La gloria a spicchi

LINK YOUNG

È dal lontano Cinquantanove che a Springfield, nel Massachussetts, si aggiorna ogni anno la lista dei supercampioni della pallacanestro. Ed è dal 17 di febbraio del 1968 che la Naismith Memorial Basketball Hall of Fame ha anche una sua sede, dove chi ha fatto la storia della palla a spicchi si possa sentire sempre a casa. Giocatori, allenatori, tecnici, arbitri… le ampie pareti hanno spazio per le fotografie e i ricordi di tutti, per la gioia di tutti gli appassionati e il ricordo delle più grandi imprese.

Il racconto

UNO A ZERO PER ME

Il professore chiamò il bidello e gli consegnò la lista di ciò di cui aveva bisogno per la lezione di educazione fisica del pomeriggio. Per cortesia, che gli portasse in palestra un pallone bello gonfio, due grosse scatole, una scala, due puntine da disegno, un fischietto e il cronometro.

I ragazzi della classe erano diciotto e il professore li divise in due squadre da nove. Chiamò a sé due di loro, li nominò capitani, li pose uno in fronte all’altro a far pari o dispari, per scegliere i propri compagni: Lyman, John, Eugene, Edwin, William, Thomas, Frank, Finlay e William da una parte; Wilbert, i due George, Raymond, Ernest, Genzaburo, Benjamin, Franklin e Henry dall’altra.

Il bidello si presentò puntuale, con ogni cosa richiesta… o quasi.

Lanciò il pallone, che rimbalzò molto bene sul pavimento e finì tra i polpastrelli del professore, cui consegnò anche le puntine da disegno, prima di perderle o infilzarsi un dito. Lui estrasse due fogli scritti in bella grafia e li appese da una e dall’altra parte del campo. Una sotto l’altra aveva scritto le tredici regole del suo nuovo gioco e che ognuno si adeguasse, altrimenti eran guai. Infatti il bidello consegnò anche il fischietto, il cronometro e poggiò la scala alla parete, sospirando per il sollievo di essersi liberato di quel peso.

E le scatole?!

Le scatole non c’erano. O erano troppo grandi o troppo piccole e le uniche che più o meno potevano andare bene non erano della medesima misura. Però c’erano i due cesti, che nella mensa servivano per contenere la frutta. Detto, fatto: si rovesciarono le mele e l’uva sul tavolo e i canestri furono appesi alla parete, uno di qua e uno di là, alla bellezza di dieci piedi dal suolo, che poi sono tre metri e un gruzzolo.

«Teniamo almeno un paio di banane – suggerì il bidello – che sono ricche di potassio e fanno bene ai muscoli…» Ma il professore fece finta di non sentire. Nel perfetto centro del campo lanciò il pallone in aria e diede il via alla competizione.

Non fu facile capirci subito qualcosa, né erano stati preparati schemi e tattiche per sconfiggere gli avversari.

Lyman, trovandosi con il pallone tra le mani, lo avvinghiò per non lasciarselo sottrarre e cominciò a correre lungo la linea laterale, oltre la metà campo e via, a testa bassa e a tutta velocità, dando una spallata all’ultimo difensore e varcando entusiasta la linea di fondo. Ma lo si deve capire, Lyman: era il capitano della squadra di football e a quello lui pensava ogni volta che vedeva un pallone, anche se questo, tondo tondo, anziché ovale, gli risultò un po’ difficile da maneggiare.

Passa di qua, palleggia di là, prova un trucco sotto le gambe, a un certo punto il professore fece notare che lo scopo del gioco era di lanciare il pallone dentro il canestro lassù, non certo di farsi belli davanti alle ragazze in tribuna, con magie da giocoliere. Andò a finire che al terzo tentativo Raymond frantumò una lampadina e si continuò a giocare nella penombra.

Finché William non si trovò solo a pochi passi e un salto dal canestro. Cercando di disfarsi del pallone in qualche modo, prima di essere aggredito dagli avversari, lo lanciò senza nemmeno prendere la mira e lo mandò a infilarsi bel bello nella cesta. Il fischiò del professore causò un attimo di titubanza, subito seguito dall’entusiasmo dei compagni. Uno a zero per loro.

