La Biennale della Fotografia: niente di buono

Eventi

Un sito dal layout piuttosto scarno, in alto un banner in cui si legge Biennale della Fotografia. A cura dell’On. Vittorio Sgarbi. Perché onorevoli si rimane per sempre, anche se non si siede in Parlamento da tre legislature e le ultime due sortite politiche sono state la poltrona di sindaco di Salemi, poi commissariato per infiltrazione mafiosa, e un non meglio precisato Assessorato alla Rivoluzione nel comune di Baldissero d’Alba. Quando nel 2011 Sgarbi è stato nominato curatore del Padiglione Italia della Biennale di Venezia il titolo di onorevole non veniva utilizzato nelle comunicazioni ufficiali, ma è facile capire perché ritorni nel lancio di questa nuova avventura tutta dedicata alla fotografia: Sgarbi è il “curatore per eccellenza” della prima Biennale dedicata all’arte fotografica, che si terrà da aprile a giugno a Torino nelle Officine Grandi Riparazioni, la Gare d’Orsay italiana che tra il 2011 e il 2012 ha ospitato le mostre per i 150 anni dell’unità d’Italia. 

In homepage, accanto all’immagine di una luce da studio, leggiamo una massima di Henri Cartier-Bresson: «Le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso il momento». Come se si presentasse una mostra di pittura con la foto di un pennello e accanto una frase cult di Pablo Picasso, del genere «l’arte è la menzogna che ci permette di conoscere la verità». Il fotografo francese ritorna nel video di presentazione della Biennale, in cui Sgarbi viene presentato da Giorgio Gregorio Grasso, suo fedele collaboratore sin dagli anni ’90, di recente assessore nella sfortunata avventura di Salemi e direttore artistico di questa nuova impresa: «Nadar è Raffaello, Cartier-Bresson è Caravaggio», ci spiega Sgarbi a braccio, rispolverando il vecchio adagio del dover liberare la fotografia dal ruolo “ancillare” di cui soffrirebbe nei confronti dell’Arte alta. Accanto al video, un testo dello stesso Sgarbi, nel quale parla ancora del padre della poetica dell’istante decisivo: «qualche giorno fa, arrivata la notizia della morte di Henri Cartier-Bresson, Domizia Carafoli del Giornale mi ha chiesto alcune osservazioni estetiche sull’opera del grande fotografo», racconta Sgarbi che di lui scrive «ha avuto lo stesso ruolo di Picasso in pittura». Insomma, un maestro della pittura vale l’altro, basta che siano figure importanti. Cartier-Bresson poi è morto nel 2004: varrebbe forse la pena di presentare un nuovo evento con un testo che non sia vecchio di dieci anni.

Ma la caratteristica principale di questa nuova iniziativa è l’approccio democratico, la scelta di popolare i corridoi dell’esposizione con proposte fatte da «tutti coloro che, in possesso della cittadinanza e/o residenza italiana, per diletto o professione siano fotografi», come recita il regolamento. Si possono proporre da un minimo di quattro a un massimo di sei immagini, e «per ogni artista la commissione tecnica selezionerà due delle opere inviate». Ognuno avrà a disposizione «uno spazio pari a 100 cm di larghezza per 200 cm di altezza». Già in occasione della Biennale Sgarbi si era messo in lotta contro i poteri forti curatoriali del nostro paese, invitando intellettuali di ogni sorta (tranne che di settore) a scegliere opere d’arte da esporre nel Padiglione Italia; qui si spinge ancora più in là, nel segno di quel “diletto o professione” che rende la fotografia un linguaggio universale, dove siamo tutti autori, tutti in grado di portare a casa una manciata di istanti decisivi. Basta pagare i 350 euro di partecipazione alla selezione, sia ben chiaro necessari al solo scopo di mantenere l’evento autonomo, «garantendo la massima libertà d’espressione al singolo artista». Il media partner della Biennale (patrocinata dalla Regione Piemonte) è il Corriere della Sera, che ha composto un’altra giuria per un premio chiamato Obiettivo Italia (sponsor Samsung), dove attraverso una serie di categorie fotografiche verranno scelti i vincitori che parteciperanno alla grande mostra di Torino. Tra i temi scelti dal Corriere abbiamo Notturni Italiani, Il Belpaese sull’Acqua, Sagre e Folklore e Gente Italiana; la giuria vede nomi eccellenti, tra cui lo storico dell’arte Carlo Arturo Quintavalle e il fotografo Gianni Berengo Gardin. Loro che hanno vissuto, scritto e fotografato durante decenni chiave della fotografia italiana, loro che si chiedevano del senso profondo del paesaggio e della documentazione, che cosa provano scorrendo quell’infinità di gondole, fontane, luminarie e torri di Pisa inviate per il concorso? Che valore danno al vivere la fotografia «al massimo della condivisione» come dettato dallo sponsor del concorso? E cosa pensano di una Biennale di fotografia dove ognuno avrà il suo posticino, a patto che paghi l’esosa quota di partecipazione e stampi delle foto non più grandi di un metro?

