Un governo di nessuno, senza sbocco elettorale

Bussola politica

In privato come in pubblico Matteo Renzi rassicura Enrico Letta eppure è diffusa l’impressione, non soltanto a Palazzo Chigi, che il segretario del Pd punti più a logorare il governo che a liberarlo dal paludoso torpore dell’inazione. Si realizza così lo scenario che forse più inquieta il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: il lavoro di Letta, per sua natura già portato a vivere “al condizionale”, è reso ancora più complicato dalle mosse di Renzi. E l’Italia già si abbandona alla campagna elettorale, ma senza aver ancora individuato una legge con la quale poter votare.

L’effetto è quello di avere un governo delegittimato, da cui tutti si distanziano, di cui tutti minacciano la crisi (compreso Angelino Alfano sui matrimoni gay). Un governo di nessuno, che non governa, e al quale – paradosso – non c’è tuttavia alternativa perché le forze politiche non sono in grado, nel complicato intreccio dei personali calcoli di vantaggio di ciascuno, di accordarsi sulla riforma della legge elettorale. Silvio Berlusconi dice di volere il sistema spagnolo, ma forse in realtà vuole solo perdere tempo per logorare, assieme a Letta, anche Renzi. E gran parte del Pd, come il partito di Alfano, vuole invece un sistema a doppio turno che tuttavia non convince il giovane segretario del Pd. Lui riunisce oggi i suoi gruppi parlamentari per discuterne, e il 27 comincerà la discussione in parlamento. Ma senza accordo e ancora senza un testo da cui partire. 

«Il problema di Enrico è che non si fida di me», ha detto il segretario del Pd al Corriere della Sera. All’incirca lo stesso invito che Renzi ha fatto a Letta anche in privato nel loro ultimo incontro a Palazzo Chigi: «Tu pensa a governare, che al resto ci penso io». Sono parole persino sincere: Renzi non ha intenzione di governare con questo governo, interpreta il suo ruolo come quello di agitatore di idee estraneo alla frequentazione del Palazzo, produttore fantasioso di spot e invenzioni di marketing elettorale come il Jobs Act. 

Di conseguenza Letta, che comprensibilmente non si fida, accentua la sua natura per così dire “riflessiva”, lenta, torpida: non fare per non sbagliare, parlare per non morire. Dunque il presidente del Consiglio ha cominciato un infinito lavoro di verifica con le forze che compongono la sua maggioranza e si prepara pure, così dicono a Palazzo Chigi, a un rimpasto di governo del quale Renzi diffida e nel quale non ha intenzione di farsi coinvolgere. Renzi non vuole siglare con Letta alcun accordo che lo colleghi al governo e nessuna delle sue proposte politiche, a cominciare proprio dal cosiddetto Jobs Act (uno scheletro ancora da riempire di contenuti di cui il Pd dovrebbe iniziare discutere giovedì prossimo), è di immediata applicabilità: si tratta di idee che il segretario del Pd offre al pubblico degli elettori come caffeina, eccitante elettorale, nulla più. Non è certo uno strumento per rilanciare lazione di Letta. Si verifica così il paradosso di un governo che non governa, un governo nel quale non si riconosce fino in fondo nemmeno il suo principale azionista, cioè il Partito democratico. Un governo al quale, tuttavia, non cè ancora alternativa.

E dicono che Giorgio Napolitano adesso sia davvero preoccupato. L’Italia, fiaccata dalla recessione e immemore del rischio default corso nel 2011 quando fu chiamato di fretta Mario Monti, si trova in un cul de sac istituzionale. Sono attese tra oggi e domani le motivazioni con le quali la corte Costituzionale ha cancellato il Porcellum. Tutti, a cominciare da Napolitano, sanno che votare con il proporzionale puro – cioè col sistema venuto fuori per effetto della senza della Suprema Corte – significherebbe consegnare il paese all’ingovernabilità. E dunque non si governa con Letta, ma senza la riforma elettorale non si governa nemmeno con le elezioni anticipate.

Renzi è attorcigliato nella trattativa con Berlusconi sul sistema spagnolo, il Cavaliere è sempre il più anguillesco e furbo degli interlocutori. Solo il sistema spagnolo, con il suo bipartitismo, rappresenta la soluzione più sicura e adatta per una leadership come quella di Renzi. Ma Berlusconi potrebbe essere più interessato a logorare Renzi che a favorire un decorso verso le urne. Certo, una riforma elettorale si può anche fare a maggioranza, senza i voti di Berlusconi. Ma servirebbero quelli di Alfano, o della Lega, due interlocutori politici il cui destino appare tuttavia troppo legato a quello del Cavaliere per poter sperare che si possano muovere davvero in autonomia dalle inclinazione più o meno occulte del Sovrano di Arcore. Ed ecco l’impasse e il rischio che Napolitano già osserva con allarme: né elezioni, né un governo capace di approvare le riforme di sistema. Si profila un inquietante galleggiamento in un clima agitato da una propaganda che allude all’inafferrabile orizzonte del voto. Il presidente della Repubblica, motore mobilissimo della politica italiana, potrebbe anche decidere di muoversi per sciogliere l’impasse. Ma non può permettersi errori. Intanto osserva la strana e fatua campagna elettorale, già iniziata, ma senza elezioni. Un equilibrio anomalo e pericoloso in tempi di crisi.

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