La palla, però, era rimasta lassù e proseguire la partita diventava difficile. Di ciò se ne lamentò soprattutto la squadra in svantaggio, che si rivolse al bidello, appisolato in un cantuccio. Ecco a cosa serviva la scala, pesante così. In due la tennero ferma, in altri due tennero fermi i due che la tenevano ferma, uno salì, traballando e gli altri quattro si misero intorno, pronti a raccoglierlo, qualora fosse precipitato da lì. Invece lui infilò la mano nel canestro, afferrò il pallone e lo lasciò cadere in campo per scendersene, piolo dopo piolo, con un sorriso trionfale.

La partita riprese, ma il punteggio non cambiò più. A sera i diciotto ragazzi e il professore si trovarono a mensa, per discutere della sfida, che non era una partita qualsiasi, ma il primo, indimenticabile match di basket, nella storia dei canestri. E per dimostrare la propria soddisfazione, fu Wilbert a sacrificare la propria mela di fine pasto e, anziché addentarne la freschezza, la lanciò dritta dritta nel canestro, tornato al suo posto nel refettorio, ma ormai destinato a ben più gloriosa carriera.

La fotografia

È dedicata a James Naismith la, Hall of Fame: il professore di ginnastica di quella classe di diciotto giovanotti, per i quali si inventò le regole del gioco. Docente allo Springfield College, ogni inverno si trovava di fronte al dilemma di come tenere in forma i baldanzosi giocatori della squadra di football, con un metro e mezzo di neve a coprire il campo là fuori, che rendeva impossibile qualsiasi partita. Non gli restava che la palestra e qualche altro aggeggio, che non pesasse troppo sulle casse della scuola. In più, era preferibile evitare il più possibile infortuni e contatti fisici. Ci pensò un po’ su e furono proprio due canestri trovati da qualche parte a dargli l’idea di appenderli lassù. Prese carta e penna e, agli sgoccioli del 1891, scrisse una dopo l’altra le prime tredici regole dello sport, che inventò proprio quel giorno. Da allora, ancora oggi, se abbiamo voglia, un pallone e un po’ di tempo libero, possiamo divertirci con due tiri a canestro.

Il video

 https://www.youtube.com/embed/kyyZaJag2Fc/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

Nella Hall of Fame c’è posto anche per alcune squadre intere, oltre che per tanti singoli atleti. La prima fu la prima davvero: lo storico First Team, che giocò il primissimo incontro ufficiale. Un’altra è una squadra a dir poco spettacolare, che da quasi novant’anni gira il mondo di nome e di fatto, tanto che si chiama Globetrotters, che tradotto significa proprio giramondo. Spesso vestiti a stelle e strisce, gli atleti di Harlem non badano al punteggio e a volte interpretano le regole a modo loro, puntando tutto sullo spettacolo e sulla comicità, lasciando ogni volta il pubblico a bocca aperta.

La pagina web

Se hai voglia di sbirciare tra i campioni della Naismith Hall of Fame, scoprire chi è chi, indovinare chi sarà il prossimo, l’ideale è cliccare sul sito ufficiale e se è in inglese, poco importa. Respirerai un po’ di quell’aria di mito, che gli eroi dello sport portano con sé e, chissà, forse un giorno tra quei nomi ci sarà anche il tuo, se ti alleni a tirare e palleggiare. Se invece ci andrai di persona, a Springfield, ricordati di mandarmi una cartolina.

Ti consiglio un libro

Ettore Messina – Basket, uomini e altri pianeti – Add

Non è nella Hall of Fame, perché ancora in attività, ma Ettore Messina prima o poi a Springfield ci finirà senz’altro. Tra gli allenatori, infatti, è lassù in cima alla lista, avendo guidato squadre e nazionali in Italia, Spagna, Russia e anche nell’NBA, ai mitici Los Angeles Lakers. Tutto ciò che ha da raccontare ha provato a infilarlo tra le pagine di un libro, badando alla sintassi come agli schemi del quintetto, con la sua bella copertina color palla a spicchi. Ricordi, segreti, trucchi, aneddoti, curiosità… C’è di tutto, là dentro, e la lettura si fa intensa quasi quanto una partita, tanto che alla fine vien voglia di sperare nei tempi supplementari.

