Spopola la Mexi-coke, la Coca-cola messicana

Boom di esportazioni degli Usa

L’hanno ribattezzata la guerra della «Coca». A suon di esportazioni e consumi tra il Messico e gli Stati Uniti. Ma qui non c’entrano i narcos o i cartelli della droga messicani. Si parla solo di bollicine: da New York a Los Angeles cresce la febbre per la Coca-Cola. Ma attenzione, solo quella fabbricata in Messico. Dicono sia migliore nel sapore e nell’aspetto: è dolcificata con lo zucchero di canna e viene confezionata nelle classiche bottiglie di vetro. Quelle affusolate, che fanno tanto anni Ottanta. Tutti lussi che gli americani hanno perso già da qualche decennio, con tanti saluti alla filosofia pop di Andy Warhol. «Tutte le Coca-Cola sono uguali e tutte le Coca-Cola sono buone. Lo sa Liz Taylor, lo sa il presidente, lo sa il barbone e lo sai tu», diceva l’artista americano.

Da qualche anno a questa parte però la massima del cantore dell’«american way of life» perde quota. Perché c’è perfino chi è disposto a pagare quasi il doppio per poter bere la bibita gassata «hecha en Mexico»: la MexiCoke appunto, con tanto di etichetta in lingua spagnola. Basta farsi un giro tra i social network e Youtube per farsi un’idea.

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Secondo una teoria cospirativa tutto comincia nel 1985, quando la Coca-Cola ritira dal mercato la sua formula originale per introdurre la New Coke. Erano gli anni in cui la Pepsi dominava il mercato americano. E la Company decideva di scommettere su un nuovo sapore, per far fronte alla crisi. Presto però i consumatori a gran voce chiesero indietro la formula originale, che tornò trionfante con l’etichetta Coca-Cola Classic. Fu un boom di vendite.

Per tutti si è trattato di un chiaro gioco psicologico architettato dalla multinazionale: straniare il prodotto al consumatore per rimpiazzarlo subito dopo, tale e quale. Secondo i cospiratori, in realtà, c’era un altro fine ben più sottile: cambiare dolcificante, abbandonando lo zucchero di canna – troppo costoso da importare – a favore dello sciroppo di mais, attingendo a piene mani dai produttori statunitensi. La Coca-Cola avrebbe perso gusto, ma i clienti non sarebbe mai stati capaci di avvertire il cambio di sapore. Anzi, sarebbero stati ben contenti del ritorno alla formula originale.

 

Frattanto, la sempre più crescente presenza di messicani nelle città statunitensi ha provocato un exploit di esportazioni di MexiCoke, soprattutto nei negozi di alimenti tipici o ristoranti di cucina regionale. Agli immigrati ispanici non piace la Coca-Cola dei gringos, così sono disposti a pagare in più i costi d’importazione. Poco tempo dopo però anche gli americani hanno cominciato a notare una differenza e a chiedere la Coca-Cola prodotta in Messico.

Nonostante la Coca Cola Company lo scorso luglio abbia affrontato un deficit di vendite più basso del previsto, con profitti in calo del 4 per cento rispetto all’anno precedente, l’esportazione della bibita prodotta in Messico continua a crescere vertiginosamente. Dal 2008 al 2011 il volume è praticamente raddoppiato. Lo sanno bene all’Arca Continental, l’industria messicana di imbottigliamento che da diversi anni ha visto gonfiarsi il fatturato. 

«Dal 2005 abbiamo siglato un accordo ed esportiamo Coca-Cola negli Stati Uniti, all’insegna del proyecto Nostalgia, approfittando della richiesta della popolazione ispanica e soprattutto dei nostri connazionali», spiega Guillermo Garza, a capo della Comunicazione dell’azienda. Il progetto Nostalgia consiste nell’esportazione della bibita, in classiche bottiglie di vetro. Ma non è solo questo. In Messico la formula originale è appunto creata con lo zucchero di canna, mentre negli Usa si utilizza principalmente fruttosio. Così il gruppo Arca ha avuto una crescita delle esportazioni esponenziale: nel secondo trimestre 2013 del 41,2 per cento in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

La moda però era già stata lanciata da un articolo apparso nel 2009 sul New York Times. Il giornalista Rob Walker scriveva non solo che la Mexican Coke è migliore per il suo aspetto vintage, ma che il suo sapore è nettamente superiore alla Coca-Cola made in Usa. Per di più nell’articolo, Walker citava uno studio, pubblicato dalla nota rivista Popular Science, sulle proprietà organolettiche della Coca-Cola in base al materiale usato per la sua conservazione. E il vetro batte plastica e lattine 1 a 0.

Insomma la bibita più popolare al mondo rischia di abbandonare la veste del prodotto di massa per una, per così dire, denominazione di origine controllata. A maggior ragione se il giornalista del Nyt confessava di esser disposto a pagare di più, pur di assaporare la Coca-Cola messicana.
Tant’è che oggi nel quartiere di Brooklyn dove una American coke costa 1,50 dollari, c’è chi è disposto a pagarne da 3,50 a 5 dollari per un’autentica Mexican Coke. Quella vintage e dal sapore vero