La rivincita del liscio

Folk romagnolo

Ricordo quando, da ragazzino, gli ormoni premevano al punto da spingermi a rimanere alzato sino a tarda ora per poter intercettare qualche lembo di pelle nuda sui canali regionali della tivù. Immancabilmente mi capitava di incappare in trasmissioni dove, di fronte a squallide scenografie pseudo-campestri o spogli palchi da sagra, un gruppo di musicisti vestiti coerentemente con il décor ci dava dentro con lo zumpappà, ovvero con il ballo liscio.

Se non ero abbastanza rapido con il telecomando, la carica erotica rischiava di esserne fortemente compromessa: quella visione malinconica, similmente all’effetto che mi hanno sempre fatto certi circhi itineranti mi metteva a disagio. Non mi sono mai chiesto realmente il perché ma so che il sentimento era ed è condiviso.

Sì, perché il ballo liscio fino a questi giorni è stato considerato un repertorio imbarazzante e forse anche un po’ kitsch del retaggio contadino del nostro paese  Metaforicamente: come quelle cascine che giacciono in stato di abbandono a ridosso dei viadotti delle autostrade del Nord Italia, dove il liscio è nato e cresciuto diventando un mostro culturale indigesto a tutti: alla cultura pop così come a quella (diciamo per comodità) alta. Il vero paria della musica italiana, da lasciare lì dove sta, per costruirci vicino una bella autostrada.

Fuor di metafora, per tanti anni l’autostrada che ha cercato di asfaltare quella storia si è chiamata dance music, e paradossalmente ha condiviso con il ballo liscio una parte di marginalizzazione, pur restando un indiscusso fenomeno di massa. Da una parte insomma lo zumpappà con il suo ruspante andamento in 3/4 tipico del valzer, dall’altro l’unz unz (o tunz tunz) tipico dell’ottundente 4/4 delle discoteche.

Questi ultimi non-luoghi sono nati, e non a caso, dalle ceneri delle balere e dei dancing anni ’60, come hanno giustamente ricordato Carlo Antonelli e Fabio De Luca nel loro Disco inferno. Storia del ballo in Italia 1946-2006. Una transizione più o meno morbida dall’orchestra dal vivo al dj che mette dischi come se fosse lui stesso un’orchestra tascabile (con il proprietario a presiedere all’acquisto dei dischi e perfino al loro ordine), fino al moderno divertimento discotecaro.

In questo passaggio chi ci ha perso? Ironicamente proprio la dance music, almeno dal punto di vista economico. In un’inchiesta andata in onda il 4 ottobre 2001, infatti, l’ubiquo team Gabanelli entrava a gamba tesa nel fumoso mondo della SIAE per scoprire che «dei 100 miliardi versati dalle discoteche alla SIAE, 50 se li dividono autori ed editori, ma non tutti gli autori ed editori dei pezzi suonati, bensì a quelli che vengono suonati di più. 30 ai dischi più suonati in Italia, anche se non c’entrano niente con le discoteche, i restanti 20 miliardi al ballo liscio».

Dubito che la mia sensazione di disagio dipendesse dal sentore dello sfondo politico-economico dello zumpappà; ma all’epoca, chi ascoltò simili cifre un certo disagio dovette pur provarlo. Com’era possibile infatti che il genere musicale intoccabile per eccellenza riuscisse a rastrellare tutti quei soldi? Evidentemente l’egemonia della balera non era mai finita, quanto meno nei polverosi uffici SIAE. E forse nemmeno negli anfratti della musica italiana: la ‘musica liscio’, come viene definita nell’inchiesta di Report, ha continuato in effetti a fare capolino qui e là nei dischi più impensabili e spesso per motivi diversi.

Nel 1985 esce un album con un titolo degno di un romanzo di formazione: si chiama 1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi del conseguimento della maggiore età. Il gruppo che presiede a questo vero capolavoro della musica punk rock di marca italiana ha un nome altrettanto evocativo: ‘CCCP Fedeli alla linea’, spesso abbreviato in ‘CCCP’.

Nonostante il titolo, il disco offre una visione musicale solo latamente politica, descrivendo con tinte al vetriolo un mondo di provincia alienato, senza più radici, spento dalle pratiche illogiche del moderno consumismo. Ed eccoci dunque alla traccia numero 5, Valium Tavor Serenase: un Giano musicale dove convivono l’allucinatoria invettiva punk di Giovanni Lindo Ferretti («il Valium mi rilassa, il Serenase mi stende, il Tavor mi riprende») e la citazione quasi letterale di Romagna mia (che diventa qui Emilia mia) di Secondo Casadei, zio del forse più celebre Raoul e vero padre del liscio romagnolo.

