Perché gli euroscettici non cambieranno l’Europa

Perché gli euroscettici non cambieranno l’Europa

LONDRA – «Anche se gli euroscettici guadagneranno il 20-30% dei consensi, se non fanno fronte comune difficilmente incideranno sulle politiche economiche europee». Ne è convinto Edoardo Bressanelli, professore di Scienza politica al King’s College di Londra, che spiega: «Sui temi economici la capacità negoziale dell’Italia non ha mai portato ad un cambiamento di direzione delle politiche europee».

Il presidente della Bundesbank, l’ortodosso Jens Weidmann, si è detto pronto a supportare misure non convenzionali della Bce, a una settimana esatta dall’appuntamento elettorale. I dati sulla disoccupazione all’interno dell’Eurozona sono preoccupanti: 26 milioni di persone senza lavoro, e l’euroscetticismo guadagna consensi crescenti nei sondaggi. Perché il voto sul parlamento europeo è diventato un voto sulla moneta unica?

Indubbiamente dal punto di vista delle opinioni pubbliche il tratto caratterizzante di questi primi mesi del 2014 è la crescita dell’euroscetticismo. Questo fenomeno, tuttavia, non è un trend chiaro in tutti i paesi dell’Unione, ad esempio in Germania è un fenomeno marginale. Negli altri Paesi le previsioni più accreditate danno gli euroscettici tra il 20 e il 30%, dunque c’è stata sicuramente una crescita impetuosa. A questo punto però la domanda da farsi è se gli euroscettici saranno in grado di esprimere un fronte compatto contro i partiti mainstream. I dubbi sono forti perché all’interno della compagine dei critici dell’Europa c’è l’Ukip di Nigel Farage, il Front Nazional della Le Pen e il MoVimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Storie politiche difficilmente assimilabili.

Come si pongono i partiti nei confronti dell’austerity, una risposta fallimentare alla crisi ormai ammessa da tutti?

L’economia è uno dei più salienti, nei tre dibattiti televisivi dei candidati alla presidenza della commissione Ue – il socialdemocratico Martin Schutz, il popolare Jean-Claude Juncker e il liberale Guy Verhofstadt – è stata al centro della competizione. Gli euroscettici criticano la Bce e i partiti mainstream che hanno appoggiato l’austerity, ma Schulz non potrà mai prendere una posizione netta contro Juncker perché all’interno del Consiglio europeo c’è di fatto una grosse koalition che governa l’Ue e decide. Ad esempio su un tema scivoloso come gli eurobond (i titoli di debito europei che Bruxelles emetterebbe sul mercato per finanziare i debiti degli Stati membri, ndr), le posizioni di Juncker e di Schulz non sono troppo diverse. Eppure, quando il Parlamento ha votato la risoluzione sugli eurobond, approvata a larga maggioranza, i parlamentari tedeschi e nordici che siedono tra i popolari e i liberali non hanno rispettato le indicazioni di voto dei loro gruppi.

L’Economist, che la scorsa settimana ha dedicato la copertina alle elezioni europee, suggerisce di dare potere ai parlamenti nazionali per riavvicinare le istituzioni Ue al popolo. È una strada praticabile?

Piccola premessa istituzionale: con il Trattato di Lisbona i parlamenti nazionali hanno acquisito più poteri, potendo intervenire nel processo legislativo secondo il principio di sussidiarietà. Dubito che l’Europa possa maggiormente avvicinarsi ai cittadini trasformando il parlamento europeo in una sorte di camera dei parlamenti nazionali degli Stati membri. Il Parlamento europeo non è una camera consultiva ma ha poteri molto forti, visto che il 90% delle leggi viene promulgato attraverso il meccanismo della codecisione tra parlamento europeo e il consiglio dei ministri dell’UE.

L’Europa ha legiferato molto sulla finanza, non solo sulla paga dei top manager delle banche. Il Two pack e il Six pack impongono, ad esempio, il pareggio di bilancio e indirizzano le finanziarie degli Stati membri. Non a caso uno dei temi centrali del semestre italiano, come ripete Matteo Renzi, sarà proprio la revisione dei paletti imposti dall’austerity.

La posizione dell’Italia rivela una difficoltà negoziale a Bruxelles perché gli strali sull’austerità che i vari ministri italiani succedutisi negli ultimi governi non hanno portato ad alcun risultato concreto a livello comunitario. Un esempio è la proposta dell’ex ministro Tremonti di tenere conto del deficit privato nel calcolo del deficit complessivo, caduta nel vuoto perché non si è riusciti a superare il nein della Germania. I governi italiani sono deboli e si succedono troppo in fretta, e i parlamentari sono scelti secondo logiche puramente nazionali. Altre nazioni prendono l’Europa un po’ più seriamente, e di conseguenza hanno maggior potere negoziale. L’unica eccezione è stato Mario Monti, quando ha proposto che la Bce acquistasse sul mercato secondario titoli di Stato dei Paesi in difficoltà. Vedremo ora cosa succede con Matteo Renzi, ed il semestre di presidenza italiano.

Se il presidente della Commissione Ue lo decidono i Governi dei Paesi membri, perché votare? Il presidenzialismo servirebbe ad avvicinare Bruxelles ai cittadini?

Guardando il bicchiere mezzo vuoto si potrebbe affermare che i dibattiti sui candidati alla Commissione Ue sono sterili, perché se il voto non risultasse in una vittoria netta per i Popolari o i Socialisti, il Consiglio Europeo potrebbe decidere di nominare un candidato diverso, di compromesso. Guardando il bicchiere mezzo pieno, se pensiamo alla storia dei partiti politici europei, per la prima volta hanno ciascuno proposto un candidato comune. C’è stata una politicizzazione del processo: in Italia nel simbolo dei partiti nazionali ci sarà il nome del partito europeo al quale sono affiliati, in casi come quelli di Tsipras e Verhofstad la lista nazionale corrisponde all’identificazione piena con un candidato estero. Mi sembra un buon passo in avanti.

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