Ora l’unione bancaria europea è davvero a un passo

I negoziati per il futuro dell’eurozona

BRUXELLES – A sentire il “gruppo di Berlino” (Italia, Francia, Germania, Spagna), l’accordo per il nuovo meccanismo europeo di risoluzione (Srm) delle crisi bancarie, seconda “gamba” dell’unione bancaria dopo l’Ssm (la vigilanza Ue incardinata sulla Bce che partirà a fine 2014) è a un passo. Anzi, il ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni si è addirittura spinto a parlare di «accordo sui principi», mentre da decidere sono, dice, solo «technicalities giuridiche». «Sull’Srm – ha detto nella notte anche il ministro delle Finanze lituano Rimantas Sadzius, presidente di turno Ecofin – non abbiamo un risultato formale in tasca o sul tavolo, ma abbiamo fatto un gigantesco balzo in avanti per definire le direzioni e gli schemi concreti che possono esser consultate con gli esperti degli Stati membri e poi presentati all’Ecofin (straordinario, ndr) della prossima settimana (il 18, ndr)», che sarà preceduto da un eurogruppo straordinario il 17. Pure il francese Pierre Moscovici e il tedesco Wolfgang Schäuble nella notte hanno tenuto giubilanti conferenze stampa. Obiettivo: accordo il 18, con via libera formale dei leader Ue al summit del 19-20, e poi intenso negoziato con il Parlamento Europeo in tempo per aprile, quando l’Assemblea Ue si scioglie per le europee di maggio. Poi, via all’Srm nel 2015.

La verità è che in effetti i Big Four – soprattutto Parigi e Berlino – hanno tirato su una struttura che non sembra proprio fatta per far brindare i mercati, soprattutto in tema di semplicità e trasparenza. Partiamo dal meccanismo stesso. Se tutti erano d’accordo che al board Srm appartengano i regolatori nazionali e, come osservatore, la Commissione europea, il problema era chi “preme il bottone”, ovvero avalla la raccomandazione del board (può essere solo un’istituzione Ue, non un’agenzia come il board). La Commissione proponeva se stessa, d’accordo con la vastissima parte degli stati membri e la Bce, Berlino invece voleva a tutti costi il Consiglio Ue (che rappresenta gli stati membri). Compromesso all’europea preparato dalla presidenza lituana: entrambe le istituzioni saranno coinvolte. Il board “proporrà” che fare della banca in questione, la Commissione può o tacere – e allora la raccomandazione è automaticamente approvata. Oppure opporsi, ma a quel punto deve passare il tutto al Consiglio Ue. «Un pasticcio – commentavano ieri fonti della Commissione – si doveva scegliere o noi o il Consiglio, non metterci dentro tutti e due». La scommessa, spiegava serafico un diplomatico di uno dei Big Four, è che di fronte a un processo così arzigogolato, la Commissione si rassegni a non bloccare un bel niente, o negozi internamente con il board prima della decisione. 

Poi, seconda questione, il fondo di risoluzione, alimentato dalle banche (a completamento, entro il 2025, dovrà contenere tra i 55 e i 60 miliardi di euro), che dovrebbe essere utilizzato qualora non basti il coinvolgimento dei privati (il bail-in) nel salvataggio o nella ristrutturazione di una banca (secondo la gerarchia: prima gli azionisti, poi i bondholder junior, poi i correntisti con depositi sopra i 100.000 euro, visto che quelli al di sotto sono tutelati). Bail-in che, altro compromesso con Berlino, sarà applicabile dal 2016 anziché dal 2018, e dovrà essere in misura dell’8% delle passività della banca. La Germania si è impuntata che l’articolo del Trattato scelto per l’Srm (il 114, per la precisione) non andava bene per il fondo, e avrebbe voluto l’utilizzo di un altro (il 352) che impone l’unanimità. Alla fine si è scelta una soluzione forse ancora peggiore: un nuovo trattato intergovernativo extra-Ue (con la regola dell’unanimità) che regoli la possibilità che un fondo di garanzia di un paese attinga a quello di un altro nel caso le proprie risorse siano insufficienti. Una soluzione sulla quale, ha detto il commissario al Mercato Interno Michel Barnier, «il Parlamento Europeo non sarà molto contento».

L’obiettivo, ha spiegato Saccomanni, è arrivare a una «progressiva mutualizzazione, in vista di un fondo unico». Fondo – per la cronaca – che sarà utilizzabile, dopo il bail-in, per un altro 5%. Fonti tedesche però spiegavano che non c’è ancora un’intesa definitiva su che cosa si intenda davvero per fondo unico, con il rischio che restino dei “comparti nazionali”, cui farebbero riferimenti i singoli stati membri. Non sarebbe più un fondo comune vero.

Inoltre secondo la bozza di compromesso lituana, che secondo Sadzius sarebbe accettata da tutti, se neppure i fondi di garanzia non bastano, starà agli stati nazionali trovare ulteriori fondi sul proprio territorio. L’idea di un ricorso diretto al fondo salva-stati Esm, che tre dei Big Four avrebbero voluto, appare stoppato: la Germania è rimasta irremovibile. Molti diplomatici a Bruxelles cercano di minimizzare: «Sommando l’8% del bail-in al 5% dei fondi di garanzia, si arriva al 13% delle passività – diceva uno di loro – una cifra gigantesca per le grandi banche, più che sufficiente per ogni emergenza. Per le piccole banche è diverso, ma in quel caso sono in gioco cifre molto più piccole».

Il campo di applicazione dell’Srm è risolto con un altro compromesso, che ricalca quello dell’Ssm, tutte le 6.000 banche dell’eurozona sono interessate, ma solo circa 250 banche transfrontaliere saranno direttamente coinvolte. Le altre resteranno sotto l’egida delle authority nazionali, ma l’Srm – al pari dell’Ssm – potrà intervenire ovunque. Era l’unico modo per soddisfare la Germania che all’inizio voleva includere esclusivamente le grandi banche.

L’impianto c’è, insomma, sia pure con non pochi dubbi. Soprattutto, sarà arduo per i tecnici trasformarlo in un testo giuridicamente sostenibile e da tutti condiviso . L’Ecofin del 18 dicembre, giurano in molti, sarà lunghissimo. E difficile.

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