Come in un collage su carta la citazione ironica diventa un velenoso attacco alla moderne storture della vita in Emilia Romagna (l’Emilia paranoica che chiude l’album), un Uccidiamo il chiaro di luna! versione rock che segna la lucida impossibilità di pensare la propria terra secondo l’ottica bucolica proposta da Casadei. Il liscio qui è il paradigma musicale di quel piccolo mondo antico ormai perduto al quale Giovanni Lindo Ferretti ha fatto oggi biograficamente ritorno, ritirandosi dalla vita moderna come già fece Giorgio Gaber.

Con un salto di diversi anni arriviamo all’underground elettronico italiano senza compromessi. Un altro titolo programmatico, Straight-Edge Rastafari Manifesto, un altro utilizzo sarcastico del liscio. L’autore è Dj Balli, al secolo Riccardo Balli, agitatore culturale (dal situazionismo della Associazione Astronauti Autonomi al recente libro Apocalypso Disco uscito per i tipi di Agenzia X) e produttore elettronico di un genere ai limiti dell’ascoltabile, il cosiddetto breakcore, figlio illecito della cultura rave.

 https://www.youtube.com/embed/nrGxA-Ena5s/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

In questa breve uscita per la sua etichetta, Sonic Belligeranza, Dj Balli mescola ritmiche industriali, sonorità reggae (come da titolo) e citazioni provenienti dal liscio con un effetto di détournement che ricorda una trasposizione sonora della trasmissione televisiva Blob. Anche in questo caso l’esibizione del collage sembra suggerire un parallelismo fra mondi distanti anni luce: quello di una fittizia ortodossia rastafariana contraria a sesso occasionale e alcool (questo lo straight edge di provenienza punk) e il mondo rustico e sano della Romagna di un tempo. Due ‘stili di vita’ diversi che sembrano tendere allo stesso risultato: pulizia, ordine, ripristino di una condizione umana originaria oramai perduta.

Ed eccoci al 2013, dove i segnali della vendetta culturale del liscio diventano inconfondibili. Il restauro delle antiche cascine, il ripopolamento di antichi borghi abbandonati, cibi e bevande a chilometro zero: l’aia era di nuovo sgombra e pronta ad ospitare il ritorno di Casadei e soci. Da una parte, allora, ecco niente meno che il Ravenna Festival, gravitante intorno alla famiglia di Riccardo Muti, dedicare l’edizione 2013 al liscio romagnolo, intitolando programmaticamente la rassegna Alchimie popolari – Una balera ai giardini.

Nel ponderoso catalogo della manifestazione fioccano i saggi storici sulle origini musicali del genere, sull’importanza dei luoghi dove veniva e viene praticato il celebre ballo, sul panorama sociale entro il quale si sono mosse le picaresche vicende di personaggi come Carlo Brighi e il già citato Secondo Casadei.Senza contare ovviamente le preziosissime fotografie che sembrano resuscitare una provincia italiana felliniana e semi-dimenticata.

Un vero processo di beatificazione in un ambito, quello della musica classica, che spesso si è rivelato più inamovibile dei viadotti stradali evocati all’inizio di questo viaggio. Dall’altra parte ecco ancora un altro recupero filologico insospettabile perché proveniente addirittura dall’indie rock italiano. Si tratta dell’Orchestrina di Molto Agevole, ensemble composto dal gotha dei musicisti di casa nostra: Enrico Gabrielli (Mariposa, Calibro 35), Roberto Dell’Era e Rodrigo D’Erasmo (Afterhours), Sebastiano De Gennaro (di recente in tour con Baustelle).

La formazione ha debuttato nelle terre di Romagna questa estate e ha poi portato il suono dei vari Brighi e Casadei e i repertori di Giovanni D’Anzi e Mario Cavallari in giro per l’Italia. In questi ultimi due casi, insomma, nessun intento di rovesciamento o distorsione, ma un vero e proprio recupero musicale che intende riconoscere al ballo liscio una dimensione artistica e sociale sinora soltanto sfiorata en passant. Nel brano Tutto ciò che c’è c’è già (2000) un allora poco conosciuto Caparezza sperava che «le teenager amassero Casadei» (con tanto di citazione del brano La Filastrocca del nostro, datato 1974).

Oggi uno studio dell’Associazione Donne e Qualità della Vita condotto su 700 coppie fra i 30 e 70 anni ci dice che il ballo liscio rappresenta, per il 32% del campione, l’attività più proficua per la propria vita sessuale e la ‘musica liscio’ è ritenuta più ammiccante del rock (25%), dei ritmi latini (18%) e del tango (12%). Dovrò forse ri-tarare i miei ormoni e fare zapping in cerca di balere?

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