Noah, un film senza fede

Noah, un film senza fede

Se punti molto in alto e manchi il bersaglio, la caduta è fragorosa. Darren Aronofsky aveva già fatto un capitombolo colossale con L’albero della vita – The Fountain (2006) e per fortuna degli spettatori Noah non è altrettanto sconclusionato. Però registra comunque uno scarto fra ambizione e risultato. Il motivo è una questione di fede.

Bisogna riconoscere ad Aronofsky il coraggio di aver riletto in modo coraggioso ciò che la Bibbia racconta sul diluvio universale e l’arca di Noè, inserendo elementi spiccatamente fantasy e concentrandosi sul tormento interiore del protagonista di fronte alla prova cui viene sottoposto. Ed è altrettanto innegabile che Russell Crowe sia stato coraggioso nel dar vita a un Noè ruvido, fanatico, un tipo col quale è difficile provare empatia, persino di fronte alle aberrazioni di cui sono capaci gli umani destinati a morte per affogamento.

Ma proprio raccontando questi ultimi, il film mostra alcune crepe: a furia di calcare la mano sulla malvagità ci troviamo di fronte a una versione ante litteram di Mad Max, dove qualunque bestialità e qualunque scempio sono ammessi, tanto però da risultare grotteschi e pretestuosi. Come se Aronofsky avesse sentito il bisogno di esagerare, intimorito dal fatto che altrimenti Noè non sarebbe apparso abbastanza nel giusto, al confronto.

L’elemento che mi pare determinante, nello scarto fra ambizione e risultato, è però un altro: in Noah manca la fede. Nel senso di quella virtù teologale per la quale un cristiano “crede esser vere le cose da Dio rivelate non a causa della verità intrinseca delle cose stesse esaminata alla luce della ragione naturale, ma per l’autorità del Dio rivelante” (definizione del Concilio Vaticano I, ripresa dal vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli).

Da questo punto di vista, Ordet (Carl Theodor Dreyer, 1955) resta forse il film che più di ogni altro ha saputo mettere su grande schermo il concetto di fede, lavorando per sottrazione ed eliminando tutti gli appigli possibili cui aggrappare la “ragione naturale”. Aronofsky, invece, sposta radicalmente l’asse della narrazione: non sottrazione bensì sottolineatura abbondante, per cui se ad esempio c’è bisogno di legna per costruire l’arca, vediamo crescere una foresta dal nulla. Le immagini certificano cioè l’evento in ogni dettaglio, approfittando degli effetti speciali per dare conto di quasi ogni foglia. Certo, stiamo parlando di un evento fuori dal comune, ma che proprio in quanto certificato visivamente risulta essere magico più che divino.

La medesima cosa accade con la visione che preannuncia il diluvio: il fatto di assistere insieme a Noè alla profezia riduce (elimina?) la necessità di affidarsi, di aver fede. È come se un uomo religioso, e Aronofsky lo è, ci stesse raccontando in cosa crede ricorrendo a una dimostrazione visiva che però non va a braccetto con la natura più profonda del suo racconto.

Questa impostazione si riflette sulle dinamiche famigliari di Noè: la moglie e i figli, infatti, credono in lui più che in Dio. È a lui che si affidano ed è lui che mettono in discussione quando sono sopraffatti dalle conseguenze del diluvio. Finisce però che uno dei motori principali della narrazione diventa la fiducia, non la fede. Se però un film parla di magia e di fiducia, allora ha poco a che fare con la Bibbia. A meno che, ovviamente, non si voglia negarne lo statuto religioso, cosa però lontanissima dalle intenzioni di Darren Aronofsky.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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