Basta frodi: stretta europea sulle società di revisione

Basta frodi: stretta europea sulle società di revisione

A fine 2013 il Parlamento Europeo ha approvato un pacchetto di riforme dei servizi di revisione contabile che impatterà su imprese quotate e istituti bancari europei. Il nuovo bill –non ancora recepito dagli Stati membri – prevede due sostanziali modifiche nel rapporto tra i revisori esterni e le società clienti: introduce l’obbligo di rotazione dell’auditor ogni 10 anni (che si estendono a 24 nell’ipotesi di revisione congiunta); inoltre impone un tetto alle attività di consulenza (non-audit services) svolti dal revisore esterno, che non dovranno eccedere il 70% dei ricavi derivanti dall’attività di revisione.

L’attività del revisore esterno è fondamentale per garantire il corretto funzionamento dei mercati finanziari. La società di revisione certifica la conformità del bilancio d’esercizio rispetto ai principi contabili, garantendo che la rappresentazione economico-finanziaria fornita nel bilancio sia veritiera e corretta. In poche parole i revisori dovrebbero essere i custodi dell’attendibilità del bilancio. La riforma approvata dal Parlamento Europeo punta a incrementare l’indipendenza delle società di revisione riducendo la durata del rapporto con il cliente, e soprattutto ridimensionando l’entità delle attività di consulenza in capo alla società di revisione.

Da almeno un decennio, questi due aspetti sono considerati particolarmente problematici e i nodi sono venuti al pettine all’epoca degli scandali finanziari del 2001-2002 (Enron e Worldcom negli USA, Parmalat in Italia, Hih in Australia, Ahold nei Paesi Bassi): la commistione tra il management delle imprese quotate e i partner delle società di revisione era alla base di una serie di frodi contabili in cui gli auditor non solo furono negligenti nell’indicare la pessima qualità dell’informativa contabile, ma addirittura avevano suggerito le modalità attraverso cui mascherare grosse perdite e debiti derivanti dalle attività di hedging speculativo.

Mentre negli Stati Uniti il Sarbanes and Oxley Act del 2002 ha introdotto la responsabilità personale dei consiglieri di amministrazione nell’approvare il bilancio di esercizio, l’Europa ha optato (con ritardo) per una soluzione differente: ridurre la commistione tra revisori e società quotate. Si tratta di un intervento molto importante, anche se restano dubbi legati all’efficacia della riforma per due ragioni: una mandatory rotation  molto lunga e tempi di applicazione ancora incerti.

Nonostante il Parlamento abbia sconfessato la proposta della Commissione Europea che prevedeva la rotazione dell’auditor dopo 6 anni, l’Europa è riuscita laddove gli Stati Uniti hanno fallito: spingere sull’indipendenza dei revisori esterni dalle aziende ‘clienti’. Nel luglio scorso il Congresso statunitense, con voto bipartisan, aveva bloccato un intervento del Pcaob (Public Company Accounting Oversight Board) – l’organo deputato alla supervisione e controllo delle pratiche contabili delle società quotate negli Usa – che puntava alla rotazione obbligatoria della società di revisione.

Uno sguardo alla revisione esterna per le quotate italiane

E in Italia? La riforma proposta dal Parlamento Europeo non ha suscitato scalpore. Piuttosto l’esperienza italiana sarebbe da prendere in seria considerazione dai partner europei. I recenti interventi legislativi sui temi della ‘Tutela del Risparmio’ (2005 e 2006) impongono alle società quotate di cambiare il revisore esterno al massimo ogni nove anni. Inoltre, vi è l’obbligo di sostituire il soggetto responsabile dell’audit (in genere un partner della società di revisione) ogni sei anni.

I dati disponibili sui siti di Borsa Italiana e Consob dipingono un quadro molto interessante circa i rapporti tra società quotate italiane e auditors dal 2005 in poi ed emerge una forte continuità nei rapporti tra auditor e cliente. Nell’89% delle osservazioni (su base annuale) le società scelgono di mantenere lo stesso revisore esterno.

Mantenere lo stesso revisore ha un valore per l’auditor e per il cliente: col passare degli anni si consolida la conoscenza delle dinamiche specifiche al settore e all’impresa, aiutando a formulare un giudizio circa la conformità del bilancio alle regole contabili; analogamente le imprese adattano le funzioni di auditing interno alle esigenze del revisore. Il contraltare è che col passare del tempo la condizione di indipendenza può venire meno, ponendo dubbi la qualità della revisione esterna. Il nodo cruciale è definire un lasso temporale sufficientemente lungo da consentire all’auditor di conoscere l’azienda, senza inficiare l’indipendenza dello stesso.

Altra caratteristica è la concentrazione dei servizi di auditing: la Figura 1 mostra il peso delle big 4 Auditing Firms (Deloitte, Kpmg, Pwc e Reconta) che certificano il bilancio a oltre  80% delle società quotate alla Borsa di Milano. Non si tratta di una peculiarità italiana ma di una caratteristica diffusa in tutta Europa; la recente riforma avanzata dal Parlamento europeo – che ha incontrato la forte ostruzione dei rappresentanti delle Big4 – non prevede interventi per scardinare la concentrazione del mercato.

Figura 1 – La distribuzione dei servizi di revisione utilizzati dalle società quotate italiane

Altro dato sorprendente riguarda l’evoluzione dei costi della revisione esterna per le società quotate alla Borsa di Milano. Nella Figura 2 – in cui si riporta il valore mediano del costo annuo della ‘revisione esterna’negli ultimi 15 anni – si nota un notevole balzo tra il 2006 e il 2007, quando i costi per ciascuna società  sono quasi triplicati da 150.000 a oltre 450.000 euro annui. Il dato è sorprendente, se si considera che a ridosso del 2001-2002 e poi nel 2007-2008 le società di revisione hanno subito un forte contraccolpo in termini di credibilità in seguito alle frodi contabili. Gli scandali sembrano aver giocato a favore di tali società che hanno incrementato il proprio fatturato senza aver migliorato la qualità dell’informativa contabile.

Figura 2 – L’andamento dei costi dei servizi di revisione esterna

La forte concentrazione del mercato nelle mani di quattro società (negli anni Novanta c’erano 8 big) e il potere delle società di revisione – testimoniato dall’impressionante aumento dei costi per la certificazione del bilancio – rivelano una stortura nel funzionamento del mercato dei servizi di revisione.

La riforma approvata dal Parlamento Europeo rappresenta un timido iniziale tentativo di intervenire sul delicato fronte dei rapporti tra revisori esterni e società quotate: se appare impraticabile l’opzione di imporre un tetto alle quote di mercato delle big 4, la riforma richiederà alle società quotate di rivedere la scelta del proprio auditor alla fine del periodo, aprendo nuovi scenari nella scelta del revisore esterno.

È difficile fare previsioni sulla portata reale dell’intervento: se la rotazione obbligatoria degli auditor incrementerà l’indipendenza delle società di revisione si dovrebbe assistere a una riduzione dei casi di frodi contabili o di collusione tra società quotate revisori, con un effetto benefico sulla qualità dei bilanci. In mancanza di evidenze empiriche consolidate, non ci resta che aspettare le prime ‘rotazioni’ a partire dal 2014.