Economia militareLa prossima guerra mondiale si combatterà con i droni

Velivoli senza pilota

Nabila, 9 anni, si è presentata a Washington con un disegno stilizzato: la sua casa, le sue montagne, il cielo solcato da un paio di silhouette nere come la morte. Il fratello Zubair, 13 anni, ha detto di preferire le nuvole, perché in quei giorni le sagome oscure dei droni non possono volare.

La nonna di Nabila e Zubair, Momina, è morta nell’ottobre 2012 mentre raccoglieva le verdure del proprio giardino, in una delle zone a più alta concentrazione terroristica del pianeta, il Nord Waziristan, regione del Pakistan ai confini con l’Afghanistan. La sua storia è stata raccontata durante un’audizione del Congresso americano, organizzata dal senatore Repubblicano Alan Graysone, ed è finita nel rapporto in cui Amnesty International ha analizzato 45 attacchi di droni americani, avvenuti tra gennaio 2012 ed agosto 2013 nel nord-ovest del Pakistan. L’ong si è spinta fino ad accusare gli Stati Uniti di crimini di guerra, a causa dell’alto numero di vittime civili. Imputazioni simili a quelle di Human Rights Watch, che ha preso in esame sei strike lanciati negli ultimi anni in Yemen.

Le cifre vacillano, lo stesso governo pakistano – che, come ha rivelato il Washington Post, è a conoscenza degli attacchi, ma deve fingere il contrario – ha ridimensionato i numeri di Amnesty. Eppure non ci si muove da una certezza: che lo si chiami burocraticamente Unmanned aerial vehicle (Uav), o che si ricorra all’espressione di dominio comune, drone, il velivolo senza pilota, comandato a distanza, è destinato ad occupare a lungo gli spazi della cronaca e della storia.

Analisti di geopolitica e generali in carriera ripetono fino alla noia: la guerra del futuro si farà in buona parte con aerei guidati da basi lontane migliaia e migliaia di chilometri. Apparecchi dotati di camere, radar e sensori, caratteristiche che li rendono adatti a una gamma vastissima di funzioni, non esclusivamente militari  Bisogna stanare i graffitari dei treni? Sorvegliare gli stadi? Cogliere in fallo i cacciatori di frodo? Monitorare i raccolti e spruzzare pesticidi? Voilà, c’è un drone per ogni evenienza. Persino la scena iniziale di Skyfall, l’ultimo film di 007, è stata girata con un aereo senza pilota. Gli Uav sono entrati a fare parte della cultura popolare a tal punto che le serie televisive americane sono piene di riferimenti alle loro “imprese”. Nicholas Brody, il marine protagonista del popolare Homeland, si converte all’islamismo radicale quando il figlio del terrorista Abu Nazir viene ucciso in Iraq, davanti a suoi occhi, da un drone, nel corso di un attacco ordinato dal vicepresidente degli Stati Uniti.

Secondo un report pubblicato l’anno scorso dal Government Accountability Office di Washington, sono dotati di droni ben settantasei Paesi. Una lista cha va dalla A di Azerbaigian alla U di Uganda, e comprende, tra gli altri, Angola, Botswana, Filippine, Sri Lanka,Trinidad & Tobago e Nuova Zelanda.

In gran parte si tratta di velivoli utilizzati a scopo tattico, per missioni di sorveglianza e ricognizione con un raggio operativo limitato, al massimo trecento chilometri. Il più grande (e il più costoso) è il Global Hawk, il modello che gli Stati Uniti hanno messo a disposizione della Francia per monitorare il nord del Mali. Più di cinquanta Paesi stanno costruendo circa un centinaio di tipi di drone, ma al momento soltanto Stati Uniti, Gran Bretagna ed Israele hanno utilizzato aerei armati. I modelli più noti, quelli con cui gli Usa danno la caccia ai terroristi in Pakistan, Yemen e Somalia, sono i Reaper e i Predator.

Americani ed israeliani sono anche i più grandi esportatori di droni. Tra il 2005 e il 2010 gli Usa hanno approvato il trasferimento di tecnologia a quindici Paesi alleati. Nell’elenco compare anche l’Italia, accanto a Danimarca, Lituania, Australia, Colombia e Singapore. A maggio del 2012 il Wall Street Journal ha rivelato che gli Stati Uniti hanno accettato di armare i droni Predator e Reaper dell’aeronautica militare italiana, ma Roma attende ancora l’autorizzazione del Congresso.

Anche la domanda internazionale di droni israeliani, per quanto scesa rispetto ai picchi del 2010, resta importante. L’ottanta per cento della produzione è destinata all’export, verso Europa (soprattutto Gran Bretagna), Asia ed America Latina, e muove capitali ingenti: negli ultimi otto anni i flussi commerciali hanno raggiunto quota 4,6 miliardi di dollari. Recentemente lo Stato ebraico ha concluso un accordo con l’India per potenziare l’arsenale in mano a Nuova Delhi. D’altronde, sin dalla guerra con il Libano del 1982, gli israeliani si sono serviti di aerei senza pilota per svolgere missioni di ricognizione. Con una nemesi storica, però. Anche Hezbollah ha preso esempio da Gerusalemme e si è dotato di un piccolo contingente di droni.

