La scuola digitale è la vera rivoluzione

La scuola digitale è la vera rivoluzione

Ne “La Buona Scuola” c’è un grande e clamoroso assente: l’online learning. Non si parla da nessuna parte di quale strategia applicare affinché nella scuola primaria e secondaria vengano adottate piattaforme di social learning e di erogazione di materiale didattico digitale. Di che piattaforme parliamo? Da una parte ci sono i cosiddetti Mooc (“Massive online open courses”), protagonisti del dibattito internazionale sull’apprendimento digitale da fine 2011. Si tratta, in altre parole, di piattaforme aperte che permettono l’erogazione gratuita di corsi – video, testi, esercizi – a chiunque, in qualsiasi momento, da qualsiasi dispositivo, sia uno smartphone, un tablet o un computer. Dall’altra c’è tutto il mondo delle piattaforme di online classroom (le cosiddette “classi virtuali”), ambienti chiusi e protetti in cui il docente può organizzare e gestire la sua attività didattica attraverso modalità e mezzi nuovi, sfruttando pienamente le potenzialità del digitale. 

Queste piattaforme sono fondamentali, per costruire la scuola di domani, poichè sono strumenti imprescindibili per sviluppare metodi didattici – chiamati blended – in cui la didattica in classe e quella a distanza convivono in modo sinergico, ognuna utilizzata secondo le sue potenzialità. Jessica Yuen di KhanAcademy – il più importante Mooc per scuole superiori al mondo, sostenuto da Bill & Melinda Foundation e Google.org e le cui lezioni sono state viste 459 milioni di volte in 5 anni – racconta che da quando hanno inserito le funzioni “blended”, e in particolare la possibilità per il docente di monitorare a distanza i progressi dei suoi studenti su lezioni ed esercizi, in un solo anno la piattaforma è stata adottata da 20.000 insegnanti statunitensi in quasi 10.000 scuole diverse.

Su Oilproject, il Mooc taliano per scuole superiori che ho fondato e su cui nell’ultimo anno scolastico 2 milioni di studenti hanno visto almeno 3 lezioni, la modalità “blended” più utilizzata (ma non ancora abbastanza!) è la cosiddetta “classe capovolta”: lo studente si studia la teoria a casa, ad esempio guardando un video con parafrasi e analisi retorica e metrica de “Il Sabato del Villaggio” di Leopardi, e poi il prezioso tempo in classe viene utilizzato per chiarire dubbi, approfondire, fare collegamenti, verificare le competenze e in generale per un approccio didattico fortemente orientato alle competenze.

Per le materie scientifiche la “classe capovolta” funziona ancora meglio: la teoria a casa, gli esercizi a scuola. Insomma: il contrario di quello che succedeva nel mio Liceo (e scommetto anche nel vostro!). Perché c’è bisogno che La Buona Scuola intervenga su questo? Il processo di adozione e diffusione di queste piattaforme non è “automatico”? La risposta è no. E infatti, sia sul mondo blended (“classe capovolta” e online classroom) sia sui Mooc, a livello di scuola secondaria di secondo grado siamo anni luce lontani da Nord Europa e States.

Ci sono tuttavia tre ordini di problemi: contenuti, piattaforme e metodo didattico. Il terzo è il più rilevante perché la formazione dei formatori è sempre lo scoglio più complesso.

Contenuti
I contenuti didattici (e non si parla di ebook!) in lingua italiana adatti a questo tipo di utilizzo – brevi nella durata, taggati in modo ricco per essere trovati con facilità, strutturati semanticamente e organizzati in percorsi – sono pochissimi. Gli editori hanno ampiamente dimostrato di non aver incentivi a passare a un modello di produzione editoriale post-adozioni. Anche io al posto loro non lo farei. Eppure qualcuno questi contenuti li deve fare. Perché quelli in inglese per ora non bastano. Gli amici di Coursera, il più rilevante Mooc universitario al mondo, mi hanno detto, non senza un po’ di imbarazzo, che nonostante i contenuti eccezionali – Stanford, Berkeley, Brown University tra le tante –  e nonostante il gran parlare di Coursera sui giornali italiani, solo 70.000 dei 9 milioni di iscritti a Coursera sono italiani. Meno dell’1%. Questo per colpa della barriera linguistica. Qualcuno questi contenuti li deve fare, recuperando tre, quattro anni di ritardo. È un problema che, come sistema, ci dobbiamo porre.

Piattaforme
La condivisione, l’editing e il miglioramento dei contenuti –  perché la genesi dei contenuti didattici digitali sarà quella dei “mashup” della Remix culture di cui parla Lawrence Lessig – da parte di docenti, editori ed esperti richiede per forza di cose poche piattaforme centralizzate con economie di scala nello sviluppo software della piattaforma stessa e soprattutto massa critica di docenti e contenuti tutti sullo stesso sito, per svolgere appunto attività di valutazione dei contenuti didattici e modifica degli stessi. Sviluppare piattaforme del genere non è semplice. In Italia ce ne sono molto poche. Non ne usciremo vivi fino a quando demanderemo ai docenti – non è il loro lavoro ed è naturale che lo facciano male – la creazione di migliaia di micro-siti web decentrati, difficilmente reperibili e, da un punto di vista di prodotto digitale, a dir poco improbabili. Dobbiamo usare piattaforme di creazione, modifica, rating e fruizione dei contenuti centralizzate e tecnologicamente all’avanguardia facendo lavorare i docenti insieme in un unico ambiente – con opportuni incentivi! – creando valore e organizzando i contenuti. Wisdom of crowds, la chiamano. E quella dei docenti è una crowd molto speciale.

Metodo didattico
Quello del formare i docenti in modo che utilizzino metodi didattici adatti all’era del digitale – e quindi usando anche online classroom e Mooc – è il nodo. Non è il mio lavoro, e quindi su questo punto lascio la palla  a tutti quelli che stanno lavorando su questo tema. Solo una considerazione: siamo sicuri che assumere di colpo 150.000 docenti dalle graduatorie GAE, senza quindi verificare le loro competenze di didattica digitale, sia la strada giusta? Dal 2016 in avanti arriverebbero poi circa 14.000 neo-assunti ogni anno con concorso – e quindi sicuramente con queste competenze – ma con un turn-over del genere ci vorranno secoli prima che gran parte del corpo docente si sia arricchito di queste competenze. Ci possiamo permettere di aspettare così tanto? Non potevamo assumere fin da subito con questo criterio? Se faremo un buco nell’acqua in anche solo uno di questi tre versanti, sarà game over. Vediamo di non sbagliare.

*Marco De Rossi è fondatore della scuola gratuita online Oilproject. È su LinkedIn e Twitter.

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