Pd e caos tessere, così muore un partito mai nato

Stop alle tessere dall’11 novembre

Oportet ut scandala eveniant, dice l’evangelista. E la frase è stata tante volte ripetuta, per indicare il bisogno di scoprire gli altarini e rivelare i giochi dei potenti. Era certamente opportuno che avvenissero gli scandali, nella sonnacchiosa era democristiana, quando sembrava che niente potesse scuotere la cinica indifferenza del pubblico. Poi però sono venuti gli anni Settanta e Ottanta, e dall’indifferenza siamo passati, quasi per contrappasso, alla ipersensibilità dei nostri giorni. Lanciati o gonfiati dai giornali, gli scandali si succedono spesso senza alcun criterio di ragionevolezza o di verosimiglianza; in tv sono ormai numerose le trasmissioni che si basano esclusivamente sulla spasmodica ricerca dell’indignazione del pubblico. È forse questa la declinazione specificamente italiana del populismo che scuote tutti i Paesi europei.

Gli scandali non sono più necessari? Non è questo, è che, se sono troppo facili e indiscriminati, rischiano di sollevare un polverone che rende difficile vedere i veri problemi e facilita le strumentalizzazioni. Prendiamo la questione del tesseramento del Pd, di cui sono pieni in questi giorni i giornali e i notiziari. Si tratta indubbiamente di un disastro, l’ennesimo passo sulla via della dissoluzione di questo che purtuttavia è al momento l’unico partito rimasto sulla scena politica. O forse bisognerebbe dire, con Cacciari, l’ennesima prova di non esistenza in vita di un partito mai nato. Cedere all’indignazione, tuttavia, non aiuta a capire che cosa stia succedendo. Porta a rubricare lo scandalo come un ritorno a pratiche della Prima Repubblica, mentre è invece «un frutto delle nebbie della Seconda» (Guido Crainz su Repubblica), e quindi parla di una malattia che è di sistema, di una evoluzione negativa della democrazia rappresentativa, che dovremmo combattere senza moralismi, identificando i nodi istituzionali oltre che politici della questione.

I nodi istituzionali sono quelli delle riforme che dovrebbero ridare forza decisionale alle istituzioni rappresentative e di governo; le riforme che da trent’anni sono necessarie e irraggiungibili e tali resteranno anche in questa legislatura. I nodi politici sono quelli che riguardano la natura dei partiti, in particolare quella del Partito democratico. Anche questi rimandano a riforme necessarie e forse irraggiungibili: quella della legge elettorale, quella del finanziamento pubblico, quella dei regolamenti parlamentari eccetera. Poi però c’è un aspetto politico in senso stretto: che cos’è il Pd? «Un non-partito che si dilania intorno a un non-congresso», l’ha definito Paolo Franchi sul Corriere della Sera. Una definizione terribile, ma tragicamente giusta. Ci si aspettava che il congresso fosse finalmente l’occasione e il luogo di una grande discussione politica sull’identità, la mission, le scelte programmatiche del Pd: una discussione tanto più necessaria in quanto il partito è impegnato in un governo di larghe intese, nel quale non può portare sino in fondo le sue idee. Invece la discussione politica non c’è, e al suo posto abbiamo lo scandalo delle tessere. Qui si innesta però la debolezza di alcuni e la strumentalizzazione di altri.

La decisione di bloccare il tesseramento, oltre che contraria allo statuto, non fa che aumentare il polverone, e trasmette l’immagine di un partito nel caos. Un risultato che forse fa comodo a qualcuno, e precisamente a chi mira a delegittimare le primarie e quindi a indebolire Renzi, il più che probabile vincitore. La vicenda infatti può produrre una ulteriore perdita di credibilità del Pd e quindi anche incidere sulla partecipazione alle primarie. La segreteria avrebbe dovuto tenerla sotto controllo, con interventi anche duri sulle singole situazioni anomale, difendendo il valore positivo del processo congressuale nel suo complesso.

Da parte sua Renzi, accettando la decisione senza discutere, ha avallato l’impressione che non gli importi del congresso in quanto tale (e quindi del partito), ma solo della propria elezione l’8 dicembre. Se questo fosse vero, il sindaco andrebbe incontro a una vita molto molto difficile, anche in caso di un suo approdo a palazzo Chigi. E il Pd, che ha in lui l’ultima speranza di nascere finalmente come partito, vedrebbe svanire anche questa.

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