La Repubblica delle chiacchiere

Soliti vizi, paese malato

S’ode come un allegro rullio di tamburelli, si rivoterà in Piemonte, si votano le europee, il torpido governo di Enrico Letta traballa, e maggio potrebbe essere il mese dell’election day, tutti alle urne: al voto! Al voto! Dunque scalpita Matteo Renzi e sbuffa Beppe Grillo, anche Silvio Berlusconi, nell’altalena dei suoi imprendibili umori, annusa l’aria, sente odore di elezioni e di campagna elettorale, dunque si eccita perché il marketing e le promesse sono il suo elemento naturale, “mi ricandiderò in tutte le circoscrizioni”, promette. Lo spread si è abbassato alla soglia fisiologica e tranquillizzante dei 198 punti, nessuno ne parla più, lontana è la febbre che portò al governo Mario Monti, dimenticato è l’allarme, l’emergenza, i titoli preoccupati del solitamente compassato Sole 24 Ore (“Fate presto”).

l’Italia politica già si riconsegna alle solite allegre abitudini, al minuetto delle interviste contundenti, al brulichio selvaggio del cambiamento e delle riforme promesse e mai realizzate, sempre le stesse, retino con cui accalappiare voti. Già vent’anni fa Umberto Bossi prometteva la Camera delle regioni, come fa oggi Renzi. E come oggi Beppe Grillo, già vent’anni fa Bossi era un genio della piazza, la versione padana del ricorrente sogno italiano di poter fare a meno della politica, la faccia ruspante della rivoluzione del ’92. E vent’anni fa c’era sempre Silvio Berlusconi a capo di Forza Italia, e come oggi anche allora il Cavaliere arringava il suo popolo di elettori sulla giustizia promettendo “la rivoluzione in nome della libertà”.

Da allora a oggi non è cambiato niente, il federalismo non si è mai fatto, il parlamento è sempre diviso in due Camere, la giustizia non funziona, le leggi sul lavoro sono complesse e antiquate, la burocrazia è farraginosa, l’antipolitica non ha guarito la politica. Ma le parole d’ordine, le promesse, e il tono con cui vengono pronunciate, sono ancora una volta le stesse. E insomma, malgrado la crisi non sia finita, chiusa la parentesi del pericolo e del rigore montiano, il circo politico torna alle sue antiche e allegre abitudini. E persino nel duello tra Renzi e Letta, che tanto ricorda quello tra Veltroni e Prodi, si riconoscono i più comuni tra i luoghi comuni della recente storia politica italiana: l’ansia scalpitante del rinnovamento contro le ragioni di un governo debole e sonnacchioso.

Eppure l’Italia non è più la nazione apparentemente forte del 1994, del 2001, né tantomeno del 2006. E c’è da chiedersi quanto costi, al paese che annaspa per la crisi, questo eterno ritorno alle spensieratezze dissipate della politica, a questo vano dibattere, a questo turbinìo di promesse che alludono soltanto alle elezioni. La disoccupazione aumenta, il Pil si comprime, la borghesia s’impoverisce, le aziende chiudono, ma nel Palazzo si diffonde una strana e dimentica euforia: tutti vogliono vincere le elezioni, tutti promettono “il cambiamento” – parola dotata di magica permanenza – ma nessuno sembra voler governare. Ed è uno strano paradosso, perché un governo in Italia c’è già, e Renzi è già il capo del partito di maggioranza. Eppure la cosa non funziona, il governo pasticcia sull’Imu, sugli stipendi dei professori di scuola, tira a campare per non tirare le cuoia e Renzi anima un’ambigua opposizione assieme a Berlusconi e assieme a Grillo.

“Tu pensa a governare che al resto ci penso io”, ha detto ieri il giovane segretario del Pd a Letta, nel loro incontro a Palazzo Chigi. E “ci penso io” significa Jobs Act, cioè uno stato d’animo più che un contenuto, un sublime effetto di scena, un’esplosione di fuochi d’artificio, un elenco di riforme possibili tuttavia non spiegate e prive di copertura finanziaria. Ma “ci penso io” significa pure riforma della legge elettorale, quell’oscuro oggetto del desiderio con il quale la politica da sempre ama pasticciare: è stata cambiata tre volte dalla Prima alla Seconda Repubblica, con risultati disastrosi. E solo in Italia si cambiano continuamente le regole del gioco, e solo in Italia chi vince riscrive il sistema elettorale non tanto per garantire capacità di governo ma per garantirsi la sopravvivenza in Parlamento.

E insomma la rivoluzione italiana assume caratteri nuovi eppure sempre uguali, la confusione scatenata del cambiamento costringe questo martoriato paese a misurarsi con una tensione senza orizzonte, un susseguirsi inalterabile di speranze e proposizioni di rinnovamento. Sono anni che viviamo in un terremoto continuo, il maggioritario, il rogo di Tangentopoli, la vittoria dei Berlusconi e dei Previti, il giustizialismo truce di Di Pietro, il dito medio di Bossi, il vaffanculo di Grillo, la rottamazione di Renzi, il suo conflitto con l’impaludato Letta. E si capisce che “cambiamento” e “rivoluzione” sono il massimo conformismo italiano, un destino, un’allegra condanna. Ci affidiamo dunque alle elezioni anticipate, o a un’infinita e vana campagna elettorale, almeno finché non riesploderà, attorno alla nostra scanzonata dissipazione, la speculazione finanziaria con l’incubo del default. Lo spread per adesso è a 198 punti, e “Jobs Act” suona bene. Poi però si torna a piangere.