La posizione israeliana è dominante in uno dei mercati più floridi del pianeta, il Centro e il Sud America. Aziende come la Elbit Systems e la Israel Aerospace Industries hanno soppiantato la concorrenza americana e adesso vendono aerei di questo tipo a Colombia, Ecuador, Brasile, Cile, Perù, Venezuela. A quale scopo? Monitorare i confini e soprattutto controllare i movimenti dei narcos.

Un altro mercato in potenziale ascesa è quello arabo. Gli americani di General Atomics, dopo avere ottenuto il via libera governativo, hanno concluso un accordo con gli Emirati Arabi Uniti (200 milioni di dollari) per la fornitura di una versione non armata di Predator. L’Arabia Saudita ha chiesto a Washington, senza successo, di acquistare droni dotati di missili e lo stesso Iraq ha espresso l’auspicio di poter utilizzare questi apparecchi contro i qaedisti che operano al confine con la Siria.

Come accennato, oltre a Stati Uniti ed Israele, anche la Gran Bretagna ha già utilizzato velivoli armati  Cinque Reaper operano in Afghanistan, altri cinque gli faranno compagnia a breve. I dieci Uav resteranno in Asia anche dopo la partenza delle truppe britanniche. Attualmente l’esercito di Sua Maestà ha cinquecento droni, ma l’obiettivo della Royal Air Force è molto più ambizioso: entro il 2030, un terzo della flotta aerea dovrà essere comandata a distanza. È stata addirittura costruita una base ad hoc, a Waddington, nel Lincolnshire, prontamente oggetto di immancabili sit-in di protesta.

La Francia, in ritardo rispetto agli alleati occidentali, sta cercando di recuperare il tempo perduto facendo spesa a Washington e a Gerusalemme. Parigi intende comprare dagli Stati Uniti dai cinque ai sette Reaper, col marchio di General Atomics, per circa 300 milioni di euro. Se non ci saranno intoppi (e se dunque il Congresso darà il proprio via libera) due droni saranno operativi in Mali entro la fine dell’anno. In Germania, invece, il progetto Eurohawk, che doveva dotare il Paese di droni non armati, è stato cancellato a causa della mancata autorizzazione a solcare gli spazi aerei domestici, al di fuori dei corridoi riservati (in rispetto alla rigida regolamentazione Ue). Berlino ha perso i 680 milioni di euro già spesi e il ministro della Difesa, Thomas de Mazière, uno dei più stimati collaboratori di Angela Merkel, è finito sotto accusa. Attualmente la Germania detiene in affitto tre velivoli dell’Israeli Air Force, per missioni di ricognizione.

In Europa, in assenza di un esercito comune, ogni Paese procede per conto proprio, anche se le grandi aziende del Vecchio Continente, rispondendo a una sollecitazione del ministro transalpino della Difesa, Jean-Yves Le Drian, si sono dette disposte a lanciare un programma comune. Cassidian, Dassault Aviation e Alenia Aermacchi (gruppo Finmeccanica) hanno fatto appello ai governi perché sostengano finanziariamente il progetto di un drone europeo, colmando il gap tecnologico con le imprese americane e israeliane.

Chi sta riuscendo nell’impresa, invece, è la Cina. Pechino è ancora in ritardo rispetto a Stati Uniti ed Israele, ma ha cominciato a sviluppare un programma di aerei simili ai Reaper americani  uno strumento utile a rafforzare le rivendicazioni del Dragone nelle numerose dispute di confine in cui si trova coinvolto, con Giappone, India, Vietnam e Filippine. Nel mirino dei cinesi, però, c’è soprattutto Washington, in un duello destinato a stabilire le zone di influenza all’interno del Pacifico.

Gli investimenti di Pechino, peraltro, hanno stimolato una corsa agli armamenti in tutta l’Asia. Giappone e Corea stanno cercando di acquistare alcuni Global Hawk, Taiwan e Indonesia hanno studiato un piano industriale interno, seguiti a scia dal Vietnam  Il drone, armato e non, fa gola a tutti. La Turchia sta attendendo la risposta del Congresso americano e nel frattempo lavora a un programma autoctono. Il Pakistan chiede da anni agli Stati Uniti il trasferimento di questa preziosa tecnologia militare, che certamente renderebbe meno impopolari gli strike nelle zone tribali al confine con l’Afghanistan. Ma Islamabad è la patria del doppio gioco e a Washington, fino ad oggi, hanno preferito non fidarsi.

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