È guerra fra Cina e Usa sulle Big Four dei conti

Wall Street contro Far East

Sono state prese in mezzo nella “guerra dei mondi”, nella fattispecie le diverse idee di trasparenza e di diritto che separano Cina e Usa. Loro sono le “Big Four” – Kpmg, Deloitte & Touche, PricewaterhouseCoopers e Ernst and Young – le maggiori agenzie di revisione contabile sulla piazza. La Securities and Exchange Commission (Sec) Usa ha infatti decretato una sospensione di sei mesi delle loro filiali cinesi, perché non sono state in grado – secondo la sentenza del giudice Cameron Elliot – di fornire dati accurati sulle compagnie del Dragone quotate negli Usa che sono sotto inchiesta per presunte falsificazioni contabili.

Se, dopo i ricorsi, la sentenza sarà confermata, le imprese cinesi presenti sulla piazza newyorchese – ben 425, con una capitalizzazione totale di 185 miliardi di dollari – dovranno trovarsi quindi nuovi revisori. E se la situazione non si risolvesse, potrebbero addirittura essere tolte dal listino, in uno scenario che definiremmo da “guerra fredda finanziaria”. Se la Sec ha infatti plaudito alla sentenza, la China Securities Regulatory Commission (Zhongguo Zhengquan Jiandu Guanli Weiyuanhui – Csrc) ha immediatamente minacciato ritorsioni e fatto sapere che la dirimpettaia Usa dovrà “assumersi le responsabilità” di quanto sta accadendo.

Da un lato ci sono le leggi sulla trasparenza contabile di Washington, dall’altro quelle sul segreto di Stato di Pechino. Infatti, “le quattro società di revisione contabile sono sono finite nella posizione poco invidiabile per cui se consegniamo i documenti in nostro possesso, violiamo la legge cinese e rischiamo pene detentive”, dice oggi il presidente di Kpmg Michael Andrew. “Se non li consegniamo, veniamo sanzionati dal governo degli Stati Uniti”. Presi in mezzo, dicevamo.

Le aziende cinesi cercano sempre più di essere quotate a Wall Street per diversi motivi, tra cui i più significativi sono le alte quotazioni e l’immagine che restituisce la maggiore borsa del mondo. Si consideri che negli ultimi cinque anni, le imprese del Dragone hanno moltiplicato per diciotto il valore dei propri asset a New York, solo per dodici a Hong Kong, considerata la piazza cinese più concorrenziale rispetto a Wall Street. Insomma, alla borsa newyorkese bisogna esserci. Eppure, nel corso degli anni, si è scoperto che molte di queste imprese falsificavano i propri bilanci per apparire più solide, ricche, per attirare quindi più investitori.

I casi più noti sono quelli della Longtop Financial Technologies, una società di software finanziario cinese, che nel 2011 nascose al proprio auditor, Deloitte, una situazione patrimoniale da mani nei capelli. A quell’epoca, pare, furono le banche cinesi che continuavano a foraggiare Longtop a imporre segretezza al proprio debitore. Deloitte – va detto – si accorse in extremis del falso contabile e scrisse una lettera alla Sec, disimpegnandosi da Longtop. Ci fu poi il caso della Sino-Forest, una società di legname cinese che operava ed era quotata in Canada. Ebbene, nel 2012 presentò improvvisamente istanza di fallimento. Dopo un’inchiesta, la Ontario Securities Commission – equivalente canadese della Sec – giunse alla conclusione che Ernst & Young non aveva esercitato “abbastanza scetticismo”, nelle sue ispezioni, per verificare che i beni della società cinese esistessero davvero.

Ora la Cina accusa il regolatore Usa di non comprendere gli “sforzi” che il sistema finanziario del Dragone sta facendo in direzione della trasparenza e di tirarle una pugnalata nella schiena proprio mentre si sta cercando di compenetrare le legislazioni dei due Paesi. Ma qui ci sono proprio due culture legali a confronto. Da un lato gli statunitensi (e occidentali in genere), per cui la regola è la regola, sia essa una legge, un contratto, un trattato. Da lì non si prescinde e chi sbaglia, paga. Nello specifico, la regola è il Sarbanes-Oxley Act, che richiede alle società di revisione straniere (vi rientrano quindi, le filiali cinesi delle “Big Four”) di consegnare documenti su clienti quotati negli Usa, se la Sec lo richiede. Dall’altro lato i cinesi, per cui il diritto è comunque sottoposto alla ragion di Stato, quindi alla discrezione dei funzionari, molto spesso incorporata negli stessi articoli di legge quando vi si leggono formulette come: “In tutti i casi in cui lo si ritiene necessario, si prevede un’autorizzazione da parte degli organi amministrativi” e così via. La legge non può andare contro gli interessi più generali. Al che si aggiunge per altro la tradizionale idea per cui la regola è “in divenire”: la si sottoscrive, dopo di che, a seconda delle circostanze, si cercherà di piegarla sempre più impercettibilmente a proprio vantaggio, finché non verrà il momento di stabilire una nuova regola più aggiornata alle circostanze. Così, i regolatori dei due Paesi non hanno mai trovato un accordo su norme comuni e si scontrano per imporre la propria visione del mondo.

Possono passare mesi prima che la sentenza sia resa esecutiva e le “Big Four” hanno già annunciato ricorso. Questo può dare tempo alle aziende cinesi quotate a Wall Street di trovarsi altre agenzie di revisione contabile, ma – ci si chiede – se la sospensione dura solo sei mesi, ne vale la pena? Mentre la situazione rimane in stallo, le imprese del Dragone quotate a New York perdono punti: iShares China Large-Cap ETF, il più grande fondo d’investimento cinese negli Usa ha perso il 4,5 per cento, il maggiore tonfo dal 2011. Tencent, il gigante internet, ha perso il 3,5 per cento. Ovviamente, come sempre accade nel mondo della finanza globale, molti operatori consigliano ora di acquistare proprio queste azioni, dato che costano poco (e quando si ripresenta un’occasione così?). Anche le imprese Usa, per altro, dovranno trovare nuovi revisori contabili per i propri asset oltre Muraglia, altrimenti niente Wall Street per loro. Pensate all’esito estremo e paradossale, per ora del tutto fantascientifico, di una General Motors fuori dalla borsa di casa propria perché non offre garanzie sui conti della propria filiale in Cina.

Nel Celeste Impero, infine, proprio per la forma mentis secondo cui la legge non ha un proprio corso indipendentemente dall’opportunità politica, ci si chiede perché la sentenza arrivi proprio ora, quando i regolatori finanziari delle due superpotenze così diverse e così interlacciate già avevano intavolato discussioni per superare l’impasse. Mille sospetti sull’operato ella giustizia Usa si accavallano: vogliono limitare la nostra presenza globale? Le velate minacce della Csrc cinese esprimono “fumus persecutionis”. Da noi si direbbe “giustizia a orologeria”. Come ben sappiamo, è un ottimo strumento di propaganda.

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