ReportageEgitto, la vittoria drogata di al Sisi

Egitto, la vittoria drogata di al Sisi

Abdel Fattah al Sisi è il nuovo presidente dell’Egitto. Con percentuali pari al 96,9%, degne dell’era Mubarak, l’ex generale e ministro della Difesa protagonista della cacciata dei Fratelli musulmani lo scorso luglio, ha vinto le elezioni.  L’astensionismo appare comunque alto, anche per gli appelli al boicottaggio da parte delle opposizioni, in primis tra i sostenitori dei Fratelli musulmani, messi di nuovo fuori legge dal nuovo potere e il cui leader Mohammed Morsi era stato destituito da capo dello stato proprio da Sisi, allora generale a capo delle forze armate.

Abdel Fattah al Sisi ha ottenuto 23,8 milioni di consensi. Ad Hamdine Sabbahi, l’unico rivale di Sisi, il sito del quotidiano Al Ahram attribuisce circa 757 mila voti (quindi circa il 3,1%) basandosi su dati approvati dai “giudici” di tutti i governatorati egiziani.

Riproponiamo il nostro reportage sulle elezioni. 

«Certo che voterò per Al Sisi!» Sbotta Amir. «Anche se scendesse un angelo dal cielo per candidarsi, voterei comunque Al Sisi». Cristiano, da sempre impiegato nel settore turistico, Amir vuole il ritorno alla stabilità, più di ogni altra cosa. Perché la stabilità porta i turisti. Farà dunque il suo dovere di bravo cittadino egiziano, e oggi o domani, andrà con tutta la famiglia al seggio per votare Abdel Fattah Al Sisi, l’ex capo delle forze armate che vuole diventare presidente.

Poco importa se una vittoria di Al Sisi significa tornare a un regime dal pugno di ferro come ai tempi di Hosni Mubarak. In realtà il regime c’è già, le grida d’allarme delle Ong per i diritti umani lo confermano. Peraltro basta girare per il Cairo per capirlo: fra poliziotti armati sino ai denti ed elicotteri che sorvolano la città dall’alba, anche fotografare i graffiti della rivoluzione del 2011 può procurarti problemi.

Alla stregua di tanti egiziani che fino a tre anni fa vivevano di turismo, Amir non era stato felice della caduta di Mubarak, presidente del Paese dal 1981 al 2011. Oggi ripone tutte le sue speranze in Al Sisi, che deve la sua popolarità al fatto di essersi sbarazzato del successore di Mubarak, l’islamista Mohamed Morsi. «Ormai sono tre anni che non lavoriamo e l’anno di Morsi è stato un periodo di merda. Quando andavo in chiesa con la mia famiglia avevo paura che all’improvviso entrassero e ci ammazzassero tutti, come in Iraq». 

Il Cairo è tappezzato di manifesti con il ritratto di Al Sisi, è nata persino la moda di decorare torte, caramelle e abiti nuziali con la sua foto. La più popolosa metropoli del mondo arabo (e d’Africa), oltre 15 milioni di abitanti, è in preda a una vera e propria Al Sisi-mania. Ma non tutti sono entusiasti all’idea di una sua vittoria, data per certa soprattutto dopo il risultato del voto degli egiziani all’estero, fra i quali ha trionfato con oltre il 90 per cento dei suffragi.

Dal 3 luglio 2013, quando i militari hanno deposto Morsi e si sono ripresi il potere, la repressione è stata molto forte, terrorizzando moltissima gente (in primis i membri o ex membri dei Fratelli musulmani). Lo conferma Riccardo Noury, portavoce di Amnesty international Italia: «Non solo c’è stato un aumento dell’uso della forza, anche letale, durante le manifestazioni». Spiega Noury. «Ci sono stati migliaia di arresti, processi di massa e centinaia di condanne a morte. In novembre è stata approvata una nuova legge sulle manifestazioni che riduce quasi a zero la possibilità di svolgerle. Gli attivisti che hanno protestato contro questa legge sono finiti in galera». 

Fra questi anche i fondatori del Movimento 6 aprile, uno dei maggiori protagonisti della rivoluzione del 25 gennaio 2011, quella che ha provocato le dimissioni di Mubarak e fatto sognare milioni di giovani dal Marocco al Bahrain. E poche settimane fa, l’intero Movimento 6 aprile è stato dichiarato illegale. «È stata la pietra tombale sulla rivoluzione del 25 gennaio». Dice Noury. «La decisione di vietare il movimento dimostra chiaramente come la sfida non sia fra i militari e i Fratelli musulmani (a loro volta al bando), ma fra i militari e chiunque la pensi diversamente da loro».

Neanche i giornalisti, egiziani e stranieri, hanno vita facile nell’Egitto di Al Sisi. «Il caso dei giornalisti di Al Jazeera arrestati è quello più noto, ma ne ne sono tanti altri». Sottolinea Noury. «Purtroppo c’è stato una recrudescenza di gruppi terroristici, che hanno colpito prevalentemente obiettivi di sicurezza ma anche civili. Il governo però la usa come giustificazione per ridurre tutti al silenzio». 