I nostri eroi

Nella Hall of Fame di Springfield c’è molto spazio per i campioni del canestro, che senza di loro non ci sarebbe lo spettacolo. Poi ci sono gli allenatori e i tecnici, che tengono a bada e danno buoni consigli ai giocatori sul campo. Ma un cantuccio c’è anche per gli arbitri, che hanno un ruolo importante anche loro e senza i quali sarebbe difficile giocare, a cominciare dalla palla a due.

Il primo di loro si chiamava Matthew Patrick Kennedy, Pat per gli amici, che nulla aveva a che fare con la famiglia Kennedy, che era sufficientemente grande per mettere insieme una squadra, ma forse un po’ troppo bassa di statura. Dal Ventotto al Cinquantasette arbitrò la bellezza di quattromila partite e, a carriera finita, viaggiò il mondo con gli Harlem Globetrotters, arbitrando a modo suo le loro strane partite. Pare si debba anche a lui e alla sua esuberanza, gran parte della gestualità degli arbitri di oggi, che usano le mani e le braccia per farsi capire il meglio possibile ogni volta che intervengono con il fischietto.

Prendi uno sgabello e mettilo su una sedia. Poi sali sulla sedia e sullo sgabello, cercando di non cadere. Resta in piedi dritto dritto e guardati in giro: è questo il punto di vista che da sempre ha il mitico Dino Meneghin, altissimo supercampione della pallacanestro, primo e al momento unico giocatore italiano a entrare nella Hall of Fame. Nel 1970 fu anche il primo italiano a essere scelto per giocare nella NBA, con gli Atlanta Hawks, ma oltre oceano alla fine non ci andò, per non diventare professionista, cosa che in quei tempi lo avrebbe costretto a rinunciare ai Giochi Olimpici. Oltre al suo cantuccio a Springfield, Meneghin ha una bacheca stracolma di trofei: dodici scudetti, sette coppe dei campioni, tre intercontinentali, altre coppe di vario genere e soprattutto il campionato europeo del 1983 e l’argento olimpico ai Giochi di Mosca, nel 1980. E a ogni partita canestri su canestri su canestri: quasi novemila punti in campionato e quasi tremila in nazionale. E io, che anche impegnandomi, non riesco nemmeno a toccare il ferro del canestro con un salto…

In molti, negli anni Settanta e Ottanta, aspettavano il momento in cui Kareem Abdul Jabbar avesse terminato la carriera, solo per poterlo finalmente portare a Springfield, dove il suo cantuccio era pronto da tempo. Difficile dire se fu il più forte di tutti, ma già da ragazzo era un predestinato, avendo raggiunto e superato i due metri d’altezza ad appena quattordici anni. Pensa che durante gli anni dell’università, per la disperazione fu introdotta una regola che vietava le schiacciate, altrimenti vinceva sempre lui. Questo fatto, anziché limitarlo, ne affinò l’intelligenza e l’astuzia e Kareem si inventò il celeberrimo gancio cielo, allargando il braccio con il pallone dal lato opposto del difensore, quindi lanciandolo in un pallonetto beffardo che, bel bello, si infilava nel canestro senza che nessuno potesse farci qualcosa. Guardarlo giocare era la gioia dei tifosi, degli appassionati e dei telecronisti, ululanti nel microfono.

Il primo italiano a entrare nella Hall of Fame del basket fu un campione di pallanuoto, tanto che è pure nella Hall of Fame di quello sport. Cesare Rubini, tra gli anni Quaranta e Cinquanta, era campione qui e campione là, in entrambi i casi il più forte di tutti. Dove trovasse il tempo per riposarsi, non si sa. Ma se in costume da bagno vinse Olimpiadi ed europei, a Springfield ci arrivò per la sua carriera di allenatore, essendo diventato nel frattempo il mito dell’Olimpia Milano. Inutile snocciolare numeri e trofei, che si susseguirono anno dopo anno, partita dopo partita. Mi chiedo solo se mai, in piscina, si confuse tentando di palleggiare sull’acqua, o se in palestra, magari soprappensiero, azzardò una palombella.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter