Imprese familiari: rischia l’ultimo baluardo del lavoro

Otto sfide per restare competitive

Reggono meglio delle altre imprese sul fronte occupazionale, ma pagano lo scotto sotto il profilo della redditività e della capacità di ripagare i debiti contratti con le banche. È un quadro tra luci e ombre quello che emerge dall’analisi delle aziende di medie e grandi dimensioni a gestione familiare analizzate dall’Osservatorio Aub promosso da Unicredit, in collaborazione con Aidaf (Associazione italiana delle imprese familiari), cattedra Aidaf-Alberto Falck di strategia delle aziende familiari dell’Università Bocconi e Camera di commercio di Milano. I ricercatori hanno passato al setaccio i conti di tutte le 4.249 imprese familiari con ricavi superiori ai 50 milioni di euro (sono il 58% del totale), raccogliendo indicazioni utili per il loro futuro e, a cascata, per quello dell’economia italiana. Sfide che mettono in gioco i rapporti consolidati a livello di affetti per consentire una ripresa di profittabilità, senza la quale diventa impossibile restare competitivi sul mercato.

Cresce l’occupazione

Tra il 2007 e il 2012, l’occupazione nelle aziende esaminate è cresciuta del 5,7%, mentre nello stesso periodo c’è stata un calo di posti di lavoro nella Penisola a causa della lunga crisi. Che questo sia di per sé sinonimo di salute finanziaria non è però scontato. Infatti, se si guarda ai ricavi conseguiti nel 2012, le aziende familiari registrano un calo superiore alle altre (-2,8% contro -1,3%). Segno delle crescenti difficoltà di resistere di fronte a una crisi che si annunciava più breve, anche se un’indicazione più chiara in tal senso si avrà solo con l’analisi dei dati 2013, altro anno negativo per l’economia italiana.

Peraltro, va considerato che il dato delle altre aziende risente della crescita fatta registrare dalle realtà a controllo pubblico (+4,7%) attribuibile in primo luogo al fatto di operare spesso all’interno di mercati protetti. Mentre gli effetti più traumatici della crisi si registrano tra le filiali di multinazionali (-2,9%) e tra le aziende controllate da un fondo di private equity (-4,2%).

(foto Gabriel Bouys / Afp)

Peggiora l’affidabilità sui prestiti

La redditività operativa (Roi) delle aziende familiari continua a essere superiore a quella delle altre (nel 2012 il differenziale è stato di 0,4 punti, vale a dire 6,1 contro 5,7), ma il gap va assottigliandosi nel tempo (era di 2,3 punti nel 2007, ultimo anno prima della crisi internazionale). Un trend che può trovare spiegazione nel fatto che le aziende familiari operano maggiormente nei settori che negli ultimi anni sono stati più esposti alla crisi finanziaria, come l’edilizia e il manifatturiero, e che hanno visto ridursi maggiormente i tassi di redditività rispetto ai livelli pre-crisi. La redditività del capitale netto (Roe), al contrario, ha fatto registrare nell’ultimo bilancio considerato una modesta inversione di tendenza a favore delle aziende familiari (0,7 punti), anche se in termini assoluti c’è stato un calo.

Un’altra criticità riguarda la capacità di ripagare il debito, misurata dal rapporto tra posizione finanziaria netta ed Ebitda, che è peggiorato allo scoppio della crisi, si è stabilizzato tra il 2010 e il 2011, per poi tornare a crescere nel 2012. Anno in cui le imprese familiari si sono attestate su un valore di 6,4 contro 5,6 delle altre (nel 2012 si erano fermate rispettivamente a quota 6,0 e 5,7). In questo dato si può rilevare il deficit di competenze spesso contestato, laddove si preferisce affidare il controllo delle finanze a uno stretto parente dell’imprenditore anziché a un manager proveniente dall’esterno.

(foto Gabriel Bouys / Afp)

Nonostante l’elevata e crescente esposizione debitoria rispetto al reddito prodotto, le aziende a controllo familiare si confermano quelle meno dipendenti dal capitale di terzi e con un trend in calo tra 2011 e 2012 (da 5,8 a 5,2). Che sia un bene o un male dipende dai punti di vista, considerato che indebitarsi può essere un problema nelle fasi di crisi, ma è la norma negli altri casi, almeno quando i prestiti servono a finanziare la crescita e non a coprire i buchi di bilancio.

Questo trend risulta ancora più evidente alla luce degli approfondimenti effettuati sul grado di patrimonializzazione: oltre il 20% delle aziende familiari ha un patrimonio netto nel 2012 superiore al 50% dell’intero attivo e questa quota è raddoppiata nei quattro anni considerati dalla ricerca.

Otto sfide per restare competitive

Detto dei dati ricavati dai bilanci, gli autori della ricerca hanno anche messo a punto un programma con le sfide che attendono queste imprese negli anni a venire. Otto gli ambiti individuati: evitare la convivenza obbligata tra generazioni, nella forma di amministratori delegati multipli (presenti nel 36,2% delle aziende esaminate, con una crescita del 6% in dieci anni); pianificare la successione al vertice prima che sia troppo tardi (la crisi ha rallentato questo processo, con appena il 4,6% di passaggi di testimone all’anno); superare il soffitto di vetro che limita la crescita professionale delle donne; bilanciare leadership familiare e Cda familiare; radicarsi in una cultura non familistica; aumentare le competenze per fare acquisizioni; cambiare il focus geografico degli investimenti diretti all’estero; conoscere il private equity.

Consigli che non costituiscono novità assolute, ma che in molti casi potrebbero rivelarsi strade obbligate per sopravvivere, a fronte di uno scenario congiunturale che non promette una rapida inversione di tendenza.

Guarda la presentazione completa del rapporto Aub

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