Stiamo rischiando di perdere la neutralità di internet

Dopo la sentenza USA

È un po’ come se, nel centro della più grande e trafficata autostrada del mondo, nascessero delle corsie “privilegiate”, aperte soltanto a pochi, dove si chiude un occhio sui limiti di velocità e il percorso diventa più corto, una sorta di scorciatoia verso la destinazione finale.

Ora, sostituite quell’autostrada con la rete, intesa come Internet, e avrete (a grandi linee) il senso di quanto accaduto due settimane fa negli Stati Uniti, quando una sentenza emessa dalla Corte d’Appello di Washington ha messo a serio rischio uno dei principi fondanti, almeno secondo alcuni, del web: la Net Neutrality, la neutralità della rete, secondo la quale ogni contenuto online è uguale agli altri, e merita lo stesso trattamento.

«La battaglia per la Net Neutrality è stata persa», titolava Slate lo scorso 14 gennaio. «Per la seconda volta in quattro anni, la corte ha inflitto un duro colpo al tentativo della Federal Communication Commission di adottare una neutralità di rete. Ora è legale per AT&T e Verizon bloccare Slate, il tuo blog, o qualsiasi altro sito internet», attaccava Marvin Ammori sulle pagine dell’influente magazine liberal fondato nel 1996.

Tutto cominciò nel 2010, quando la FCC istituì una serie di regole (raccolte nel documento Open Internet Order), nel tentativo di dare seguito ai 4 principi dell’Internet libero datati 2005, secondo cui ogni utente può utilizzare la rete come meglio preferisce purché non ne danneggi struttura o funzionamento; Il documento di quattro anni fa aggiunse a queste fondamenta tre concetti fondamentali: il principio della trasparenza, il divieto di inserire blocchi, il «no» a qualsiasi discriminazione irragionevole a livello di contenuti e di traffico.

L’Open Internet Order del 2010, accolto con un plauso da molti dei sostenitori della Net Neutrality, causò tuttavia anche reazioni negative. I provider, ad esempio, puntarono il dito sul decreto della Commissione denunciando spiegando come, secondo loro, avrebbe posto seri ostacoli all’innovazione, poiché avrebbe vietato di capitalizzare gli investimenti sulla banda larga e di reinvestire quei soldi in servizi di qualità superiore per i clienti. 

Tra i contestatori più agguerriti dal principio ci fu Verizon, provider di banda larga e telecomunicazioni attivo dai primi mesi del 2000 e coinvolto, tra l’altro, nello scandalo NSA. La compagnia denunciò la Federal Communication Commission, puntando il dito contro quelle che sono state definite «restrizioni drammatiche alle attività di gestione della rete da parte dei fornitori di connettività». Secondo gli accusatori, la FCC avrebbe cercato di controllare direttamente tutti gli aspetti relativi all’accesso alla banda larga, macchiandosi così di un «abuso» del potere a sua effettiva disposizione.

In appello, una sentenza da 81 pagine ha sostanzialmente smantellato i punti cardine dell’Open Internet Order, mantenendo solo il principio della trasparenza ma bocciando il resto del testo. Alla base della decisione, un vizio di forma. Da ora in poi, a meno di ribaltamenti futuri davanti alla Corte Suprema, avremo davanti un «web a due velocità»: i provider internet potranno infatti applicare regimi tariffari diversi a seconda della potenza e della velocità di comunicazione, creando dunque “corsie preferenziali” a pagamento per chi se le potrà permettere.

Con questa decisione, come scrive Raffaella Natale su KeyBiz, «d’ora in poi agli operatori che forniscono le infrastrutture potrebbe andare una parte dei profitti dei fornitori di contenuti come appunto Netflix e YouTube. Il verdetto, infatti, permetterà ai fornitori di banda larga di negoziare accordi speciali con i provider di contenuti come appunto Netflix, YouTube, Yahoo! per garantire che i loro contenuti possano contare su una maggiore potenza di banda rispetto ad altri siti. Ma secondo le associazioni dei consumatori questo potrebbe limitare la scelta degli utenti, che comunque vedranno aumentare i prezzi dei servizi streaming, e minacciare le piccole piattaforme per non hanno risorse per garantire ai propri clienti un accesso più veloce e affidabile a internet».

Una serie di effetti a catena che, dunque, potrebbero avere serie conseguenze sugli sviluppi futuri del web. Ora bisognerà osservare le prossime mosse dei due schieramenti: da un lato i provider, che cercheranno di delegittimare l’intero insieme di regole, impugnando la sentenza della corte di Washington; dall’altro la FCC, che dovrà cercare di rinsaldare il proprio potere anche agli occhi del congresso e di Barack Obama, che aveva fatto proprio il concetto della neutralità di internet in campagna elettorale, sostenendone l’importanza fondamentale. 

In mezzo ci sono i cittadini, che dovrebbero cercare di preservare la Net Neutrality ad ogni costo (ecco perché). Non si tratta solamente di una questione commerciale, ma si lega a doppio filo alla libertà personale. Basti pensare che in Russia – e non nella “lontana” Cina – una nuova legge permetterà alle autorità di bloccare siti e social network che ospiteranno propaganda ad attività od eventi di protesta in vista dei Giochi Olimpici di Sochi. Dalla neutralità alla censura, quando si parla di internet, il passo è breve. E sta avvenendo proprio ora. 

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