Shopping Italia: perché investire resta un affare

Shopping Italia: perché investire resta un affare

Le cronache mediatiche riportano spesso i casi di imprenditori che decidono di lasciare l’Italia per cercare fortuna altrove, penalizzati non solo dalla domanda stagnante, ma anche dal mix diabolico tra burocrazia asfissiante, incertezza del diritto, lentezza della giustizia e fiscalità.

In direzione opposta si muove una ricerca coordinata dall’Università Bocconi per Why Not Italy? (piattaforma che riunisce eccellenti personalità nell’ambito universitario, private equity, degli advisor finanziari e ha come partner anche Borsa Italiana, Bocconi, Harvard), che si sofferma invece sulle ragioni per cui investire in Italia resta un affare, nonostante le difficoltà più volte sottolineate. Uno studio che Linkiesta pubblica in esclusiva.

Lo studio Why not italy 

Niente declino, a guardare i numeri

Probabilmente molti lo hanno dimenticato, ma l’Italia resta un’economia di grandi dimensioni, la terza in Europa dopo Francia e Germania. Dunque, le opportunità di crescita per chi investe nel nostro Paese non mancano. A maggior ragione se si considera l’elevato livello di risparmio delle nostre famiglie, tradizionalmente più formiche che cicale. Ed è proprio grazie a questo se il nostro sistema bancario ha superato con meno difficoltà di altri il picco della crisi, con lo Stato che non ha dovuto mettere risorse proprie per salvare gli istituti di credito in bilico (nel caso di Mps si è trattato di un prestito, che la banca si appresta a restituire in buona parte con i proventi dell’aumento di capitale). Del resto, un totale di 5.117 prodotti, nel 2012 l’Italia si è piazzata prima, seconda o terza al mondo per attivo commerciale con l’estero in 935 categorie. Buona parte delle eccellenze si trova nei distretti, aggregazioni geografiche e produttive che sono divenute negli anni un benchmark per lo sviluppo dei territori in tutta Europa.

La mappa dei distretti italiani

Senza dimenticare le potenzialità del nostro patrimonio culturale (3.400 musei e 47 siti dichiarati “Patrimonio dell’Umanità” dall’Unesco), che fino ad ora è stato sfruttato solo in piccola parte e che potrebbe portare benefici anche in termini economici grazie a una gestione più manageriale. Il discorso sul potenziale inespresso vale a maggior ragione per il Mezzogiorno, che potrebbe diventare una piattaforma logistica leader a livello europeo grazie alla sua ubicazione al centro del Mediterraneo, un’area destinata al sicuro sviluppo alla luce dell’evoluzione dei mercati.

Spesso si è detto in passato che il sistema produttivo italiano, composto al 95% da aziende con meno di dieci dipendenti, soffre di un’innata fragilità sul fronte finanziario, che limita le possibilità di crescita. Su questo fronte, la principale novità degli ultimi tempi è nello sviluppo del private equity, che lo scorso anno ha registrato investimenti per 3,5 miliardi di euro per un totale di 368 operazioni, quasi il doppio rispetto agli 1,9 miliardi di disinvestimenti. Segno che le quotazioni depresse dalla lunga crisi rendono più interessante l’investimento dei fondi nelle imprese italiane e che queste ultime appaiono più attente del passato alle opportunità fornite dall’ingresso nel capitale di investitori istituzionali.

Le aree di investimento

Gli autori della ricerca sottolineano, inoltre, i vantaggi offerti da una Borsa ben funzionante ed efficiente, grazie (tra le altre cose) all’elevata liquidità e al legame con il London Stock Exchange. Infine, viene sottolineata la presenza di talenti imprenditoriali e di ottime società con grande potenzialità di sviluppo anche a livello internazionale.

Tra i settori più interessanti per gli investimenti vengono individuati: i servizi, le istituzioni finanziaria, le iniziative miste pubblico-privato, la salute e l’educazione, il turismo e l’ambiente, con la chiusa riservata alla tornata di privatizzazioni in attivo.

Sguardo proiettato agli investitori internazionali

«Si tratta di un documento che può essere utilizzato da tutti coloro – istituzioni, imprese, banche – che abbiamo esigenza di disporre di conoscere le caratteristiche di fondo del sistema Italia, secondo gli standard e il linguaggio tipico degli interlocutori internazionali», spiega Stefano Caselli, vice rettore con delega agli Affari Internazionali della Bocconi, che ha curato la ricerca. «I grandi investitori possono dare un contributo rilevante al rilancio italiano, ad esempio realizzando le grandi opere infrastrutturali che sono alla base dello sviluppo turistico e supportando la creazione di campioni nazionali nel settore della ricettività, oltre che consentendo la realizzazione dei processi di privatizzazione», sottolinea Fabio Sattin, fondatore di Why not Italy? e presidente di Private Equity Partners. Sattin non nasconde comunque la persistenza di alcuni freni agli investimenti: «Su tutti, l’incertezza regolamentare, l’eccessiva complicazione degli aspetti burocratici, la normativa del lavoro non coerente con le esigenze di un Paese sviluppato e l’assenza di interlocutori unici e stabili, in particolare per i grandi progetti infrastrutturali».

Per gli autori della ricerca, le ragioni indicate sono sufficienti ad attrarre un numero crescente di investitori istituzionali, che per altro si stanno già muovendo sul nostro mercato da qualche mese, come dimostrano le acquisizioni più recenti. Resta da capire se vi è un’effettiva disponibilità del tessuto imprenditoriale ad accogliere i fondi. Su questo fronte Sattin si mostra ottimista, anche alla luce del persistente credit crunch: «Le aziende italia sono spesso sottocapitalizzate, per cui il private equity rappresenta oggi una delle  poche concrete speranze per ottenere capitali da destinare allo sviluppo e all’internazionalizzazione», conclude.

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