Dischi gratis per tutti: l’anarchia democratica di Moby

Musica e web

Tutto ebbe inizio otto o nove anni fa, quando i suoi dischi uscivano ancora sotto etichetta major. «Un giorno la EMI mi contattò per dirmi che non potevo utilizzare i miei pezzi quando facevo i dj set, perché correvo il rischio che qualcuno del pubblico registrasse la canzoni con un cellulare e le diffondesse illegalmente. Ma con i Nokia di quegli anni, la registrazione sarebbe stata talmente terribile che a malapena si sarebbe potuta riconoscere la canzone. Non aveva senso. Fu lì che capii come la mia etica musicale fosse radicalmente diversa da quella della mia etichetta».

Da quel momento, il compositore e produttore inglese Moby ha stravolto il proprio approccio alla gestione della sua musica. Lasciando le etichette con cui aveva lavorato sino a quel momento – V2, EMI e BMG – e fondando la sua piccola realtà, “Little Idiot”, avvalendosi in parallelo del supporto di Mute per pubblicazione e distribuzione. Riducendo le sue apparizioni in pubblico (il tour di supporto dell’ultimo disco Innocents, uscito ad ottobre 2013, sarà composto di sole tre date). Riportando al centro di tutto il processo compositivo, tenendo bene a mente questo mantra: l’artista deve pensare a fare musica, piuttosto che a come promuoverla e distribuirla.

Con buona pace dei suoi manager, Moby ha cominciato a fare qualcosa di radicalmente diverso dai colleghi: ha costruito un sito, mobygratis.com, dove permette a chiunque di scaricare ed utilizzare gratuitamente le sue canzoni per film e progetti video artistici e culturali. Sul portale ha messo a disposizione tantissime tracce, tra cui remix, inediti, brani inclusi negli album “sfuggiti” al controllo delle major, invitando chiunque a farne un utilizzo libero e creativo. Con un unico “però”: se le canzoni vengono usate come colonna sonora di un prodotto commerciale, gli introiti dovranno essere donati ad una associazione no-profit che si occupa della salvaguardia degli animali, la Humane Society.

Con l’uscita dell’ultimo album, il 48enne di New York ha fatto qualcosa di ancora più rivoluzionario: ha preso i suoi brani, ne ha separato le singole tracce sonore (percussioni, synth, chitarre, voci eccetera) e ha caricato tutto su BitTorrent, invitando chiunque a scaricare legalmente le sue composizioni ed effettuare un proprio personale remix. Fino ad oggi, i download sono stati più di due milioni, oltre sessanta i remix caricati su Soundcloud. Qui, Moby non pone limiti all’utilizzo del ricavato dei singoli: «Se vendi il remix e guadagni dei soldi, puoi farci ciò che vuoi», ha dichiarato recentemente in un’intervista. «Vai fuori a cena con gli amici o donali in beneficenza. Sei hai fatto un buon lavoro, il merito è tuo».

Affermazioni da fare accapponare la pelle a Siaisti e tradizionalisti dell’industria musicale, affermazioni che certamente Moby può “permettersi” dall’alto di un conto in banca a nove zeri. L’artista di “Why does my heart feel so bad?” sa che il suo è un punto di vista privilegiato: «È chiaro che ogni artista deve trovare il modo di pagare l’affitto e le bollette», ha precisato in diretta alla BBC. «L’adattamento è la chiave per sopravvivere. Bisogna imparare a fare dischi e tour, ma anche dj set, remix, colonne sonore per film e videogiochi. Ma soprattutto dobbiamo ritornare a creare musica bellissima, musica che amiamo e che possiamo far amare alle persone». 

Quando parla di distribuzione delle royalties derivate dalla musica, nonostante (o forse grazie a) 20 milioni di album venduti, Moby è un vero libertino. Interpellato sulla questione delle piattaforme di streaming musicale, si distanzia da Thom Yorke («Mi piace come artista, ma su Spotify sembra uno di quei vecchi che urlavano quando vedevano passare i primi treni») e spiega di pensarla così: «In ogni industria, i cambiamenti tecnologici hanno portato effetti positivi e negativi, ma credo che lamentarsi sia insensato. Qualsiasi strumento permetta alle persone di avere più musica nella propria vita è una bella cosa», ha detto a Mashable.

Nel caso specifico, Moby non nasconde il suo entusiasmo tecnologico. Per l’artista, istituzioni come Spotify, Youtube o Soundcloud hanno contribuito a creare un sistema di “anarchia democratica” che giova alla diffusione della musica. «È caotico: quando una canzone esce dalle tue mani non hai idea di come e dove le persone la ascolteranno, non sai che percorso compirà. Amo questa sensazione; trovo invece deprimente chi cerca di tenere a tutti costi sotto controllo i contenuti digitali», ha spiegato. In ogni caso, specifica l’artista, non è semplice trovare un’opinione univoca e credibile: «Di cosa stiamo parlando? L’avanzamento della tecnologia potrà far sembrare tra un anno o cinque Spotify terribilmente antiquata».

Quello che è già cambiato – e che la tecnologia ha contribuito a cambiare – è il rapporto tra l’ascoltatore e la musica che arriva alle sue orecchie. «La maggior parte di noi è abituata a possedere musica sotto forma di dischi e cd, ma c’è un’intera nuova generazione che non sa nemmeno cosa significhi. Oggi si è creata una strana sovrapposizione tra i due gruppi», ha raccontato. «Il mio manager mi ha chiesto: “Perché fai ancora dei dischi? È il 2013, nessuno li compra più”. Io mi ritrovo in questa condizione intermedia, registro e pubblico un album consapevole che ben poche persone lo ascolteranno». Fare soldi con la musica è dunque sempre più difficile, anche per il Moby di turno. Ma non si sa mai cosa può succedere: «Il successo commerciale che ho avuto è stato completamente casuale», ha raccontato di recente. «Quando l’ho inseguito, infatti, non ha funzionato».

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