Gegen Google: la guerra tedesca in difesa del copyright

Diritto d'autore sul web

Si erano sbagliati. Trentamila volte. Tante sono state, infatti, le ingiunzioni di pagamento inviate a inizio dicembre ad altrettanti cittadini tedeschi, con una richiesta quantomeno particolare: pagare una multa di 250 euro per avere guardato in streaming i video pornografici di RedTube, un sito a luci rosse americano molto utilizzato in Germania, il paese dove il “misfatto” ha avuto luogo.

E invece il tribunale di Colonia che, in un impeto di austerity sessuale, aveva dato il permesso allo studio legale tedesco U+C di chiedere i danni a uomini  di ogni età per aver guardato in streaming clip erotiche protette da copyright, ha fatto marcia indietro

La questione, tuttavia, non pare destinata a finire qui. Secondo la società mandante, la svizzera The Archive – che detiene i diritti dei video protetti – i presupposti per un ricorso legale ci sono eccome. E l’avvocato Urmann, dello studio U+C che ha curato il caso, ha rilanciato: «RedTube è solamente stato un banco di prova. Nei prossimi mesi invieremo lettere anche agli utenti degli altri portali», ha dichiarato al Welt am Sonntag.

Mentre i proprietari del sito porno hanno gridato allo scandalo, bollando le lettere come «infondate» e definendole «gravemente lesive dei diritti di coloro che le hanno ricevute», l’episodio ha aperto una questione ben più profonda: chi guarda in streaming video protetti da diritto d’autore rischierà, nel prossimo futuro, multe e sanzioni salate?

Per il momento quella dello streaming, in Germania, resta una delle poche nicchie depenalizzate. Lo stato federale, infatti, è noto per le sue politiche repressive nei confronti di chi viola il copyright. Anche in minima parte.

Tutto ebbe inizio nel 2007, quando i rappresentanti del mercato discografico tedesco incontrarono Angela Merkel per denunciare una situazione finanziaria sempre più difficile, resa complicata dal grande numero di file scaricati illegalmente dai cittadini teutonici (374 milioni nel solo 2006), con il numero di dischi venduti dimezzato rispetto a cinque anni prima. Da quel momento, a Berlino vigono pesanti sanzioni per chi scarica e redistribuisce materiale illegale attraverso i file Torrent. Una politica diventata sempre più aggressiva con il passare degli anni.

Oggi, scaricare un film o un disco può costare una multa tra i 500 e i 1500 euro. Difficile pensare di farla franca: possono passare alcuni mesi, ma le richieste di risarcimento dagli studi leglai arrivano quasi sempre con puntualità. Quando le compagnie rintracciano attività illegale da un indirizzo IP, contattano gli Internet Service Provider competenti i quali, per legge, sono costretti a rivelare nome, cognome e indirizzo del proprietario della connessione internet attraverso cui l’infrazione è stata commessa.

Ai trasgressori viene chiesto di firmare e inviare, entro un tempo massimo di quindici giorni, la Unterlassungserklärung, una dichiarazione di “cessare e desistere” che certifica l’ammissione di colpa e costringe al pagamento di una somma riparatoria per il reato commesso. La compilazione del documento è facoltativa, ma non firmandola si rischia di incorrere in una sanzione amministrativa ben più pesante e, nei casi peggiori, in un procedimento penale.

Che la Germania abbia adottato un pugno di ferro contro la svalutazione e la gratuità dei contenuti coperti da diritto d’autore lo si nota con estrema facilità: basta accedere a Youtube in territorio tedesco per trovarsi davanti un vero e proprio cimitero di video oscurati. Per rendersi conto delle dimensioni del fenomeno, basti pensare che il 61,5% delle clip più popolari di Youtube non sono accessibili in Germania.

Dietro a questo “embargo” virtuale c’è la GEMA, la SIAE tedesca, che chiede al servizio di streaming video di Google il pagamento di una tassa di riproduzione molto più alta che altrove: 0,00375 euro a visualizzazione. Una proposta che Youtube ha rifiutato, causando così la sparizione della maggior parte dei video musicali caricati sulla piattaforma. Una situazione in cui perdono tutti, soprattutto gli utenti, che possono godere di un’offerta di video musicali drasticamente più ristretta rispetto a quella disponibile in tutti gli altri paesi occidentali.

La guerra tra Germania e Big G non si limita soltanto a video e musica. Il dibattito più caldo dell’ultimo anno e mezzo, infatti, ha avuto al centro l’aggregatore di notizie Google News. Nel 2012, sotto la pressione degli editori tedeschi, il Bundestag cominciò a vagliare la possibilità di introdurre una “Leistungsschutzrecht”, un emendamento alla legge nazionale sul copyright per costringere Google News a pagare per ripubblicare i titoli e gli snippet (brevi anteprime) tratti dagli articoli dei quotidiani online tedeschi.

La norma, tuttavia, è stata approvata nel marzo del 2013 in una versione decisamente più morbida: la ripubblicazione è stata mantenuta completamente gratuita, a condizione che Google non superi un tetto massimo di 160 caratteri. Oltre quella soglia, il motore di ricerca sarà costretto a pagare.

Un compromesso escogitato per non rompere definitivamente i rapporti, già tesi, con il gigante tecnologico californiano. La Google Tax tedesca, dunque, è stata annullata sul nascere. Mountain View, dal canto suo, a giugno ha modificato il sistema di inclusione nel programma News: oggi in Germania le testate devono richiedere spontaneamente l’inserimento all’interno dell’aggregatore.

Un modello “opt int”, diverso da quello attivo negli altri paesi, dove vige la regola dell’“opt out”: i bot di Google indicizzano tutti i siti, ma chi vuole può richiedere di essere escluso. «Ci accusano di danneggiare l’editoria, ma noi portiamo milioni di lettori sui siti web dei giornali e rendiamo i loro contenuti più visibili e facili da trovare», chiosò in estate Gerrit Rabestein di Google Germany.

Un’argomentazione che ha condotto il motore di ricerca ad ottenere una vittoria parziale; ma l’insoddisfazione degli editori, che vorrebbero monetizzare diversamente i loro contenuti, è in crescita. La guerra del copyright, in Germania, è tutt’altro che alle battute finali.

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