Molti sostenitori di Al Sisi disprezzano profondamente Morsi e i Fratelli musulmani. In effetti questi, nel breve periodo di tempo che hanno avuto per governare, non sono riusciti né a soddisfare le richieste della gente né a far rispettare i diritti umani. «Durante la presidenza di Morsi, piazza Tahrir, il simbolo della rivoluzione del 25 gennaio, era diventata un luogo di paura, vi si commettevano stupri di gruppo. Con la loro interpretazione messianica del potere e la loro incapacità politica, i Fratelli musulmani hanno gettato il Paese in un periodo molto cupo. Ma ciò che è venuto prima e dopo non è stato meglio.

La rivoluzione del 25 gennaio è stata tradita da tutte e tre le amministrazioni che l’hanno seguita: quella del Consiglio Supremo delle Forze Armate, quella di Morsi e l’attuale.  

Ed è difficile pensare che un’amministrazione di Al Sisi possa essere diversa. Lo afferma Khaled Daoud, portavoce del partito Al Dostur. «Diventa sempre più chiaro che stiamo tornando indietro, la democrazia qui non è una priorità. Al Sisi ha detto chiaramente che l’Egitto non è pronto per diventare una democrazia occidentale, che per questo ci vorranno altri vent’anni. Noi però non chiediamo una democrazia occidentale, ma il rispetto dei diritti fondamentali, dei diritti umani. Che la gente non venga torturata, per esempio».

L’unico rivale di Al Sisi, il socialista Sabahi

Il partito Al Dostur sostiene l’unico rivale di Al Sisi per queste elezioni presidenziali, il socialista Hamdin Sabahi. Che però non sembra avere molte possibilità di battere l’ex generale. Ma ad Al Sisi non basta vincere le elezioni per poter cantar vittoria. Il suo successo sarà decretato dall’affluenza alle urne, che alcuni esperti temono possa essere abbastanza bassa. Nel gennaio scorso, in occasione dell’ultimo referendum costituzionale (fortemente voluto proprio dalle forze armate), solo il 38 per cento degli aventi diritto aveva partecipato: uno smacco per l’esercito, che in quel periodo era, teoricamente, all’apice della popolarità. E secondo un recente sondaggio del Pew Research Center, se nel 2013 l’esercito era visto favorevolmente dal 73 per cento degli egiziani, quest’anno la percentuale è scesa al 56 per cento. 

Una bassa partecipazione a queste presidenziali sarebbe la conferma delle fratture all’interno società egiziana. Sempre secondo lo stesso sondaggio, il 54 per cento degli egiziani ha un’opinione favorevole di Al Sisi, ma il 42 per cento è a favore del deposto Morsi. Una simile polarizzazione politica e sociale non può certo far ben sperare per la stabilità di un Paese di oltre 80 milioni di abitanti, con pochissimi spazi di dissenso e i Fratelli musulmani al bando.

Non deve stupire, peraltro, che un simile clima favorisca la recrudescenza del terrorismo. Da quando Morsi è stato deposto l’organizzazione terroristica Ansar Beit Al Maqdis è diventata sempre più attiva. E ora stanno nascendo altri gruppi violenti, come Walaà e Movimento Molotov, che recentemente hanno rivendicato attacchi contro polizia ed esercito. A parere di Mohamed Elmenshawy, direttore del programma di studi regionali presso il Middle East Institute di Washington DC, si tratta di «gruppi di giovani che fanno uso della violenza ma che non rientrano nel tipico profilo delle organizzazioni terroristiche». 

Insomma, Al Sisi potrà anche avere la vittoria assicurata, ma ciò non basterà a rendere stabile l’Egitto. Negli ultimi tre anni sono stati deposti due presidenti. E la rivoluzione ha lasciato un segno, se non altro nella consapevolezza di moltissimi egiziani, pronti a riempire le piazze e rischiare la vita per chiedere pane, libertà e giustizia sociale. Certo, in un Paese dove la percentuale di disoccupazione giovanile supera il 40 per cento, e un quarto delle famiglie vive sotto la soglia della povertà, è comprensibile che tanti siano disposti a sacrificare le libertà per tornare alla stabilità. Senza di essa i turisti con le tasche gonfie di dollari ed euro non vengono, nessun imprenditore sano di mente investe o assume, diventa pericoloso persino girare per le strade.

In un contesto simile, e nonostante abbia dovuto rinunciare ai galloni per potersi candidare, Al Sisi può giocarsi con qualche credibilità la carta di “legge-e-ordine”.

I manganelli della polizia e i fucili dei soldati sono dalla sua. Ma, come diceva Boris Yeltsin, «ci si può costruire un trono con le baionette, però non ci si può sedere su di esso a lungo». Ad Al Sisi non basterà l’arma della repressione per conservarsi il trono.

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