L’asset quality reviewLa decennale debolezza delle banche italiane

La decennale debolezza delle banche italiane

LONDRA – «Sapevamo benissimo che in questi anni avremmo dovuto accantonare prudenzialmente più risorse a copertura dei crediti dubbi, non lo abbiamo fatto semplicemente perché non potevamo permettercelo». A margine di un convegno a Temple, il quartiere degli studi legali della City di Londra, il responsabile della gestione crediti di un primario istituto nazionale ammette con onestà intellettuale la verità sugli ultimi dieci anni delle banche italiane, sotto garanzia di anonimato. Il motivo è banale, e la grande crisi non c’entra: per incrementare la solidità delle banche tocca convincere i propri azionisti ad aprire il portafoglio e ricapitalizzare. Intaccando equilibri di governance sedimentati a livello territoriale – attraverso le erogazioni delle Fondazioni bancarie – e di sistema Paese, considerato lo storico ruolo di “primary dealer” delle banche, garanti delle emissioni dei titoli del Tesoro sul mercato primario.

La sottocapitalizzazione delle banche non è un’esclusiva italiana. Anat R. Admati, professore di Finanza alla Stanford Graduate School of Business, la descrive così:

le regole di Basilea III consentiranno alle banche di prestare fino al 97% dell’attivo. La regola di holding, di prestarne fino al 95% (sebbene le modalità di misurazione degli attivi siano spesso materia di dibattito). Se il patrimonio netto è pari soltanto al 5% dell’attivo, anche una piccola perdita del 2% dell’attivo potrebbe, alla fine, comportare una fuga dei depositi. I creditori potrebbero rifiutarsi di rinnovare i nuovi prestiti, costringendo l’istituto a smettere di prestare oppure a vendere i suoi asset in fretta.

In The Bankers’ New Clothes: What’s Wrong With Banking and What to Do About It”, la docente americana suggerisce al regolatore di alzare i requisiti regolatori del patrimonio netto. Facile a dirsi, difficile a farsi se nei piani industriali di Unicredit e Intesa Sanpaolo il payout implicito – la percentuale dell’utile destinata al dividendo – è tra il 40 e il 60 per cento. La parte più importante dell’Asset quality review della Bce, non a caso, riguarda il Common Equity Tier 1 – il cuscinetto di capitale di primaria qualità contro gli shock macroeconomici – che non può essere inferiore all’8% degli attivi ponderati per il rischio di credito.

Il punto, come riferisce la Banca per i regolamenti internazionali, è che «La deduzione dal capitale di eventuali differenze negative fra gli stock degli accantonamenti e delle perdite attese in base all’approccio IRB (i modelli di rating interni delle banche, ndr) deve essere applicata nel calcolo del Common Equity Tier 1». Tradotto: se finiscono in difficoltà più imprese o famiglie rispetto a quanto stimato dagli istituti di credito, questi ultimi saranno più deboli e dunque costretti da Francoforte a chiedere risorse fresche sul mercato.

La debolezza delle banche, come detto, risale a ben prima della crisi finanziaria. Ad esempio nel 2003, i crediti dubbi (Npl, non performing loans, ovvero incagli, sofferenze e crediti scaduti, ndr) netti di Unicredit rispetto al totale dei prestiti erano al 4,45%, con un tasso di copertura del 48 per cento. Quelli di Banca Intesa, prima della fusione con Sanpaolo Imi, al 3% con un tasso di copertura addirittura del 65%, mentre le esposizioni problematiche del Monte dei Paschi ammontavano all’1,8% dei crediti, con un tasso di copertura del 48 per cento. Nel 2003, a metà del governo Berlusconi ter, il Pil italiano era cresciuto dello 0,6% mentre la media nazionale dei crediti dubbi calcolata dall’Abi si era assestata al 2,2% dei prestiti.

Dieci anni dopo alla presidenza del Consiglio è arrivato Enrico Letta, in seguito all’inpasse del voto di febbraio, e il Pil si è contratto dell’1,9% sul 2012. Per Unicredit il peso dei Npl è salito all’8,66%, con un tasso di copertura del 63,1 per cento. Stesso discorso per Intesa Sanpaolo: il 9% dei prestiti è a rischio, con un tasso di copertura cash al 46% (che sale al 128% considerando le garanzie collaterali), mentre per Mps i Npl si assestano al 6,7% del totale con un tasso di copertura al 58,8 per cento. I crediti deteriorati sono dunque cresciuti ben più delle coperture. Nei conti relativi al primo trimestre 2014 di Unicredit e Mps la musica non cambia: per Rocca Salimbeni queste ultime si abbassano a 58,5%, con gli accantonamenti in discesa a 476,6 milioni rispetto ai 484,2 del primo trimestre 2013. L’istituto senese, in ogni caso, prevede di finalizzare entro il prossimo giugno la vendita di un portafoglio da 500 milioni. I Npl di Piazza Gae Aulenti allo scorso 31 marzo rimangono sostanzialmente stabili a quota 49,2 miliardi di euro, ma anche in questo caso scendono le coperture da 63,1 a 62,9 per cento.

In realtà, come scrive la Banca d’Italia al termine dell’ispezione condotta l’anno scorso, «Tra il 2007 e il 2012 il tasso di copertura ha registrato un calo di dodici punti percentuali, quattro punti sono riconducibili ad un effetto di composizione». Ovvero: «La caduta del livello di attività economica ha causato l’incremento della componente dei crediti deteriorati diversa dalle sofferenze, tipicamente caratterizzata da un minor coverage ratio: per le sofferenze il coverage ratio è pari al 54,7%, rispetto, ad esempio, al 20,6% per gli incagli. Le differenze tra i coverage ratio riflettono i diversi coefficienti di perdita: per le sofferenze essi sono generalmente pari a più del doppio di quelli degli incagli».

Al netto dell’effetto della crisi finanziaria, le coperture sono scese di ben 8 punti percentuali dal 2007 a oggi. Proprio quando sarebbero dovute salire. Come se non bastasse, le garanzie reali come gli immobili – che per Bankitalia non bastano più a evitare di iscrivere un credito nel novero di quelli dubbi – hanno notevolmente perso valore (i prezzi delle abitazioni sono scesi del 5,6% nel 2013, secondo Istat). Di conseguenza, il prezzo di mercato dei Npl, che gli istituti stanno cercando di vendere, non è lo stesso di dieci anni fa. Per questo, spiega un top manager di Unicredit, l’accordo siglato con Intesa Sanpaolo e Kkr sulla bad bank «al momento è soltanto un impegno formale, ma a fine anno se ne vedranno delle belle». La polvere sotto il tappeto è sempre più difficile da nascondere.

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta