Bouteflika, garanzia di stabilità per il gas europeo

Bouteflika, garanzia di stabilità per il gas europeo

Il piano per le dismissioni, concentrare gli investimenti nella scoperta di nuovi giacimenti, e i rapporti con la Russia dopo la crisi ucraina, sono le priorità di Claudio Descalzi. Ma il primo dossier che ha tenuto sotto controllo il nuovo amministratore delegato di Eni è stato certamente l’Algeria dove è il primo produttore (nel 2012 ha fatto registrare una produzione equity giornaliera di circa 80.000 barili di olio equivalente). Il Paese ha appena riconfermato presidente Abdelaziz Boteflika e, considerati i rapporti economici e soprattutto energetici con Algeri, è chiaro che non solo il Cane a sei zampe ma l’intero establishment italiano ed europeo osserva (o dovrebbe farlo) con grande attenzione quanto succede nel più grande stato dell’Africa, il nono Paese al mondo per produzione di gas naturale e il quindicesimo per il petrolio (qui i dati dell’Energy Information Administration del governo americano). Ancora una volta Bouteflika ha stravinto. Nonostante le proteste e le manifestazioni per il boicottaggio delle elezioni, grazie a un massiccio piano di sussidi e a un apparato capace di controllare il voto, a 77 anni il Raìs si è preso il suo quarto mandato consecutivo con l’81,53% dei voti.

Il Vecchio Leone rappresenta, nel bene e nel male, la continuità per i suoi concittadini ed è garanzia di stabilità per le multinazionali dell’energia e per la comunità internazionale. Italia e Unione europea in primis. Il rapporto energetico tra Algeri e Roma è notevole. Più di 20 miliardi di metri cubi di gas pari al 33% per cento delle forniture del nostro Paese (che portano nella casse algerine quasi 10 miliardi di euro all’anno) che fanno dell’Algeria è il primo fornitore di gas dell’Italia, davanti alla Russia.

Molto solido anche il rapporto con il resto della Ue. Come si legge nel report dell’Ispi (Istituto di politica internazionale), «la ricchezza di risorse naturali fa dell’Algeria la principale fonte delle importazioni europee dall’intero continente africano (32 miliardi di euro nel 2013), corrispondenti al 19% delle esportazioni totali dell’Africa verso l’Europa». L’Algeria è infatti il terzo fornitore della Ue alle spalle di Russia e Norvegia. Nel Paese del Maghreb non opera solo l’Eni, coinvolta in un inchiesta per corruzione, ma anche altre major dell’energia come la britannica British Petroleum, le spagnole Repsol e Cepsa, la francese Total, la norvegese Statoil e l’americana Conoco.

Il gas algerino arriva nel Vecchio continente attraverso tre gasdotti intercontinentali che arrivano direttamente in Italia e Spagna. Il flusso di gas algerino potrebbe aumentare nei prossimi mesi. La crisi in Ucraina potrebbe spingere molti Paesi europei a diminuire la dipendenza della Russia. Per l’Europa non cambierebbe poi molto per quanto riguarda la diversificazione delle fonti di approvvigionamento energeticoLa riduzione dell’import russo sarebbe compensato da un incremento delle forniture dell’Algeria che è comunque già il terzo fornitore sul mercato europeo.

Fino ad ora l’Algeria si è dimostrato un fornitore affidabile. È sempre considerato un Paese che può far fronte alla crisi dell’approvvigionamento del gas europeo. Bouteflika resta una garanzia di stabilità. Nell’ultimo ventennio ha dimostrato di saper tenere sotto controllo il Paese. L’uomo che nel 2007 è scampato a un attentato kamikaze a un ictus nel 2013 ha coagulato attorno alla sua figura i poteri algerini. Fa fronte comune con il potentissimo Drs (Département du renseignement et de la sécurité), i servizi segreti militari e i governatori delle regioni del Sud, capi indiscussi di vasti territori distanti da Algeri che custodiscono importanti riserve di idrocarburi. Il clan del presidente e i militari non sono stati travolti dall’ondata rivoluzionaria della Primavera araba e continuano a gestire i grandi business energetici e infrastrutturali. I servizi segreti, capaci di monitorare tutto quello che avviene nel Paese, braccano i gruppi islamisti per spingerli oltre confine. Bouteflika considera la capacità di garantire la sicurezza degli impianti di produzione delle multinazionali straniere e degli approvvigionamenti verso l’Europa una specie di assicurazione sulla sopravvivenza del proprio network di potere. Soprattutto dopo il sanguinoso assalto all’impianto di estrazione della BP a In Amenas. Come fan notare un analisi dell’Economist Intelligence Unit, un anno dopo quel terribile attacco terroristico il governo si è speso per aumentare le condizioni di sicurezza per le multinazionali straniere presenti in Algeria. Dopo l’attacco ideato e diretto da Mokhtar Belmokhtar, leader jihadista vicino ad Al Qaeda, alcune major hanno ritirato i propri staff spaventati dai rischi dell’instabilità politica. Le forze di sicurezza e di intelligence devono fare significativi passi avanti se vogliono rassicurare i partner stranieri.

Bouteflika ha bisogno di vendere il suo gas all’Europa. Le ingenti entrate derivanti dalle esportazioni di gas (che corrispondono anche al 95% delle esportazioni totali del Paese) hanno garantito all’Algeria una relativa stabilità. Gli idrocarburi venduti all’Europa (e in parte minore agli Usa) fanno ricavare quasi 70 miliardi di dollari all’anno. Soldi che, in buona parte, vanno ad alimentare un fondo di stabilità. A marzo del 2011, spaventato dalle proteste di piazza Bouteflika ha varato un pacchetto di 23 miliardi di dollari in spesa pubblica, incremento dei salari e aumento dei sussidi.

Il regime algerino deve continuare a esportare gas verso i mercati europei al livello attuale se vuole tenere sotto controllo le tensioni sociali ed evitare il mix esplosivo di sentimenti anti-occidentali, minaccia terroristica e proteste contro l’eterno potere di Bouteflika.

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