I big italiani della City: Renzi si dia una mossa

I big italiani della City: Renzi si dia una mossa

LONDRA – La parola d’ordine è “distruption”: rottura, rottamazione. Il tempo è uggioso, le sale del Royal Institute of British Architect, epitome del modernismo britannico, rendono un’aura solenne. Il parterre è un equilibrato ensemble tra classe dirigente passata e presente.

L’occasione è la riunione annuale di Nova, l’associazione degli alumni italiani che hanno frequentato alcuni tra i migliori master in business administration (Mba), il lasciapassare universalmente riconosciuto per una carriera dirigenziale. Quasi tutti, chi alla Columbia di New York, chi alla London Business School, chi all’Insead di Fointanebleu, hanno studiato all’estero. Tant’è che, nonostante la platea sia al 90% italiana, ci si ostina a parlare in inglese.

C’è l’ex ministro del Tesoro Vittorio Grilli, ora alla banca americana JP Morgan, e il nuovo amministratore delegato di Poste Italiane Francesco Caio, l’ex capo di Unicredit Alessandro Profumo – ora presidente del Monte dei Paschi – e l’attuale, Federico Ghizzoni. C’è Lucrezia Reichlin, economista alla London Business School e membro del consiglio d’amministrazione proprio di Unicredit, e Massimiliano Magrini, ex numero uno di Google Italia ed ex consulente della task force sulle start-up voluta dal governo Monti. C’è Andrea Bonomi, che tramite il suo fondo Investindustrial è nel capitale di una dozzina di quotate e Paolo Scaroni, ex Eni ora a Rothschild.

Pochi lo sanno, ma la “Legge Controesodo” – che prevede un imponibile pari al 30% dello stipendio (20% per le donne) per tre anni per chi riceve offerte di lavoro in Italia, a patto di aver passato almeno due anni all’estero – è anche opera loro.

Scopo dell’incontro è scambiarsi business cards, e già che ci siamo chiedere qualche dritta ai navigati top manager sulla cui poltrona un domani si siederanno (ammesso e non concesso riescano a rottamarli). Certo è curioso che ad Alessandro Profumo, reduce dalla sberla da 2,1 miliardi inferta dalla Bce al Monte dei Paschi, siano state indirizzate parecchie domande su come sopravvivere alla buriana.

Già, ma che pensa la platea londinese del giovane Renzi e della nuova classe dirigente che si sta coagulando intorno a lui? Se il premier fosse un titolo azionario, si direbbe che futura classe dirigente Mba dotata è pressoché unanimemente “bullish”, cioè “rialzista”. Chi per convinzione, chi per oggettiva mancanza di alternative all’orizzonte.

Più caute, invece, le vecchie volpi. Alla “disruption” politica è seguita l’attesa radicalità nelle scelte di politica economica, che rimane «sempre uguale da 15 anni in termini di finanziamento alla spesa corrente sanitaria e pensionistica», sottolinea un illustre ex della classe dirigente.  

D’altronde, solo pochi giorni fa l’Istat ha sostanzialmente affermato che legge di Stabilità non avrà alcun effetto sulla crescita nei prossimi due anni. Inutili, in questo senso, gli 80 euro, il taglio dell’Irap, la flessibilità faticosamente negoziata in Europa. «Renzi deve prima assicurarsi il proprio futuro portando a casa la riforma della legge elettorale, poi penserà al resto. Sa benissimo che senza riforme non governerà a lungo», spiega un altro grande vecchio.

Eppure «Bruxelles ha dato un’opportunità a Renzi. Se non ci fosse stato lui al Governo la Commissione Ue non avrebbe mai dato via libera alla manovra», riconosce un altro relatore, che osserva: «In politica economica, con il debito pubblico che ci ritroviamo, il corridoio è molto stretto. Basta un po’ di deficit in più che il mercato si inverte, e poi a chi piazziamo i nostri Bot?».

L’onda energetica renziana non è bastata a far «comprare agli investitori il concetto di Italia», per usare le parole di un relatore, nonostante «A livello internazionale sia riuscito a togliere quella cappa di pessimismo di Monti e Letta, che dicevano: ok, siamo un Paese fallito». «A volte, a investire nelle aziende italiane portandole fuori dall’Italia ci si sente come Schindler: le stai salvando», è l’amara conclusione.

E i giovani, con o senza Mba? La diagnosi della vecchia colpevole classe dirigente è precisa quanto impietosa: «Il vecchio sistema politico sta crollando, ma ciò che stupisce è che le giovani generazioni sono così spaventate che chiedono protezione, non opportunità», chiosa un conferenziere. «È strano che le nuove generazioni non abbiano ancora fatto una rivoluzione, che non ci abbiate ancora uccisi», ammette un altro.

Albert O. Hirshman nel saggio «Exit, voice and Loyalty» (1970), sosteneva che ci sono due modi per reagire al declino di un’organizzazione: exit or voice, andarsene o protestare. Tanti ragazzi italiani per ora hanno scelto la prima. Renzi ha molto lavoro da fare.

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