Ecco perché in futuro ci saranno sempre più droni

Ecco perché in futuro ci saranno sempre più droni

Sembra che per accaparrarsene uno, seppur si tratti della versione base, bastino solamente ottanta euro. Il prezzo ovviamente sale vertiginosamente nel caso in cui se ne volesse fare un uso professionale, montando magari una telecamera a bordo. Stiamo parlando di Aeromobili a Pilotaggio Remoto, meglio conosciuti dalla maggior parte delle persone come droni, ovvero piccoli aerei senza pilota  e comandati a distanza.

È quasi impossibile ormai arrivare al termine di una giornata, senza aver sentito pronunciare da qualche parte almeno una volta la parola drone. Le cronache di questi ultimi giorni sono piene di notizie sui droni, e anzi sono proprio queste informazioni che ci fanno capire quanto l’utilizzo di questi velivoli si posizioni a cavallo tra una funzione militare e una civile. Giusto per fare qualche esempio di stretta attualità, che pone l’accento su questa distinzione di utilizzo, basta citare la notizia dei 10 miliziani pakistani uccisi qualche giorno fa da un raid di un drone statunitense, in un’area tribale a Nord del Pakistan. L’attacco è stato condannato dal governo di Islamabad che ha sottolineato come questi attacchi siano una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale del Pakistan. Di tutt’altro genere invece la notizia che arriva dai mondiali in Brasile, e che fa anche un po’ sorridere. Pare infatti che durante un allenamento della nazionale francese di calcio, un drone abbia sorvolato lo stadio Santa Cruz, a Ribeirao Preto scatenando l’ilarità dei giocatori e qualche piccola preoccupazione nello staff transalpino.

La storia dei droni parte da lontano, innanzitutto il nome. Questo termine venne coniato quasi cento anni fa, e trae origine dal ronzio dei primi modelli realizzati che somigliava al rumore che fa il maschio dell’ape, il fuco. Drone in inglese vuol dire infatti fuco. I modelli in circolazione oggi sono davvero tanti e variano principalmente in base al peso: si va esemplari che pesano qualche chilogrammo a quelli di oltre una tonnellata. Quelli più leggeri generalmente vengono pilotati a vista da una piccola attrezzatura portatile, mentre i modelli di peso maggiore sono guidati via satellite da complesse stazioni di terra. I droni americani impiegati nelle zone militari di guerra ad esempio vengono pilotati direttamente da Langley la sede centrale della Cia. Il loro utilizzo principale è quello dello spionaggio militare: i droni possono infatti raccogliere quantità enormi di dati in grado di essere archiviate e utilizzate per molteplici scopi. Va detto che si tratta di mezzi strategici da utilizzare in particolar modo in interventi militari in zone della terra dove è difficile impiegare truppe di terra a causa della conformazione del territorio e del tipo di avversario che deve essere affrontato.

Ma come si diceva il loro utilizzo ha sconfinato anche sul versante civile, tanto da far diffondere anche un altro termine che li identifica: Unmanned Air Vehicle (facilmente traducibile in veicolo senza pilota). Tuttavia dato che i veicoli senza pilota esistono da tempo, l’Icao, ovvero l’organizzazione mondiale dell’aviazione civile, ha deciso di adottare il termine più corretto di Remotely Piloted Aircraft System(rpas), vale a dire aerei con sistema di pilotaggio remoto. La peculiarità di questi velivoli riguarda anche i sistemi di pilotaggio via satellite e quelli anti collisione. Basti pensare che un drone anche piuttosto grande può rimanere in volo senza rifornimento anche per 24 ore. Tra i principali utilizzi civili ci sono la sorveglianza delle coste, dei confini, di porti, aeroporti e centrali nucleari, tutto per prevenire atti terroristici o per controllare fenomeni come quello dell’immigrazione. La principale differenza tra un uso di questo tipo e uno militare è quello di installazioni di sensori e armi a bordo del mezzo.

Negli ultimi anni la produzione dei droni si è spostata principalmente a oriente con Cina e India che hanno cominciato a realizzare velivoli di questo tipo soprattutto per scopi militari, incrementando un mercato fino a qualche anno fa appannaggio di Stati Uniti e Israele. In Europa invece il primo drone realizzato è stato quello dell’azienda francese Dassault denominato nEUROn i cui test di attacco aria-terra saranno effettuati proprio in Italia. E chissà che proprio grazie a droni l’Italia non riesca a risolvere la controversa vicenda legata alla partecipazione al programma degli F-35.

Il prototipo nEUROn, che al momento è stato realizzato in pochi esemplari, ha effettuato il primo volo dimostrativo già nel dicembre 2012, e da quel giorno sono stati effettuati circa una cinquantina di test. Se tali test dovessero continuare a dare esiti positivi, ci si potrebbe trovare di fronte ad una condizione chiave per la difesa aerea europea.

E non ci sarebbe da stupirsi se magari i droni diventassero parte integrante di professioni che stanno subendo un processo di trasformazione evidente. Già da tempo si parla ormai di Drone journalism: l’utilizzo di droni per raccolta di informazioni ai fini giornalistici è ancora un’esperienza agli albori, e diversi istituti di ricerca specialmente negli Stati Uniti se ne stanno occupando. La preoccupazione principale è quella di ledere la privacy delle persone, ecco perché associazioni come DroneJournalism.org stanno lavorando per cercare di realizzare un codice etico relativo al drone journalism.

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