Sudamerica, il continente in mano alle donne

Le nuove Evita Perón

Che vinca la migliore. Ma che sia l’ex presidente socialista Michelle Bachelet – favorita dal 46,6 per cento dei consensi – o la ex ministra conservatrice Evelyn Matthei – che si è fermata al 25 per cento – poco importa, in termini di genere. Chi trionferà in questa seconda tornata elettorale prenderà ufficialmente le redini del Cile il prossimo 11 marzo è sarà la quarta o la quinta donna latinoamericana a governare nel 2014. Tutto dipende dalle elezioni presidenziali in Honduras, dove si ventila l’ipotesi di riconteggio dopo l’autoproclamazione di Juan Orlando Hernández, del Partido nacional. La sfidante di sinistra Xiomara Castro, moglie dell’ex presidente Manuel Zelaya, destituito con un golpe nel 2009, avrebbe infatti deciso di impugnare l’esito delle elezioni dello scorso 24 novembre.
Sta di fatto che ad oggi il 40 per cento della popolazione in Sud America è governato da donne. E con la nuova leadership cilena il dato potrebbe passare presto al 60 per cento.

Dopo l’esperienza di Violeta Chamorro in Nicaragua e Mireya Moscoso a Panama negli anni Novanta e la spinta data dalle elezioni della Bachelet in Cile nel 2006, la regione latinoamericana vive una specie di effetto domino. Argentina, Costa Rica, Brasile hanno seguito la scia dell’egemonia femminile. E adesso Santiago del Cile si tinge di nuovo di rosa.

«C’è una tendenza a considerare le donne come una scelta per rafforzare la democrazia, in un continente dove questa è spesso oggetto di verifiche continue per i suoi problemi e le sue debolezze, come la corruzione», spiegava qualche mese fa Sonia Montaño, direttrice dell’Unità Donne e Sviluppo della Commissione economia per l’America latina e i Caraibi (Cepal). D’altronde la prima donna che ricoprì il ruolo di presidenta fu proprio un’argentina, Maria Estela Martínez, nel 1974, anche se la prima eletta nel segreto delle urne fu Vigdis Finnbogadottir, alla guida dell’Islanda nel 1980. L’argentina Martínez, conosciuta come Isabelita, venne eletta vicepresidente e, alla morte del marito, l’allora presidente Juan Domingo Perón, passò a diventare capo di Stato.

«Non è questione di essere migliori o peggiori degli uomini», continuava la Montaño, «il fatto è che le donne non hanno avuto molte possibilità in politica e oggi, dopo governi relativamente di successo come quello di Bachelet in Cile o di Cristina Fernández Kirchner in Argentina, ci si convince che siano delle buone amministratrici». Insomma le donne sarebbero più oneste dei loro omologhi maschili. E quindi più votabili. 
Resta da capire se, una volta al potere, sia davvero diversa la gestione della cosa pubblica al femminile. L’Osservatorio di genere in Cile, ad esempio, pensa di sì. Almeno nel caso del Paese, dove sotto il primo governo di Bachelet, è stato sdoganato il concetto di depenalizzazione dell’aborto, di parità politica e partecipazione, con la creazione di un Gabinetto ad hoc. 

Difficile invece capire se le donne siano più efficaci per la lotta contro la corruzione. Il caso di Dilma Rousseff è però un esempio positivo. Si è disfatta di ben sette ministri dalla moralità poco chiara. Il suo mandato ha segnato la storia dell’America latina: 56 per cento di consensi, prima donna a capo di un gigante economico, ha mantenuto la promessa di aumentare le quote rosa e ha nominato ben otto ministri donne nel suo gabinetto, il numero in assoluto più alto nella storia del governo del Brasile.

La presenza femminile alla presidenza dei Paesi sudamericani però non è sempre sinonimo di una forte rappresentanza nelle istituzioni. La percentuale rosa tra deputati nei parlamenti della regione si attesta al 23 per cento, secondo uno studio realizzato nel 2011 dalla  Inter-Parliamentary Union, l’organizzazione internazionale con sede a GinevraNei primi anni Novanta di premier donne se ne contavano solo quattordici. Dal 2000 al 2010 la cifra è più che raddoppiata e le donne al potere sono diventare 35. Oggi sono 23 tra prime ministre e presidentesse. Per Unwomen, il Fondo delle Nazioni unite per le donne, la presenza femminile nei parlamenti è passata dall’11,6 per cento del ’95 al 20,9 del 2013. Dieci punti in più in 18 anni. Insomma una crescita lenta e che non certo soddisfa le attese femminili. Eppure quel 23 per cento dell’America latina è secondo solo ai Paesi del Nord (42 per cento) e si colloca perfino al di sopra della media europea che, senza appunto i paesi nordici, si ferma al 21 per cento. Un trend negativo che spetta proprio agli Stati mediterranei, come Italia e Spagna.

Di certo le percentuali latinoamericane sono anche il risultato delle leggi sulle quote rosa, approvate a partire dagli anni Novanta in ben 12 Paesi della zona. Sta di fatto però che la donna che vincerà il 15 dicembre in Cile, si aggiungerà a un già nutrito parterre tutto al femminile: Cristina Fernández Kirchner (Argentina), Dilma Rousseff (Brasile) e Laura Chinchilla (Costa Rica). Come se non bastasse, Aída Avella, dopo 17 anni di esilio per minacce e attentati, è tornata in Colombia, chiedendo protezione al governo per esercitare i suoi diritti di cittadina. E si è appena candidata a capo del Partido Unión Patriótica per le elezioni che si svolgeranno nel maggio 2014.
Come a dire, nonostante il Sud America sia spesso associato a un’immagine di società con spiccate tendenze machiste, una buona fetta degli elettori, finora più di 248 milioni secondo le cifre ufficiali, apprezzano le donne al potere. Con buona pace di Olympe de Gouges.

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