Il bestseller di Piketty in pillole

Il bestseller di Piketty in pillole

Il successo straordinario di Capital in the Twenty-First Century (che, a parecchi mesi dalla pubblicazione, è ancora nella Top 100 dei bestseller di Amazon) è abbastanza sorprendente perché si tratta di un libro “vero” di economia, non di un pamphlet di denuncia sociale o di un breve trattatello divulgativo. Un libro che è stato definito in una recensione sulla rivista della American Economic Society come “one of the watershed books in economic thinking[1] ma che differisce dai testi accademici per il fatto di aver rinunciato al formalismo matematico che ha reso sterile tanta parte della ricerca economica contemporanea.

Piketty parte dall’osservazione empirica che la diseguaglianza nei paesi occidentali è andata aumentando a partire dagli anni ’80 fino a raggiungere, negli Usa e in Inghilterra, livelli paragonabili a quelli di inizio ‘900. Ma a differenza di altri economisti, non si ferma alla fase della “denuncia”, per quanto ben documentata e scientificamente inoppugnabile. Piketty, attingendo ai modelli di crescita economica sviluppati da Solow e altri, costruisce un apparato teorico piuttosto semplice, individuando nelle leggi dell’accumulazione capitalistica il motore che, attraverso l’accentuazione progressiva della diseguaglianza, soffoca inesorabilmente la capacità competitiva di un’economia di mercato.

Volendo sintetizzare in pillole il ragionamento di Piketty:

– la crescita della diseguaglianza è insita nel modello di sviluppo capitalistico. Se il rendimento (r) del capitale è superiore al tasso di crescita dell’economia (g), cioè r>g, allora la ricchezza crescerà più dell’economia.

– Dal momento che la ricchezza è molto più concentrata (cause: propensione crescente al risparmio, eredità) del reddito da lavoro, questo determinerà una crescente diseguaglianza nella ricchezza stessa e nel reddito complessivo.

– Dal momento che i peggiori nemici del capitalismo sono i capitalisti stessi, la maggiore ricchezza determinerà il tentativo di svuotare le istituzioni democratiche, chiedendo alla politica di consolidare le posizioni monopolistiche e le dinastie.

– Questo abbasserà il livello di selezione competitiva all’interno del sistema economico, riducendo il potenziale di crescita. La riduzione del potenziale di crescita porterà ad aumentare il peso della ricchezza rispetto al reddito, alimentando un circolo vizioso.

Piketty riesce quindi in maniera elegante e semplice a stabilire un ponte tra i due temi più importanti del dibattito politico ed economico contemporaneo: l’aumento della diseguaglianza, da un lato, e la diminuzione del potenziale di crescita, dall’altro. A questo punto, se si accetta il ragionamento di Piketty, è abbastanza facile individuare l’attore e le manovre di politica economica che potrebbero rimediare al problema. Per Piketty, lo Stato è l’unico attore che può impedire, attraverso politiche attive di redistribuzione del reddito e della ricchezza, la sclerotizzazione “dinastica” ed “ereditaria” a cui tende il capitalismo.

Piketty, quindi, fornisce ai movimenti critici, come “Occupy Wall Street” e i “No Global”, ma anche alla Chiesa Cattolica (si vedano i passaggi che l’esortazione papale Evangelii Gaudium dedica al tema della diseguaglianza) tutto l’armamentario teorico – e soprattutto empirico – di cui fino ad ora mancavano.

Il lavoro di Piketty si basa infatti su una mole impressionante di dati che sono liberamente disponibili su internet. Il database copre attualmente 29 Paesi e per i quali offre le principali misure statistiche di diseguaglianza. Le serie storiche più lunghe sono quelle di Francia, Inghilterra e Stati Uniti. Per un Paese come l’Italia, i dati disponibili sul sito partono da inizio anni ’70. Prima di proseguire oltre, è bene sottolineare che Piketty non nasce dal nulla. Come si può notare dal sito web, Piketty è arrivato al suo libro dopo quasi venti anni di ricerche, in cui ha collaborato con parecchi economisti di fama mondiale; il più importante dei quali è Anthony Atkinson che, assieme a Joseph Stiglitz, può a buon diritto essere considerato il padre della moderna Public Finance.

I grafici che seguono sono stati ottenuti proprio utilizzando i dati sul sito. Il grafico sottostante, riferito agli Usa nel periodo 1913-2012, illustra la tesi di Piketty in maniera perfetta. La diseguaglianza, misurata come la quota di reddito del top 1% dei cittadini, è scesa a partire dagli anni ’30, ha toccato un minimo negli anni ’70 per poi ritornare ai livelli di inizio ‘900. A differenza di Kuznets, che negli anni ’50 aveva attribuito la prima fase di riduzione della diseguaglianza alle forze competitive del libero mercato, Piketty (potendosi basare su 60 anni di storia in più) la attribuisce alle distruzioni di capitale causate dalle due guerre mondiali e alle politiche redistributive messe in atto prima con il New Deal e poi con le grandi conquiste del Welfare State degli anni ’50 e ’60. La ripresa della diseguaglianza negli anni ’80 è invece secondo Piketty da attribuire principalmente alle politiche neoliberiste e alla finanziarizzazione dell’economia.

Top Income Shares, Usa 1913-2012

In Europa il fenomeno non è così accentuato come negli Usa. In Francia, dove abbiamo una serie storica lunga, si nota l’aumento della diseguaglianza negli ultimi decenni, ma il livello raggiunto oggi rimane ancora di gran lunga inferiore a quello prevalente prima della seconda guerra mondiale.

Top Income Shares, Francia 1900-2007

Per l’Italia, i dati disponibili iniziano dal 1973. Ma è evidente, anche per il nostro paese, l’aumento della diseguaglianza a partire da metà degli anni ’80.

Top Income Shares, Italia 1974-2009

Per saperne di più:

Thomas Piketty, Capital in the Twenty-first Century

[1] Milanovic B., 2014, “The Return of “Patrimonial Capitalism”. A review of Thoma Piketty’s Capital in the Twenty-First Century”, Journal of Economic Literature, 52(2, 519-534)

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