Quando i centri per l’impiego non trovano i lavoratori

Li usa solo il 2,2% delle aziende

Francesco gestisce un’azienda piccola e agguerrita al confine tra Liguria e Toscana ed è uno di quegli imprenditori che ha bisogno di assumere e non di licenziare. Per farlo, segue la strada in apparenza più semplice: rivolgersi al centro per l’impiego locale, in questo caso quello di Sarzana, in provincia di La Spezia. Sbagliato. «Ho telefonato per due giorni negli orari di apertura senza che rispondessero mai», racconta Francesco. «Poi ho scritto una mail spiegando chiaramente che volevo parlare con loro per assumere una segretaria. Mi hanno risposto il giorno dopo dicendomi che avrei potuto chiamarli il venerdì seguente dalle 9 alle 12.00. Era mercoledì»

Nell’attesa, e anche un po’ per sfida e insofferenza, Francesco pubblica un annuncio online gratuito, su siti come Bakeca.it e Subito.it. «Ce ne sono anche altri a pagamento, come Trovolavoro.it», spiega, «che offrono all’azienda in cerca i profili che meglio si adattano alla ricerca. Ma le mie richieste erano abbastanza semplici e ho iniziato a mettere gli annunci sui siti gratis». Iniziato e finito. Perché mentre il centro per l’impiego decideva se e quando rispondere, in una settimana gli sono arrivate quasi 200 mail di persone della zona con allegato il curriculum. Tra i circa 450 profili arrivati in meno di tre settimane c’era la persona giusta, che infatti è stata già integrata nell’azienda.

«Avevo bisogno di trovare una segretaria al più presto, per questo alla fine mi sono organizzato da me. Online ho trovato un servizio comodo, ben fatto e soprattutto veloce», dice Francesco.

E tanti saluti al cento per l’impiego: «Se nel lavoro mi permetto di non rispondere a un cliente o dirgli che lo richiamo dopo una settimana lo perdo. In questo caso ero addirittura io a offrire qualcosa. Se lavorassi come fanno loro avrei già chiuso». Invece il centro è lì, con i suoi circa dieci impiegati, le persone in fila per essere iscritte alle liste di disoccupazione e mobilità, e la bacheca che offre sopratutto lavori da contractor, ovvero da venditore porta a porta.

Per quanto riguarda il suo sito, nella sezione “Per chi cerca lavoro”, la pagina delle offerte online ha un problema di visualizzazione, quella “altre offerte” inserisce perlopiù link di grandi supermercati, catene di villaggi turistici, settori turistici di regioni come Emilia Romagna, Trentino e Val D’Aosta ai quali inviare genericamente il proprio curriculum, senza rispondere ad annunci specifici. Nella pagina dedicata alle offerte Eures, (European Employment Services), compaiono le opportunità di lavoro in Europa e in Italia, come si legge sul sito, «dando la priorità a quelle che, in questo momento, offrono condizioni più interessanti»: peccato che tutti gli annunci proposti siano già scaduti da mesi.

«Tre anni fa ero rientrato in un progetto della Provincia di La Spezia per i lavoratori in mobilità», racconta Giacomo, che oggi grazie a quella opportunità è assunto a tempo indeterminato, «consisteva in un tirocinio di sei mesi da svolgere in un’azienda locale. Era tutto finanziato dalla Provincia: di 500 euro totali, 200 andavano al datore di lavoro e 300 a me. Per due mesi sono andato tutti i giorni al centro per l’impiego per farmi aiutare a trovare un’azienda, mai niente di concreto. Alla fine ho fatto da solo».

Eppure il problema non è solo il centro per l’impiego di Sarzana, che con i suoi circa 10 dipendenti è sotto la media regionale di 13,5 operatori per centro ed è ben lontana dal record di 34,5 impiegati dei suoi equivalenti in Calabria. Secondo l’indagine sui servizi per l’impiego 2013 effettuata dal ministero del Lavoro, dai 556 centri disseminati in tutta la Penisola, che hanno un totale di 8.713 dipendenti, sono passate in un anno oltre 2 milioni e 200mila persone. Come se tutta la popolazione di Milano e Napoli messe insieme avesse fatto la fila davanti agli sportelli. Ma, secondo l’ultimo dossier Confartigianato sul mercato del lavoro, solo il 3,4 per cento ne è uscito con un impiego. Dato che scende al 2,7 per i giovani fino a 29 anni. Il tutto a un costo medio annuo di 464 milioni di euro.

Ma ciò che spicca di più è che nel 2013 solo 31mila aziende, il 2,2% del totale, si sono rivolte ai centri dell’impiego per trovare i futuri dipendenti e nessuna è abituata a segnalare i posti vacanti disponibili ai centri per l’impiego. Qualcosa, un po’ a macchia di leopardo, funziona: in Lombardia è attivo il servizio Ido per l’incontro domanda-offerta, al quale possono far riferimento le aziende e i lavoratori della Provincia di Milano e Monza e Brianza. La Liguria ha il Sil match online, servizio dei centri per l’impiego della regione, ma nel 2012 ne hanno usufruito poco più di 4mila aziende, sulle oltre 75mila presenti nella provincia di Genova. L’86% delle imprese che lo ha utilizzato dichiara di essere soddisfatto, segno che il servizio funziona anche se è poco noto.

In Piemonte la Borsa Lavoro, servizio che connetteva lavoratori e aziende della regione, è stata disattivata nel luglio 2012, come previsto dal Decreto Direttoriale 857 del 15 febbraio 2011, per confluire in Clicklavoro.it, il portale di incontro domanda-offerta gestito dal ministero del Lavoro. Se sul sito si utilizza la ricerca per curriculum, digitando semplicemente “segretaria” nella qualifica e “Piemonte” come luogo di ricerca, vengono fuori solo 3 profili, 5 se la regione diventa la Lombardia, 4 nel Lazio, 2 in Calabria. Numeri imbarazzanti per il portale che dovrebbe collegare domanda e offerta a livello nazionale, che si sommano a quelli bassissimi sull’utilizzo dei centri per l’impiego da parte di chi il lavoro lo offre. E dalla storia di Francesco si capisce anche perché.