“Too Many Cooks” è una trappola

“Too Many Cooks” è una trappola

Too Many Cooks è un video di un genere strano, che potremmo situare in un territorio che sta tra la parodia, la nostalgia degli anni Ottanta, il surrealismo, lo splatter e il “weird”, ovvero il bizzarro. Un po’ Mel Brooks, un po’ Luis Buñuel un po’ di Tarantino e un po’ di David Lynch. L’IMDb — Internet Movie Database — lo definisce «a humorous innovative, original, inventive, trend-setting, progressive, groundbreaking, trailblazing, revolutionary; parody of the 1980’s sitcoms», ma probabilmente è anche di più.

Si tratta di un video di undici minuti e undici secondi che è stato trasmesso, ogni giorno alle quattro del mattino, per circa una settimana consecutiva a partire dal 27 ottobre scorso da [AdultSwim] e, dopo essere stato pubblicato da un utente su YouTube, è diventato virale, è stato visto da circa due milioni di persone in poche ore ed è stato commentato, spiegato, interpretato dalla maggior parte delle testate statunitensi che si occupano di cultura, dal New Yorker al Washington Post, dal Guardian a Vox, dBuzzfeed a Vulture, da The Gawker a Slate

Un consiglio, prima di andare avanti guardatelo:

 https://www.youtube.com/embed/QrGrOK8oZG8/?rel=0&enablejsapi=1&autoplay=0&hl=it-IT 

La prima volta che l’ho visto io è al minuto 2.24, seduto sulle scale, dietro i personaggi che si preparano per la foto di gruppo, ma magari appare anche prima. Siamo alla prima foto di gruppo del finto cast della finta sitcom che sembra, per ora, essere il centro di questo video parodia al gusto “Tanta nostalgia degli anni Ottanta”.

Dopo quell’istantanea il video cambia. Prima riparte la sigla, ma in tondo, poi di colpo sembra diventare una parodia di T. J. Hooker e Super Vicky — due serie che se siete stati bambini tra la fine degli anni Settanta e la prima metà degli Ottanta avete ben presente — poi è il momento del cameo di Lars Von Trier travestito da torta (ripeto, se non l’avete visto fermatevi e guardatelo, altrimenti mi prendete per pazzo) e l’inizio di un pezzettino del video che diventa animato. Lì ricompare Lui, questa volta in versione animata, poi dopo pochi istanti, inizia il massacro.

Il Lui di cui sto parlando (e che a questo punto saprete quasi tutti chi è) inizia a fare a pezzi il cast del telefilm, insegue una ragazza (scena fantastica, dal minuto 5), la ammazza, conficca il machete nella testa di un tizio, fa saltare il capo ad altri, ne affoga una e ne strozza un paio, fino all’apoteosi dello splatter-horror nonsense, quando cucina pezzi degli attori. È un delirio pulp, con la violenza posticcia di un Quentin Tarantino e la presenza costante dell’inquietudine di un David Lynch.

C’è ancora tempo per una virata al fantascientifico trash, e poi, verso il minuto 9 il video va in cortocircuito e capitombola fino al finale in cui il gatto Smarf si trascina sviscerato sul pavimento nel tentativo di schiacciare il più classico dei bottoni rossi e far finire la follia, ma no fa altro che resettare tutto, e far ripartire il loop, garantito dal finale “To be continued”.

Ma che cos’è davvero Too Many Cooks? È veramente un video prodotto ingenuamente per finire proiettato alle quattro del mattino in uno slot di un network via cavo, casualmente finito su YouTube e altrettanto casualmente diventato una specie di ossessione per gli americani?

La risposta secondo me è sia sì che no. Perché Too Many Cooks è una trappola, un nonsense che genera senso dal suo non averne, un cortocircuito provocato. Per usare una frase presa a prestito da un fumetto di Ratigher che ho appena letto e che, forse, ho sovrainterpretato, direi che «This is not a video. This is a silver bullet for your middle class brain». È un proiettile d’argento destinato ai nostri cervelli borghesi, è un André Breton elevato alla Luis Buñuel che nello stesso tempo non vuol dire nulla, ma può voler dire tutto. È il postmoderno del postmoderno. È geniale.

Riassumo le tappe del mio rapporto con Too Many Cooks, e di come ne ho discusso con un mio collega, Francesco Cancellato, ieri notte, mentre eravamo indecisi se scriverne un pezzo subito o aspettare stamattina. Se non altro per dormirci sopra e capire se è una cazzata o è una genialata. Ho l’impressione che possano essere utili per capire che diavolo di oggetto è e come dobbiamo prenderlo.

Allora: la prima volta che lo vedi pensi sia una cazzata. Poi vedi che tutti ne parlano e pensi che, se tutti ne parlano allora qualcosa vorrà pur dire. Poi trovi un pezzo del New Yorker che ne parla e ti vien da dire: «Ah, è come la pensavo io. Vuol dire tutto e non vuol dire niente».

Poi pensi che, se scrivi esattamente quello che scrive il New Yorker i lettori credono che tu non ci abbia capito una mazza e che ti appoggi a qualcuno che ne sa di più. A quel punto cerchi sul serio di interpretarlo, ti viene in mente quando leggevi gli esperimenti surrealisti, quando ti stava molto simpatico André Breton. Ti ritorna in mente il Fascino discreto della borghesia e un altro paio di film di Buñuel, il situazionismo, pensi di aver capito tutto ipotizzando un meta-McGuffin, pensi a Infinite Jest di Davod Foster Wallace, parti in un circolo vizioso di associazioni libere fino a quando ti fermi.

Sì. Ti fermi. Perché ti accorgi che quella cosa sta succedendo anche a te, che quel cortocircuito sta funzionando anche con te. Pensi che l’ansia catalogatrice di dover dare un’etichetta anche al nulla, quella specie di ossessione per la spiegazione che deve esserci a tutto, sempre, e che è tipica della nostra società ha fregato anche te, che invece pensavi snobisticamente di esserne esente. Perché in fondo, pensi, Too Many Cooks non vuol dire nulla, e che tutti i tuoi retropensieri sono gli schizzi di sangue sul muro di un cervello borghese colpito da quella pallottola d’argento.

È. Una. Trappola. Mi scrive in chat Francesco, verso mezzanotte, quando io sono ancora immerso nel mio personale bagno di sangue che cola copioso dal mio cervello borghese, trafitto e spatasciato dal famoso proiettile d’argento, nel tentativo di trovare spiegazioni. Ha ragione. Too Many Cooks è una trappola, ma di quelle che hanno la genialità e il paradosso di una bomba che si autodisinnesca innescandosi.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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