Nonostante Letta, in Europa l’Italia rimane periferia

La timidezza di Roma

BRUXELLES – «L’Italia è un grande Paese, la nostra parte la facciamo a prescindere». Le parole del presidente del Consiglio Enrico Letta chiudono un Consiglio Ue che ha visto la propria agenda completamente stravolta dallo scandalo – o presunto tale – delle intercettazioni della National Security Agency (NSA) statunitense. Ma sono parole che lasciano l’amaro in bocca, perché il sentore generale è che ancora una volta Roma abbia fatto la figura dello studente che studia molto, si impegna, ma non ha abbastanza verve per eccellere e per farsi notare. Oltre al compitino, c’è poco.

Non ci sono la derisione, il timore, la mancanza di fiducia tipica dell’Italia di due anni fa. Anzi, le posizioni di Roma vengono ascoltate con piacere, fanno notare i funzionari degli altri Paesi. Purtroppo, solo in minima parte diventano indispensabili per la nuova Europa e la nuova eurozona. E poco importa della credibilità riguadagnata prima da Mario Monti e poi mantenuta da Enrico Letta. «Molto spesso servono posizioni coraggiose – dice a Linkiesta un funzionario della Commissione Ue – e queste arrivano dai soliti noti, cioè Germania, Francia e Regno Unito». Un concetto che omette l’Italia e la Spagna, considerate quasi come le due sorelle timide di un’Europa che ha bisogno di coraggio come mai prima. È tornata l’Italietta, molto probabilmente. 

Le larghe intese italiane hanno prodotto stabilità politica? Forse. Ma è una vittoria di Pirro. Il ruolo dell’Italia in questo vertice europeo è stato giudicato in modo tiepido da diversi osservatori. I più critici, dietro le quinte, sono francesi e tedeschi. Specie sul tema immigrazione, sul quale Letta ha spinto molto e ha ottenuto diverse cose. Una di queste è l’impegno del presidente francese François Hollande che, come ha riferito Letta, «ha annunciato la destinazione a Frontex di aerei». Frontex, cioè l’agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Ue, ha bisogno di più risorse per evitare che si ripresentino situazioni di criticità come quella di Lampedusa. Risorse che stanno arrivando, come riporta Letta. Entro la fine dell’anno, il nuovo schema di monitoraggio del Mediterraneo sarà attivato. Ma per arrivare fino a questo punto le negoziazioni, specie sulla tempistica, sono state difficili. A convincere Berlino e Parigi sono stati soprattutto i dati sull’immigrazione. Se è vero che i migranti arrivano sulle coste italiane, è altrettanto vero che il nostro Paese ormai viene considerato come un hub per il resto d’Europa. «È palese che da diversi anni i migranti non si fermano più in Italia, perché c’è poco lavoro. Vanno in Francia e Germania, ma anche in Spagna, dove per loro è più facile trovare un’occupazione», dice una fonte diplomatica francese. Il risultato è che, nonostante i fondi siano scarsi, si sia voluto frenare un fenomeno che interessa diversi Paesi. La vittoria dell’Italia è quindi la vittoria di Parigi e Berlino? Probabilmente sì.

L’altro grande tema che ha caratterizzato la crisi politica vissuta dall’Italia poche settimane fa era legato al semestre di presidenza europea, che coinciderà con la seconda metà del 2014. L’impressione generale è che sarà un semestre facile, con pochi nuovi temi in cantiere. Sul fronte dell’Unione bancaria, per esempio, il grosso del lavoro si concluderà entro la fine del 2013. Da un lato l’Asset quality review (Aqr) della Banca centrale europea (Bce) partirà nel novembre di quest’anno e sarà conclusa dodici mesi dopo. Dall’altro, il Single resolution mechanism (Srm), cioè il sistema di risoluzione della banche dell’eurozona, sarà varato entro la fine dell’anno. Quando? Con ogni probabilità nel Consiglio europeo del 19 e 20 dicembre, la cui agenda sarà assai fitta. Troppa attenzione, infatti, è stata data all’NSA-gate durante questo summit. Alla presidenza italiana dell’Ue toccherà quindi un lavoro di ordinaria amministrazione, a meno di sviluppi improvvisi della crisi dell’eurozona, che però sembra – il condizionale rimane d’obbligo – sotto controllo, nonostante la sua profondità. «Non ci saranno particolari urgenze per l’Italia nel 2014» è il mantra. Si spera che sia così.

«Abbiamo fatto un buon lavoro di mediazione, siamo soddisfatti», dicono in coro i funzionari italiani. È vero, nessuno lo nega. Ma è mancato quello slancio di realismo e pragmatismo che avrebbe evitato di posporre così tanti temi nel vertice di dicembre, con il rischio che non vengano affrontati nel modo corretto. E i piccoli successi sull’immigrazione sono davvero troppo poche per dichiararsi fra i vincitori di questo vertice Ue.  

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