Anche i deputati arrestati hanno diritto allo stipendio

Anche i deputati arrestati hanno diritto allo stipendio

I deputati che finiscono in prigione potranno continuare a ricevere l’indennità di parlamentare. Dopo un lungo dibattito, la Camera dei deputati respinge la proposta di sospendere gli stipendi presentata dai Cinque Stelle. I grillini ci avevano provato con due diversi emendamenti, durante la votazione della riforma costituzionale. Due proposte di modifica all’articolo 9 del provvedimento, che rivede l’articolo 69 della Carta in tema di “indennità parlamentare”. Durante il confronto a Montecitorio la questione si gioca sul filo del diritto. Alla fine ne nasce una accesa discussione sul caso di Giancarlo Galan. Ancora presidente della Commissione Cultura, nonostante sia agli arresti domiciliari per la vicenda Mose. 

È giusto che un parlamentare in manette continui a ricevere la propria busta paga? I grillini sono convinti di no. Avevano già sollevato la questione qualche mese fa, davanti all’ufficio di presidenza della Camera. Gli emendamenti alla riforma costituzionale presentati questo pomeriggio sono fin troppo espliciti. E quasi identici nel loro obiettivo. «L’indennità è sospesa al membro della Camera dei deputati sottoposto a misure cautelari personali o comunque privato della libertà personale o mantenuto in detenzione» si legge nel primo. «L’indennità è sospesa al membro della Camera dei deputati arrestato, privato della libertà personale o mantenuto in detenzione», recita l’altro. Proposte bocciate, per la cronaca. Entrambe respinte con una maggioranza schiacciante: 342 voti contrari, solo 93 a favore.

Tra le obiezioni dei contrari spicca un importante principio giuridico. Privare dello stipendio un deputato in arresto, non rischia di ledere la sua presunzione di innocenza? A sollevare il tema è il deputato di Forza Italia Maurizio Bianconi, che pur riconoscendo il buon senso della norma proposta, ne riconosce il conflitto «con un’altra assenza di buon senso: la certezza della durata dei processi». Insomma, a fronte dei tempi della giustizia italiana è giusto sospendere la busta paga al parlamentare imputato? E se alla fine si scopre la sua innocenza? Gli esponenti dei Cinque Stelle tengono il punto. «Si tratta di una semplice sospensione – spiega in Aula la deputata Federica Dieni – Nel caso in cui si dovesse rilevare che il parlamentare è innocente, l’indennità verrà comunque erogata». 

Non è l’unico dubbio che riguarda i due emendamenti. Molto più dibattuto l’aspetto tecnico della questione. Stando al parere di diversi parlamentari la nostra Carta non è il luogo adatto per introdurre questo tipo di norme. «Non si può inserire nella Costituzione quello che in qualunque legge ordinaria potrebbe essere qualcosa di accettabile» spiega Ignazio La Russa. Anche chi è d’accordo all’impianto proposto dai Cinque Stelle resta perplesso. «Il tema di cui si dibatte – chiarisce il dem Alessandro Zan – riguarda la legge che stabilisce l’indennità. Le misure proposte non possono essere inserite dentro la Costituzione, proprio perché la Costituzione deve essere semplificata nei suoi articoli fondamentali». Qualcuno accusa i grillini di aver dato vita a un’operazione «pretestuosa e strumentale».

I toni si alzano, il dibattito si accende. Al centro del confronto in Aula non ci sono solo gli emendamenti, ma le vicende che ne hanno giustificato la presentazione. I grillini attaccano Giancarlo Galan, l’ex presidente della Regione Veneto oggi ai domiciliari per la vicenda Mose. Ma ancora presidente della commissione Cultura di Montecitorio, incarico da cui non si è mai dimesso. Simone Valente, capogruppo pentastellato in commissione, accusa: «Voglio testimoniare il mio imbarazzo a girare per l’Italia e a parlare con insegnanti, sovrintendenti, esperti del mondo del cinema e dello sport. Quando mi chiedono chi è il presidente della commissione Cultura io arrossisco, perché ad oggi il presidente è una persona che ha patteggiato per un reato gravissimo e continua a prendere l’indennità». 

Alla Camera la questione è sentita, non solo dai Cinque Stelle. In molti non nascondono lo stupore per «l’anomala» vicenda. «Il caso di chi, avendo patteggiato, ha riconosciuto delle colpe e non ha avvertito nemmeno la sensibilità politica di rinunciare al ruolo di presidente di Commissione alla Camera è oggettivamente un elemento di grave imbarazzo» ammette l’esponente di Fratelli d’Italia Massimo Corsaro. Ferdinando Adornato, deputato di Area Popolare e membro dell’ufficio di Presidenza, ammette i limiti di un Regolamento che non «impedisce di dover aspettare le dimissioni di un presidente di Commissione in circostanze del genere». Alla fine il deputato propone una soluzione. Per risolvere la questione Galan non è necessario modificare la Costituzione, basta cambiare le regole interne. A sentire Adornato, se c’è la volontà politica, la vicenda si può risolvere in poche settimane.