India: Modi, da venditore di tè a candidato premier

È il favorito alle elezioni indiane

16 maggio – La coalizione di centrodestra guidata dall’aspirante premier Narendra Modi, leader del partito nazionalista indù, ha conquistato i seggi necessari per avere la maggioranza assoluta nel Lok Sabha (Camera bassa) del Parlamento indiano. Con Modi, la destra indiana torna al potere in India dopo 10 anni, mentre dalle urne esce sconfitto il Congresso, lo storico partito guidato dall’italo indiana Sonia Gandhi e dal figlio Rahul. 

Ecco chi è Narendra Modi nel ritratto scritto ad aprile 2014, proprio all’inizio della campagna elettorale:

NEW DELHI – Mentre inizia il processo di voto in India – una maratona logistica che si estenderà dal 7 aprile al 12 maggio – l’opinione unanime degli osservatori indica Narendra Modi, candidato primo ministro del partito nazionalista hindu Bharatiya Janata Party (Bjp), come vincente sicuro, per di più con largo margine.

Si tratta di un personaggio estremamente controverso, semi sconosciuto nell’alveo della comunità internazionale, che in caso di vittoria potrebbe essere destinato a cambiare radicalmente il volto dell’India: eventualità auspicata dalla fiumana di sostenitori raccolta in mesi di campagna elettorale sviluppatasi attorno alla creazione di un’immagine (“vision”, in politichese) della superpotenza indiana mutuata dall’esperienza di governo locale nello stato del Gujarat, tra i più ricchi e “sviluppati” del Paese.

Modi, 64 anni, ha plasmato le proprie caratteristiche di uomo forte facendo leva su due concetti cardine: nazionalismo hindu e sviluppo, crescita ad ogni costo, il Pil come panacea dei molti mali atavici della terza potenza economica in Asia (dopo Cina e Giappone).

Il primo tratto distintivo è maturato negli anni della formazione politica di NaMo, entrato a soli 8 anni nelle fila della gioventù nazionalista della Rashtriya Swayamsevak Sangh (Rss), l’organizzazione paramilitare ultranazionalista hindu che, di fatto, manovra il Bjp fungendo da cerniera tra “la base” dell’elettorato e le alte sfere della formazione politica.

Scalando i ranghi della Rss navigando sapientemente tra le varie correnti interne e dimostrandosi uomo risoluto, a tratti ubbidiente, dotato di una personalità strabordante, il futuro segnato del giovane Modi destinato alla gestione di un banchetto del té nella stazione di Vadnagar (Gujarat) si è trasformato in una parabola aderente all’“Indian Dream”: affrancarsi dalla povertà grazie alla fame di potere, arrivando dove nessun “chaiwalla” (venditore di té, epiteto centrale nell’immagine di Modi-condottiero delle masse) aveva mai osato immaginare.

(Getty)

L’ex enfant prodige del nazionalismo hindu esce dall’ombra nel 2001, quando le manovre di Palazzo a Nagpur – la sede nazionale della Rss, in Maharashtra – lo individuano come candidato per la carica di chief minister del suo Gujarat, elezioni che vincerà agilmente nel mese di ottobre, creando diversi attriti all’interno dell’organigramma del Bjp: Modi è un outsider ambizioso e decisamente poco predisposto al dialogo, condizione che complica i rapporti con una parte della vecchia guardia del partito.

Nel febbraio del 2002, alla stazione di Godra, un gruppo di musulmani attacca un treno proveniente da Ayodhya carico di membri della Vishva Hindu Parishad (Vhp), altra formazione estremista hindu. Erano di ritorno dalla “commemorazione” dei dieci anni dalla distruzione della moschea Babri, rasa al suolo da una folla di hindu galvanizzati dalla campagna elettorale nazionalista di LK Advani (Bjp) architettata sul revanchismo anti musulmano: distruggete la moschea, costruiamo un tempio hindu dedicato a Ram, ricreiamo un’India degli hindu.

Godra morirono 58 persone e, soffiando sulla fiamma degli scontri intercomunitari, nei giorni seguenti i quadri della Rss – in connivenza con alcune personalità influenti del Bjp locale, tra cui due ministri del governo Modi – organizzarono una serie di azioni di rappresaglia conosciute oggi come i pogrom del Gujarat. In una manciata di giorni, decine di migliaia di hindu attaccarono i quartieri musulmani dello stato nella sostanziale inazione della polizia locale. Nella violenza bestiale, con donne e bambini violentati, uomini mutilati e bruciati vivi, secondo le stime ufficiali morirono un migliaio di persone, la maggior parte delle quali di fede musulmana. I numeri ufficiosi indicano almeno il doppio delle vittime.

