TaccolaEtichette alimentari, Guidi rompe il silenzio

Etichette alimentari, Guidi rompe il silenzio

Il silenzio di Federica Guidi è finito. Sulle etichette alimentari ora sembra avvicinarsi il ritorno dell’obbligo di indicare lo stabilimento di produzione dei prodotti alimentari. Ma non è ancora certo, perché di impegni precisi non c’è ancora traccia. 

Scrivere dove si produce un alimento, obbligatorio in Italia dal 1992, è diventato facoltativo dal 13 dicembre 2014, con l’introduzione (automatica) di un regolamento europeo vecchio di tre anni, il 1169/2011. Non erano valse a molto le proteste che si erano sollevate nei mesi prima (con la petizione di Io Leggo l’etichetta, che ha raccolto 21mila adesioni) e, da metà novembre, con le interpellanze e il “mail bombing” del Movimento 5 Stelle (circa 40mila mail ai ministeri dell’Agricoltura e dello Sviluppo economico). Poi, il 9 gennaio, il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina ha inviato una lettera al suo collega dello Sviluppo economico, Federica Guidi, chiedendo di trovare una strategia comune sulla questione. Sono seguiti 12 giorni di silenzio, nel corso dei quali è montata una campagna di opinione a cui hanno partecipato sia produttori, come Vito Gulli di Conserve Generali, sia distributori, con le pubblicità di supermercati come Conad e Unes che annunciavano la volontà di continuare a rispettare la vecchia legge. Tra gli argomenti più forti utilizzati c’è quello che la mancata informazione su dove si produce un cibo va a danneggiare il Made in Italy alimentare, avvantaggiando solamente le multinazionali che producono in diversi Paesi. In pratica, non si potrà sapere se una mozzeralla è stata prodotta in Italia o all’estero. O meglio, lo si potrà fare solo segnandosi un numero identificativo e cercando di individuare lo stabilimento corrispondente. 

Come ha messo in evidenza Monica Rubino su la Repubblica, oggi, mercoledì 21 gennaio, la titolare del Mise ha proposto un tavolo di lavoro per un “meditato approfondimento” che porti a una “equilibrata e unitaria posizione del Governo italiano da esprimere anche a livello europeo” in materia di etichettatura dei prodotti alimentari, tenendo conto di tutti gli interessi coinvolti. 

Il ministro dello Sviluppo Economico, riporta il quotidiano romano, si dice “pienamente consapevole” della rilevanza del tema che investe un elemento portante del Made in Italy come il settore agroalimentare, rilevando come “il percorso da seguire non possa non contemperare le diverse esigenze tra la componente agricola e quella industriale, in un’ottica di strategia comune dell’intera filiera e nell’interesse complessivo del Paese”. Infine la Guidi ha proposto a Martina l’adozione di “iniziative comuni presso la Commissione europea e gli altri Stati membri dell’Unione al fine di assumere un ruolo trainante nella determinazione delle politiche e della normativa in un settore che ci vede tra i principali attori economici”.

Le risposte rimangono comunque vaghe sul ripristino dell’obbligo di indicare lo stabilimento di produzione. Forse non potrebbe essere diversamente, dato che l’ultima parola spetterà comunque all’Unione europea, la quale dovrà dare disco verde a una norma in contrasto con un regolamento europeo. La stessa legge 109/1992, che aveva introdotto l’obbligo integrando il precedente regolamento Ue, aveva dovuto ottenere l’ok di Bruxelles. 

A chiedere di dare risposte più chiare sull’argomento, il prossimo venerdì 23 gennaio, sarà un intervento alla Camera del Movimento 5 Stelle. «Faremo un’interpellanza urgente a Martina e a Guidi – dice a Linkiesta il deputato M5s Paolo Parentela – per chiedere cosa intendano fare per correre ai ripari. Inoltre in seguito presenteremo una mozione per chiedere al Parlamento di impegnare il governo a introdurre l’obbligo».

Il deputato del Movimento 5 Stelle rivendica il lavoro fatto in Aula per smuovere le acque: prima con una interpellanza urgente del 14 novembre, poi con una seconda il 20 gennaio e una mozione il 19 gennaio, oltre che con una proposta di legge presentata il 2 dicembre. «Alla prima interpellanza il ministro Guidi ha risposto che mancava una norma che consentisse di notificare alla Ue l’esistenza di una regolamentazione più restrittiva – dice Parentela -. È come se il governo avesse dato la colpa al Parlamento di non aver legiferato in materia. Questo ci ha dato fastidio perché abbiamo fatto più proposte da quando siamo in Parlamento. Abbiamo detto al ministro di fare copia e incolla dalla nostra proposta di legge, ma non l’ha fatto». 

Nell’interpellanza di venerdì 23, aggiunge Parentela, il gruppo parlamentare tornerà su un altro aspetto che riguarda le etichette, l’indicazione delle origini degli alimenti. Tale indicazione è prevista dal Regolamento 1169/2011 ed era già stata regolata dalla legge 4/2011. «Ma mancano i decreti attuativi – aggiunge il deputato -. Appena arrivati in Parlamento abbiamo fatto una proposta di legge per introdurli. Mentre lo facevamo, il ministro precedente, Nunzia De Girolamo, andava a manifestare con la Coldiretti a Ventimiglia contro la contraffazione alimentare». Sul tema delle origini degli alimenti, aggiunge Parentela, «mancano e le sanzioni. Questo mette in difficoltà le autorità che devono contrastare la contraffazione alimentare, che vale 60 miliardi di euro all’anno. Sulla questione abbiamo fatto una mozione, approvata alla Camera, ma il governo non ha seguito le indicazioni del Parlamento». 

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