I giudici sono un problema anche dopo Berlusconi

I giudici sono un problema anche dopo Berlusconi

L’apertura dell’anno giudiziario ha confermato, ancora una volta, che i rapporti fra l’ordine giurisdizionale ed il potere politico non si sono normalizzati. Le polemiche che hanno visto contrapposto il presidente del Consiglio Matteo Renzi ai rappresentanti dei vertici della magistratura lo dimostrano ampiamente. 

A quanto sembra non era soltanto Berlusconi a caratterizzare in negativo la dialettica con la magistratura, anche se non si può disconoscere che l’ex cavaliere in questo ambito responsabilità ne ha avute e non poche. Eppure la normalizzazione sarebbe a portata di mano, o meglio a portata di Costituzione, perché sarebbe sufficiente rispettare ruoli e funzioni che la Carta fondamentale assegna ai poteri dello Stato.

La normalizzazione tra politica e magistratura sarebbe a portata di mano, o meglio a portata di Costituzione

I magistrati nella loro veste di servitori dello Stato, pubblici dipendenti presso il ministero della Giustizia, avrebbero in teoria ben poche rivendicazione da esporre all’indirizzo del potere politico. Le garanzie costituzionali da cui sono opportunamente assistiti, infatti, li pongono al riparo da qualsiasi  forma d’intrusione extra ordinem. 

Le scorribande giornalistiche del politico di turno che si ritrova inquisito sono, infatti, una cosa, la sostanza delle tutele di cui godono i giudici è fortunatamente ben altra. I magistrati sono giustamente sottoposti soltanto alla legge, sono inamovibili, si autogovernano per il tramite del Csm (composto per due terzi da giudici) che decide assunzioni, trasferimenti, sanzioni disciplinari (poche per la verità) e promozioni, queste ultime raggiunte quasi da tutti per “valutazione di professionalità” e non già per concorso come accadeva un tempo. 

Rappresentano un ordine autonomo ed indipendente da ogni altro potere, i giudici, e per questo l’unica facoltà riconosciuta dalla Costituzione al ministro della Giustizia è quella di promuovere l’azione disciplinare nei confronti dei magistrati (che però saranno sempre giudicati da loro pari o meglio dai loro rappresentanti) e di organizzare e far funzionare i servizi relativi alla giustizia.

Ciascun giudice, poi, è posto dalla legge su un piano di perfetta pari ordinazione con il Parlamento e con gli altri poteri dello Stato: solo il giudice può dare impulso al giudizio di legittimità costituzionale delle leggi investendone la Corte costituzionale, solo il magistrato può sollevare conflitto di attribuzione nei confronti di qualsiasi potere dello Stato chiamandolo a rispondere del suo operato ancora una volta davanti alla Consulta.

Gli orientamenti culturali di ciascun magistrato dovrebbero trovare espressione esclusivamente nell’interpretazione della legge

All’interno di un quadro normativo così sommariamente riassunto gli orientamenti culturali di ciascun magistrato dovrebbero trovare espressione esclusivamente nell’interpretazione della legge, la quale dovrebbe essere, in ogni caso, costituzionalmente orientata. Non vi è spazio, non dovrebbe esservene, per un indirizzo politico di matrice giudiziaria, per un programma cioè che rappresenti la volontà dell’ordine giudiziario di dare forma secondo i propri voleri a tutti gli ambiti della vita democratica. 

La Costituzione repubblicana assegna esclusivamente al Governo e al Parlamento il diritto-dovere di esprimere un indirizzo politico all’interno dei limiti posti dalla stessa Carta fondamentale; un indirizzo politico che in democrazia è di regola la risultante di contrapposizioni, anche aspre, fra diverse fazioni partitiche, fra le quali l’ordine giudiziario non può e non deve essere annoverato.

Accade, invece, di leggere che l’Associazione Nazionale Magistrati, che rappresenta il 90% dei giudici, ha un’idea ed una proposta per ogni ambito dell’ordinamento giuridico ed esprime un vero e proprio indirizzo politico spesso alternativo a quello del Parlamento.

L’Anm ha un’idea e una proposta per ogni ambito dell’ordinamento giuridico ed esprime un indirizzo politico spesso alternativo a quello del Parlamento

Chiedono, dunque, i magistrati, la revisione della prescrizione penale in senso meno favorevole all’imputato, si oppongono strenuamente alla modifica della legge sulla intercettazioni, rivendicano la necessità d’introdurre nuove reati in materia di corruzione, riciclaggio ed evasione fiscale, combattono l’abrogazione del reato di falso in bilancio, fanno istanza per una maggiore tutela del lavoratore e per maggiori opportunità di lavoro (vedere sito internet Anm), non si risparmiano nel contestare fin troppo aspramente i disegni di legge di iniziativa governativa o parlamentare che siano.

Non v’è dubbio che l’ordine giudiziario possa e debba essere consultato tutte le volte che Governo e Parlamento si accingono ad esitare provvedimenti rispetto ai quali l’esperienza e la cultura dei giudici possono rappresentare contributi di non poco rilievo. Questo è fuori discussione in una democrazia compiuta. 

La consultazione è una cosa, però, la pretesa che le proprie idee diventino legge, un’altra

La consultazione è una cosa, però, la pretesa che le proprie idee diventino legge, un’altra, l’opposizione radicale alla libera volontà del Parlamento, nelle forme diverse dal rinvio alla Corte costituzionale, un’altra, ancor più grave e difficilmente non censurabile o criticabile. 

La separazione dei poteri non è principio da relegare a dotte discussioni nelle aule universitarie o nei manuali di diritto costituzionale, sopratutto quando viene evocato a corrente alternata da chi ne chiede invece il rispetto costante e puntuale al suo interlocutore. Così come l’imparzialità è un requisito da dimostrare non solo invocando l’affidamento in ciò che si è ma anche attraverso le forme per come si appare.

L’Italia è il Paese di Falcone, Borsellino e di tanti altri magistrati coi quali noi cittadini abbiamo contratto un debito inestinguibile, è il Paese in cui grazie alla magistratura la tutela dei diritti fondamentali può contare ancora su una solida garanzia, ma è anche il Paese in cui un gruppo di pubblici ministeri (parti di processi penali in corso) nel 1994 si opposero, a reti unificate, all’entrata in vigore di un decreto legge emanato dal Governo, nel tentativo di sfruttare la popolarità mediatica raggiunta a suon di carcerazione preventiva. Il tutto nel silenzio generale. Crediamo che di questi episodi nella storia d’Italia uno basti ed avanzi.

@roccotodero