Modi, a capo del governo locale del Gujarat, è ancora oggi accusato di “aver lasciato fare”, nonostante nessun tribunale – fino ad ora – sia riuscito a provare oltre ogni ragionevole dubbio il coinvolgimento diretto dell’allora chief minister nell’organizzazione dei pogrom. Dentro e fuori dal suo partito Modi – che non ha mai ammesso alcuna responsabilità né ha mai esteso scuse alla comunità musulmana – si guadagnava la fama di genocida, paria della comunità internazionale, con visti negati da Usa e Gran Bretagna.

Le cose sarebbero presto cambiate.

La trasformazione da Impresentabile a Imprescindibile si è dipanata puntando tutto sull’idea di “Vibrant Gujarat”, nuova Eldorado degli investitori nazionali e internazionali: volete investire in India sfruttando manodopera a basso costo, “elasticità” dei diritti dei lavoratori e un governo forte disposto a contrattare per voi l’acquisto di terreni dai contadini locali? Venite in Gujarat!

Modi diventa presto il pupillo di India Inc., attirando promesse di investimenti dai grandi gruppi nazionali (come Tata, che ha spostato la produzione dell’automobile Nano dal turbolento Bengala occidentale al business-friendy Gujarat) e internazionali offrendo grosse agevolazioni. L’area di Sanand, ad esempio, è diventata uno dei principali centri di produzione automobilistica indiani, con impianti di Tata e Ford (e, dicono presto, Peugeot) a godere dei vantaggi in vigore nella “Special Investment Region”: sgravi fiscali, abbattimento dei dazi doganali, 10 anni di sospensione dei pagamenti degli interessi sulle esportazioni.

Con lo sviluppo di hub portuali e infrastrutture per agevolare lo sviluppo, la favola del Gujarat miracolo economico si propaga dentro e fuori il Paese, con percentuali di crescita presentate come risultati straordinari dovuti alla mano santa di Modi, amministratore “visionario” – appunto – destinato ad estendere la propria influenza benefica su tutto il territorio indiano.

(Getty Images)

I detrattori del modello Gujarat indicano però che lo stato ha sempre goduto di tassi di crescita sopra la media (4,8 per cento negli anni Novanta, contro il 3,8 di media indiana; 6,9 negli anni Duemila, contro 5,6 della media nazionale) ma assimilabili a quelli, pur sostenuti, di stati come il Bihar e il Maharashtra, che però non vantano una macchina della propaganda pari all’armata di Modi. Nell’ultimo anno il leader del Bjp ha presieduto meeting di imprenditori dal Gujarat a Singapore, ha visitato Shanghai tornando con aleatorie promesse di investimento dal “nemico” cinese, ha accolto emissari di Washington e Londra improvvisamente smaniosi di corteggiare il fu “genocida”.

Mentre il mito dello sviluppo guidato dall’Uomo della Provvidenza – trasmesso a ciclo continuo in televisione, sui social network e durante i comizi pre elettorali – rilancia i sogni di grandeur della classe media urbana e riaccende la speranza dell’India rurale, gli indicatori di riduzione della povertà (23 per cento della popolazione, su 60 milioni, sotto la soglia di povertà), riduzione della mortalità infantile, alfabetizzazione sono sì maggiori della media indiana – come da tradizione, in Gujarat – ma decisamente insufficienti paragonati al tenore della crescita. Se il Pil deve migliorare le condizioni di vita in generale, o il metodo non funziona o – dicono i pro Modi – serve ancora tempo.

Il rischio di un’India “Modified” – parafrasando uno dei diversi slogan elettorali – è proprio questo: aprire le porte a uno sviluppo a chiazze, incapace di estendersi a macchia d’olio nel tessuto sociale variegato del Paese fatto di atolli di modernità e progresso circondati da un mare di arretratezza e povertà.
Senza contare la minaccia alla pace e alla libertà d’espressione che l’ultranazionalista hindu Modi a capo del governo rappresenterebbe nei rapporti complessi col vicino Pakistan, con la folta comunità musulmana locale – 180 milioni di persone, secondo stime approssimative – e con gli ambienti più progressisti e secolari del subcontinente. Fattori percepiti largamente dall’opinione pubblica come secondari, adombrati dai sogni di un Pil a due cifre e di una guida autoritaria in grado di proiettare l’India tra i grandi della Terra. Costi quel che costi.

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