebbe velleitario se fosse utilizzato per abbattere il debito pubblico.
Un piano di dismissioni rilevante, ma al tempo stesso dimensionalmente credibile nella sua possibilità di effettiva realizzazione, può essere utilmente messo al servizio del Paese solo come fonte di finanziamento di apprezzabili incrementi di spesa per investimenti in dotazioni infrastrutturali per l’ammodernamento e la competitività del Paese.

5 – Ridurre la pressione fiscale partendo da lavoro e impresa
Tutta la agibilità finanziaria derivante dalla spending review, dal monitoraggio della spesa, dalla revisione degli incentivi e delle agevolazioni fiscali, nonché dalla lotta all’evasione fiscale deve essere reinvestita in riduzioni di pressione fiscale, secondo il principio “meno spesa per meno tasse”.
L’impiego a riduzione della pressione fiscale, per essere coerente alla logica di un “fisco per lo sviluppo” deve seguire un rigido ordine di priorità: prima il lavoro e l’impresa; poi i consumi; poi gli immobili e gli altri cespiti patrimoniali.
Prima il lavoro e l’impresa significa intervenire anzitutto sul cuneo fiscale, sia dal lato del lavoratore (riduzione pressione fiscale e contributiva su redditi di lavoro, con adeguata valorizzazione del fattore determinato dalla presenza di figli a carico nel nucleo familiare del lavoratore) che da quello del datore di lavoro (deducibilità del costo del lavoro dalla base imponibile IRAP).
Sui consumi, priorità alla riduzione dell’aliquota IVA sul settore turistico dal 10% al 4%, al fine di incrementare la competitività internazionale di un settore assolutamente strategico per l’economia attuale e prospettica dell’Italia.
Sugli immobili e sugli altri cespiti patrimoniali deve a sua volta essere data priorità alla riduzione della pressione fiscale sui beni patrimoniali che hanno natura strumentale per l’esercizio di attività produttive, rispetto a beni patrimoniali che non hanno questa destinazione, ferma restando ovviamente la tutela di specifiche situazioni di svantaggio sociale e il sostegno ai nuclei familiari più numerosi.

6 – Contrattare con l’Europa una maggiore agibilità finanziaria
Per assicurare all’Italia di agganciare la ripresa il rigore sulla spesa costituisce senza dubbio la condizione necessaria, ma non per questo sufficiente.
Anche obiettivi molto ambiziosi, come 30 miliardi di tagli di spesa in tre anni e una riorganizzazione non meramente formale delle tax expenditures, non consentono interventi sul costo del lavoro sufficienti a poter determinare quello “shock” di cui ha bisogno un Paese che negli ultimi cinque anni è arretrato, in termini di competitività, di quindici.
Per ogni euro di spesa corrente improduttiva che l’Italia si dimostrerà capace di tagliare, è necessario ottenere dall’Europa la disponibilità a consentire un altro euro di taglio di pressione fiscale “in deficit”, a condizione che ciò avvenga nell’ambito di un piano dettagliato che metta per l’appunto il lavoro e l’impresa al centro delle riduzioni di pressione fiscale, piuttosto che la casa o altri fattori anche sociali che, per quanto oggettivamente importanti, devono seguire e non anticipare, affossandola, la ripartenza del tessuto economico del Paese.

7 – Introdurre un contributo di solidarietà sulle pensioni di più elevato importo per garantire equità intergenerazionale anche nei sacrifici
Per quanto elevata che sia, una pensione rappresenta l’inalienabile diritto del singolo quando viene erogata a fronte della contribuzione da questi effettivamente versata durante la propria vita lavorativa attiva.
Quando però questa corrispondenza non si determina, perché particolari regimi previdenziali prevedevano obblighi contributivi estremamente ridotti (come ad esempio nel caso, fino ad alcuni anni fa, dei vitalizi dei parlamentari), è giusto che, limitatamente alle pensioni di più elevato importo, venga applicato un contributo di solidarietà sulla parte di pensione che viene erogata in eccesso rispetto a quella che sarebbe stata erogata ove calcolata con il metodo contributivo (l’unico che si applica alle nuove generazioni) invece che in tutto o in parte con il più generoso metodo retributivo.
Nel nome dell’equità intergenerazionale, il gettito derivante dall’applicazione di questo contributo deve essere vincolato all’abbattimento del carico fiscale e contributivo gravante sul lavoro, con precedenza al lavoro giovanile e femminile, nonché al finanziamento di asili nido.

Cari Letta e Alfano, prendiamo per vere le vostre promesse e pensiamo che, in effetti, si stia aprendo una finestra importante per buttarci alle spalle un ventennio rissoso e inutile. Ma la prova del budino avverrà su cose concrete come la burocrazia che intralcia i tanti Farinetti d’Italia e le riforme a costo zero ma utili come quelle proposte da Zanetti e tanti altri…  

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