D’Alema si rassegni: anche fra gli iscritti vince Renzi

Dopo il risultato fra gli iscritti

La vittoria di Matteo Renzi nel voto degli iscritti era tutt’altro che scontata, come oggi i suoi avversari vogliono far credere. L’entourage di Cuperlo (che è persona per bene, e forse subisce certi toni dei suoi sostenitori) si immaginava un esito del tipo: Cuperlo vince nei circoli, Renzi vince le primarie aperte, ed ecco che può partire l’attacco “il partito non è con Renzi, lo hanno votato gli altri”. L’irrefrenabile stizza di D’Alema la dice lunga su quale fosse l’esito immaginato. Specialista del wishful thinking – propensione che ammazza la sua pur brillante intelligenza politica – D’Alema non riesce ad accettare che il suo pensiero venga smentito dai fatti. 

Dimenticando che era stato lui a dire che non ha mai perso un congresso, ha rovesciato sul vincitore una tale valanga di insulti da far temere per la sua salute mentale. Sceglierei “falso Messia”, preso in prestito a papa Francesco, come il migliore. La cosa più interessante dell’intemerata dalemiana però non sono gli insulti; ma la conclusione: Renzi non può fare il segretario, ma può (ancora) fare il candidato premier. Questa affermazione è interessante perché mostra che D’Alema continua ostinatamente a immaginare lo stesso schema di gioco: il partito a “noi” (gli ex-comunisti? i dalemiani?), la premiership a un estraneo, un rappresentante del centro. Lo schema-Prodi, insomma. Quello schema che portò sì alla vittoria del 1996, ma anche a un governo presto in conflitto col suo principale azionista e non molto tempo dopo arrivato al capolinea: se non per un complotto, come alcuni vogliono credere, certo per una intrinseca debolezza politica, dovuta proprio a questo vizio d’origine. 

La vocazione maggioritaria di Veltroni voleva eliminare questo schema duplice e riunire invece guida del partito e guida del governo: come avviene in tutte le democrazie avanzate, e come è necessario perché un governo possa fare le necessarie riforme, tanto più in Italia. Quella parte del Pd che, guidata da D’Alema, pensa ancora leadership e premiership in forma duale si mostra erede della Democrazia cristiana. La storica debolezza dei governi italiani dopo De Gasperi è infatti dovuta proprio alla tradizione democristiana di autonomia del partito dal governo. Ma così, semplicemente, non si governa.

Renzi sembra averlo capito: non a caso fa sempre riferimento alla vocazione maggioritaria; non a caso ha voluto correre per la segreteria. Non stupisce che si stia scontrando con una fortissima resistenza. Tuttavia, la sua chiara vittoria tra gli iscritti è molto importante. Vuol dire che il partito è consapevole di dover cambiare. Di essere arrivato a un capolinea, oltre il quale non c’è più nulla, a meno di prendere una strada del tutto diversa. Che cosa sarà il partito di Renzi, non possiamo saperlo. Non solo perché il candidato fiorentino non ha comunicato molto al riguardo, ma anche perché, se pure lui avesse le idee chiarissime, il risultato sarà un’altra cosa: sarà il frutto di una negoziazione e anche di uno scontro, del quale non sono prevedibili gli esiti. Sarà il frutto dell’incrocio tra idee e pratiche diverse, tra passioni autentiche e non meno forti opportunismi, tra sostenitori e avversari a volte simili tra di loro, o volte sideralmente lontani. Renzi è un corpo estraneo, pensano in molti. Forse la verità è un’altra: il partito è un corpo estraneo nel mondo di oggi. Con i suoi rituali, le sue liturgie, la sua retorica, il suo nobile conformismo, il Pd non è riuscito finora a tirar fuori il tasso di innovazione che era necessario per giustificare la sua esistenza e dargli una missione.

Ma nel tumultuoso cambiamento di valori, interessi, riferimenti culturali, che il nostro paese, come gli altri paesi occidentali ma in modo più drammatico, sta attraversando, senza innovazione il Pd è destinato a morire. Non bastano le gloriose tradizioni che ha dietro le spalle a garantirgli la sopravvivenza, né l’indebolimento di Berlusconi basta a garantirgli la vittoria. La vera sfida sarà col populismo di Grillo. Un avversario insidiosissimo, che si potrà vincere soltanto con una proposta politica radicalmente nuova e capace di parlare al paese. Renzi è stato votato, sarà votato, con questo impegno. C’è solo da sperare che lui sia in grado di assolverlo, e che gli altri, gli avversari di oggi, non preferiscano la distruzione del Pd alla sua vittoria.

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