Non aiuta l’impressione di serietà dell’iniziativa che il direttore artistico Grasso scriva «in Italia, ad oggi, nessuno ha avuto ancora il coraggio di porre il punto zero per una storicizzazione di un mezzo espressivo quale è la fotografia, ormai assunta agli alti onori dell’arte. Ancora una volta la “zampata” del leone Sgarbi pone le basi per realizzare una meravigliosa opportunità! (sic): la Prima Biennale Italiana di Fotografia, nessuno ci aveva mai pensato, chiedetevi perché…» Ce lo siamo chiesto, e la risposta è che volere soldi da aspiranti fotografi per vedere due proprie foto appese in un bel posto non contribuisce alla valorizzazione di un linguaggio che del mondo dell’arte ha sempre fatto parte, e non dall’anno scorso. Il “punto zero” annunciato da Grasso è la scusa con la quale si elimina qualsiasi intento curatoriale, non preoccupandosi di creare dei percorsi tematici che vadano al di là di cliché da ufficio del turismo, non chiamando artisti per il valore del loro lavoro ma facendo sentire tutti un po’ artisti, così magari si raccolgono molte quote di partecipazione, che per carità servono solo a salvaguardare l’indipendenza dell’evento. 

Da tempo in Italia esistono festival e iniziative che promuovono una migliore conoscenza dei molti volti della fotografia contemporanea, e negarlo come fa Grasso è una bugia. Fotografia Europea a Reggio Emilia, il SI Fest di Savignano sul Rubicone o il Festival di Fotografia di Roma da molti anni contribuiscono all’esistenza di un discorso critico sulla fotografia in Italia. Dal punto di vista della partecipazione dal basso decantata da questa Biennale, basta citare il festival Occhi Rossi del Forte Prenestino per avere un esempio virtuoso di spontaneismo fotografico. Quello che vuole fare questa Biennale è invece un grande passo indietro, ingabbiando di nuovo la fotografia in quella favola dell’immediatezza che elimina la distanza tra l’autore e l’osservatore, così tutti possiamo sentirci creativi, almeno per un giorno. Non abbiamo bisogno di eventi che ci invitino a giocare a essere autori, abbiamo bisogno di un discorso che ci restituisca la complessità di un’opera d’arte, il percorso necessario a realizzarla, il peso specifico di un’immagine. Abbiamo bisogno di recuperare l’importanza della fruizione culturale, non di formulette e di siti web tirati su in mezza mattinata che promuovono la falsa idea della creatività a portata di mano.

Aggiornamento: nelle scorse ore, Vittorio Sgarbi ha trasmesso alla nostra attenzione un comunicato, in cui fa una serie di precisazioni riguardo la sua posizione all’interno della Biennale. Le cose che ci sembrano più rilevanti sono la sua estraneità alla posizione dichiarata dai promotori dell’evento, l’errore riconosciuto nel definirlo Onorevole nelle comunicazioni ufficiali e la messa in dubbio dell’oggettiva fattibilità della Biennale. Al link sottostante è disponibile il comunicato completo, che veniva già sintetizzato in questo articolo di Repubblica, successivo alla pubblicazione dell’opinione di Fabio Severo. [La Redazione Cultura]

precisazione_biennale_della_fotografia.pdf

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