Il Tfr in busta paga è una scelta discutibile

Il Tfr in busta paga è una scelta discutibile

Renzi ha lasciato intendere che è allo studio la proposta di dirottare in busta paga il 50% del trattamento di fine rapporto (Tfr) che maturerà nel 2015 e negli anni successivi. L’obiettivo è quello di aumentare il reddito disponibile delle famiglie e quindi i consumi. La scelta è discutibile, sotto molti punti di vista. Per le piccole imprese potrebbe venir meno un importante canale di autofinanziamento e per i consumi delle famiglie l’impatto dipenderebbe da quanti farebbero l’errore di considerarlo un aumento di stipendio. Ma il punto più discutibile è che in questo modo si sacrifica una forma di risparmio previdenziale sull’altare del consumo voluttuario. Un po’ come rompere metaforicamente il salvadanaio di famiglia.

Il Tfr, la mitica “liquidazione” attorno a cui gravitavano i sogni dei nostri nonni e dei nostri genitori, ha accompagnato le famiglie italiane dal 1927 e ha rappresentato per parecchio tempo l’unica forma “privata” di risparmio previdenziale. Tecnicamente, il Tfr è un compenso differito che viene erogato in caso di cessazione del rapporto di lavoro (pensionamento, dimissioni, …) e con la possibilità di anticipazione parziale per particolari esigenze (prima abitazione, spese sanitarie, …). Con la riforma della previdenza complementare del 2005, è stata concessa la facoltà ai lavoratori di destinare il proprio Tfr alla costruzione di una pensione integrativa, versandolo in un fondo pensione.

Il Tfr è pari al 6,91% della retribuzione annua (circa una mensilità) e viene rivalutato su base composta, ogni anno, in base ad una formula molto semplice: 1,5% + 75% del tasso d’inflazione registrato nell’anno precedente. Da notare, per una valutazione finanziaria del valore del Tfr, che esso è garantito dal Fondo di Garanzia Nazionale e viene tassato al momento della percezione. Recentemente, per armonizzarne il trattamento fiscale rispetto alle altre forme di previdenza complementare, la quota di rivalutazione è tassata annualmente all’11%.

Detto questo, cerchiamo di capire quali sarebbero gli effetti della proposta di Renzi sulle imprese e sui consumatori.

Vediamo prima l’effetto sulle imprese. Il Tfr rappresenta una forma di autofinanziamento delle aziende con meno di 50 dipendenti. A meno che il dipendente non abbia optato per un fondo pensione, se l’azienda ha meno di 50 dipendenti le risorse del Tfr rimangono in azienda. Sopra i 50 dipendenti, devono invece essere versate in un fondo unico nazionale gestito dall’Inps.

Per le aziende con meno di 50 dipendenti i canali di finanziamento sono solo tre: i soci, le banche o, appunto, il Tfr. Stando ai dati di Unimpresa, ogni anno i lavoratori di tali imprese maturano un Tfr pari a 11 miliardi. Per queste aziende, il 50% del Tfr rappresenta 5,5 miliardi di euro di finanziamento in meno. È vero questo finanziamento potrebbe essere sostituito da credito bancario, ma il finanziamento sostitutivo su orizzonti così lunghi avverrebbe ad un costo decisamente superiore a quello del Tfr. La riduzione della portata del canale di finanziamento del Tfr può rappresentare una forte penalizzazione per le Pmi. Renzi pare consapevole del problema; infatti si è affrettato a specificare che il governo «sta pensando di dare i soldi che arrivano dalla Bce alle Pmi per i lavoratori», grazie ad un accordo fra l’Associazione Bancaria (Abi), la Confindustria e il governo. Rimangono dubbi sull’applicabilità di tale accordo e dei costi che comporterebbe, vista la dimensione media delle imprese italiane.

Ma veniamo all’impatto sui consumi. Il Tfr nel suo complesso vale circa 23 miliardi all’anno, di cui 11 miliardi rimangono alle imprese con meno di 50 dipendenti, 6 miliardi vanno al fondo di tesoreria gestito dall’Inps e altri 6 vanno ai fondi pensione. Se la manovra di Renzi si applicasse al totale del Tfr al netto di quanto versato ai fondi pensione, la base della manovra sarebbe di circa 16 miliardi di euro. Se il 50% va in busta paga, stiamo parlando di 8 miliardi “lordi”. Ipotizzando una tassazione marginale media del 27%, lo Stato incasserebbe circa 2,2 miliardi di nuove tasse e sarebbero disponibili per le famiglie 5,8 miliardi.

Cosa ne farebbero le famiglie di 5,8 miliardi così ottenuti?

Se crediamo alla razionalità degli agenti economici, dovrebbero risparmiarli e non consumarli. Immaginiamo che il dipendente riceva per il lavoro svolto un compenso immediatamente disponibile (il salario, w) e un compenso differito (il TFR, r1). In base al suo reddito complessivo, y=w+r1, decide quanto destinare ai consumi, c, e quanto destinare al risparmio, r. Se il compenso differito è inferiore alla somma che si sceglie di destinare al risparmio (r1<r)  il lavoratore integrerà quanto implicitamente risparmiato con il Tfr con un risparmio volontario pari a r2=r-r1. Se adesso il governo decide di rendere immediatamente disponibile metà del Tfr, il lavoratore in questione continuerà a consumare c e semplicemente aumenterà il risparmio volontario a r2+0,5*r1.  L’unico caso in cui la messa a disposizione immediata del Tfr può cambiare il comportamento dell’agente economico “razionale” è quello in cui il compenso differito è superiore a quanto il lavoratore vuole destinare al risparmio, ovvero l’agente vuole consumare di più e risparmiare meno del Tfr, ma non può farlo perché nessun intermediario è disposto a fargli sufficiente credito. Forse questa è la situazione in cui versano molti italiani oggi, soprattutto pensionati e disoccupati, ma probabilmente non è la situazione tipica tra i lavoratori dipendenti interessati alla manovra sul Tfr.

Ovviamente, le famiglie italiane potrebbero non rispettare il principio di razionalità economica e potrebbero scambiare la disponibilità immediata del Tfr per un aumento salariale e spenderlo. D’altro canto, le forme vincolate di risparmio previdenziale si basano proprio su principi comportamentali che prescindono dall’idea neoclassica di razionalità. Ma questo non è di alcun sollievo perché lascia intravvedere un problema ancora più profondo. Abbandonare la vecchia visione paternalistica del welfare state può infatti essere una scelta di politica economica, ma bisogna essere consapevoli che le conseguenze toccano la struttura della società italiana. 

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