La Bce pronta a usare il pugno di ferro con le banche

Verso l’unione bancaria europea

«Il sistema bancario italiano è solido, non c’è nulla da temere». Le parole di Fabrizio Saccomanni, ministro dell’Economia, sono chiare. Eppure, il rischio è che dalla prossima Asset quality review (Aqr), la verifica della qualità degli asset delle banche dell’eurozona che sarà condotta nel 2014 dalla Banca centrale europea (Bce), la sorpresa negativa sia rappresentata proprio dalle banche italiane. Troppi i crediti deteriorati, troppe le sofferenze, troppi i crediti dubbi. 

L’attesa era molta. E il 23 ottobre la Bce ha alzato il velo su quello che sarà il più importante evento finanziario dell’eurozona per il 2014. Tramite l’Asset quality review si dovranno individuare infatti tutte le criticità contenute nei bilanci delle 128 banche più importanti della zona euro. Un lavoro imponente, ma necessario in vista dell’Unione bancaria, considerato dai policymaker europei il primo pilastro fondamentale della futura eurozona. L’esercizio inizierà nel novembre di quest’anno per concludersi dopo dodici mesi. E in questo periodo le priorità saranno tre.
La prima è la più importante. Come spiega Francoforte, si dovrà effettuare «un’analisi dei rischi a fini di vigilanza, allo scopo di valutare, in termini quantitativi e qualitativi, i fattori di rischio fondamentali, inclusi quelli sotto il profilo della liquidità, della leva finanziaria e del finanziamento». Saranno passate al vaglio le attività di ogni istituti di credito, senza distinzioni. Si vuole evitare che ci possano essere nuove Monte dei Paschi di Siena, nuove Bank of Ireland, nuove Fortis, nuove Dexia, nuovi salvataggi bancari con soldi pubblici.
Ecco perché, dice l’Eurotower, ci sarà «un esame della qualità degli attivi inteso a migliorare la trasparenza delle esposizioni bancarie attraverso un’analisi della qualità dell’attivo delle banche, ivi compresa l’adeguatezza sia della valutazione di attività e garanzie, sia dei relativi accantonamenti». Più sarà il capitale a disposizione per proteggersi dai rischi, più le banche saranno al sicuro. E quindi, anche l’eurozona.
Infine, il terzo pilastro dell’Aqr: «Una prova di stress per verificare la tenuta dei bilanci bancari in scenari di stress». Si vuole evitare che succeda ciò che successe nei due precedenti stress test dell’European banking authority (Eba), quando non furono individuate le lacune delle banche europee.

L’urgenza, ha affermato Francoforte, è che siano raggiunti tre obiettivi principali.
► Trasparenza, volta a «migliorare la qualità delle informazioni disponibili sulla situazione delle banche»;
► correzione, che servirà a «individuare e intraprendere le azioni correttive eventualmente necessarie»;
► rafforzamento della fiducia, in modo da «assicurare a tutti i soggetti interessati dall’attività bancaria che gli istituti sono fondamentalmente sani e affidabili». Traduzione: nessuna banca potrà considerarsi al sicuro. Specie quelle che hanno in pancia asset fortemente deteriorati, come le italiane e le tedesche, entrambe con crediti dubbi oltre quota 200 miliardi di euro.

Le parole di Mario Draghi, numero uno della Bce, sono state chiare. «Le banche devono poter essere bocciate (negli stress test, ndr). Se devono essere bocciate lo saranno, non si discute», ha detto Draghi in un’intervista a Bloomberg. Ne va della fiducia verso gli investitori. Dopo che il rischio di convertibilità dell’euro si è ridotto, ora tocca mostrare i muscoli e far vedere che la road-map verso una nuova eurozona più sicura e stabile è possibile.

Tremano quindi gli istituti bancari di Germania e Italia. A dire il vero, più i secondi che i primi. C’è Carige, Creval, Bper, Bpm, Banco popolare, Banca popolare di Sondrio, Banca popolare di Vicenza, Credito Emiliano, Iccrea Holding, Veneto Banca. E poi ci sono le big: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Mediobanca, Mps, Ubi banca. Sono questi gli istituti di credito italiani che saranno setacciati dalla Bce nella revisione degli attivi ai nastri di partenza il prossimo anno.

Se è indubbio che le banche del Paese si presentino all’appuntamento con gli ispettori di Francoforte presentando un livello di sofferenze (crediti non più recuperabili, ndr) superiore alla media europea, è altrettanto vero che ciò dipende dai criteri più stringenti di classificazione dei crediti deteriorati imposti dalla Banca d’Italia. Secondo i calcoli della società di revisione PwC lo stock dei crediti dubbi (Npl, non performing loans) ha raggiunto lo scorso luglio i 140 miliardi di euro: una crescita del 22,3% sul 2010 e del 31% sul 2008. Come evidenziano le stime di Moody’s, il loro peso negli ultimi cinque anni è più che raddoppiato, al «10,5% degli impieghi totali (2007: 4%), uno dei livelli più elevati dell’euro area».

La prudenza del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha riguardato anche gli accantonamenti, ovvero il capitale allocato a copertura dei crediti deteriorati. Tant’è che nel rapporto sulla stabilità finanziaria (Fsap) licenziato a fine settembre, il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha alzato dal 38 al 47% la copertura dei non performing loans italiani. Un riconoscimento importante per un semplice motivo: le regole contabili di Basilea III significano sostanzialmente più capitale e meno leva finanziaria, e sulla base di queste la Bce ha imperniato la revisione della qualità degli attivi.

Indici di solidità delle banche italiane oggetto dell’Asset quality review
(Fonte: Reuters

Nello specifico, il livello minimo di patrimonializzazione sarà pari a un Common equity tier 1 all’8%, calcolato come la somma delle azioni ordinarie e degli utili non redistribuiti, scomponibile a sua volta in Common equity tier 1 ratio al 4,5% (livello indicato da Basilea III), più un cuscinetto del 2,5% e un ulteriore 1% per i Sifi, gli istituti sistemici “troppo grandi per fallire” (Unicredit per l’Italia). Livelli teoricamente non problematici, stando al Rapporto sulla stabilità finanziaria pubblicato dalla Banca d’Italia lo scorso aprile: a dicembre 2012 i principali 14 gruppi presentavano in media un Tier 1 ratio e un Total capital ratio rispettivamente all’11,1 e al 14,4 per cento.

Un altro elemento critico che la Bce dichiara di voler armonizzare sono gli attivi ponderati per il rischio, che penalizzano le banche italiane considerando più rischiosi i titoli di Stato che i derivati in portafoglio: una penalizzazione notevole considerando l’incetta di Btp utilizzando i soldi in prestito dalla Bce all’1% tramite le due aste di Long-term refinancing operation (operazioni di rifinanziamento a lungo termine, o Ltro, ndr) attivate fra 2011 e 2012, che gli istituti stanno restituendo con calma. C’è poi da capire se via Nazionale darà il disco verde al conteggio delle quote nel capitale di Palazzo Koch: le indicazioni del Tesoro evidenziano un beneficio di 5-7 miliardi di euro. Ciò si traduce, nell’ipotesi di rivalutazione a 7 miliardi, in un aumento del Core tier 1 dell’1,03% per Intesa Sanpaolo e dello 0,38% per Unicredit. Più complicata la situazione di Carige e Mps, che dovrebbero invece sopportare una minusvalenza – rispettivamente a 950 e 257 milioni, secondo Reuters – avendo già rivalutato in autonomia la partecipazione a Palazzo Koch. Basterà a superare l’esame degli uomini di Draghi?

Twitter: @FGoria
              @antoniovanuzzo

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